Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Beh, sì, poi va meglio

10 maggio 2011

Lo so, lo so: i video del Trevor Project, in cui persone omosessuali del mondo dello spettacolo dissuadono i ragazzini gay dal suicidarsi, non sono una novità. Però ho visto poco fa quello girato dai dipendenti della Pixar e, al quarto minuto su otto, ho cominciato a piangere. Poi ho cominciato a chiedermi perché, alla luce di una serie di inconfutabili fatti, vedere una persona omosessuale di mezza età condividere la sua esperienza mi commuova così profondamente.

Il fatto numero uno è che non sono una che piange spesso, quando a 12 anni andai al cinema a vedere Titanic fui duramente insultata dalla mia migliore amica di allora, indignata all’idea di aver passato del tempo con una persona tanto arida da non farsi toccare dalla morte per congelamento di Leonardo di Caprio.

Il fatto numero due è che non sono una che distoglie lo sguardo: guardo le foto di cadaveri quando i giornali pubblicano le foto dei cadaveri, guardo i servizi sulla guerra, leggo di cose terribili che succedono nel mondo, forme di tortura psicologica e fisica. Pare brutto dirlo, ma so che verrò capita dalla maggior parte di chi legge: ci si fa il callo. Ci si abitua. Dopo un po’, per quanto possano colpire, le Grandi Cose Brutte fanno meno male.

Il fatto numero tre è che certi racconti li ho sentiti di prima mano, ho anche avuto il privilegio (perché di privilegio si tratta, la possibilità di avvicinarsi tanto a un’altra persona) di star vicina a due amici mentre cercavano di accettare e comprendere la propria identità sessuale.

Allora perché mi hanno colpita tanto i racconti, tagliuzzati e cinematograficamente montati, di un gruppo di estranei? Perché proprio questo argomento, che non mi riguarda neanche direttamente come categoria umana?
Perché è la forma di pura discriminazione più vicina che ho, che abbiamo, sia da un punto di vista geografico che emotivo.

In un mondo in cui si sente ancora dire che il matrimonio tra omosessuali non va concesso perché contro la legge più elementare della natura, quella della riproduzione per la conservazione della specie, come se il matrimonio fosse una legge di natura e non un’istituzione umana e come se la nostra specie, che a breve conterà sette miliardi di individui, avesse ancora bisogno di essere conservata; in una società in cui i gay non sono arrivati a rubarci il lavoro e imporre la loro cultura, una società che ha riconosciuto per mezzo della scienza e non del pregiudizio che l’omosessualità non è una malattia e non è una scelta deliberata; insomma, è chiaro il quadro? Non ho tanta voglia di mettere altri punti-e-virgola.

In questo mondo qui in cui ci troviamo a vivere, più per accidente che per altro, ci è capitato un numero considerevole di volte di trovarci accanto a un omosessuale, senza saperlo. Nel banco accanto a scuola, sul posto di lavoro, in università, per la strada. Il commesso che era in cassa da H&M. Nella maggior parte dei casi non ce ne siamo neanche accorti, perché grazie al cielo l’orientamento sessuale non va esibito con un apposito cartellino. Sono persone che talvolta, quando decidono di uscire la sera e andare a un concerto o a ballare o a bere qualcosa col loro partner, trovano un gruppetto di stronzi ad aspettarli fuori dal locale con le catene. Lo so perché lo leggevo sul giornale, e poi quelli sul giornale erano due che conoscevo.

Nel tentativo di inserire in un mondo adolescente idilliaco e colorato e filo-liberale ma soprattutto filo-commerciale, il cui mantra “ognuno deve essere sé stesso” si trasforma in palate di dollaroni di download su iTunes, la serie tv Glee è riuscita a creare il personaggio omosessuale che meno rappresenta gli adolescenti omosessuali del mondo occidentale. Scontato, palese, viziato e spesso arrogante nell’affermare un sé stesso macchiettistico e stereotipato, non so come Kurt possa insegnare qualcosa, comunicare coraggio, a ragazzini terrorizzati da loro stessi che vogliono solo trovare nuovi modi per confondersi nella massa.

E noi, che terrorizziamo i ragazzini nel momento più delicato della loro adolescenza, che facciamo loro credere, dall’alto delle nostre valutazioni sul senso e sulle intenzioni della natura e di Dio, che c’è un modo di essere giusto e un modo di essere un po’ meno giusto, che alcuni di loro avranno dei diritti civili e altri un po’ meno, che li introduciamo, insomma, ad un sistema profondamente sbagliato quando ancora non sanno da che parte sono girati, che diritto abbiamo di fare grandi discorsi sul coraggio con cui dovrebbero o non dovrebbero affrontare il loro modo di essere?

Nell’attesa che il mondo cambi e che l’adolescenza di un ragazzino omosessuale non sia diversa da quella del suo compagno di banco eterosessuale, che l’accettazione di sé stessi non passi attraverso la certezza che gli altri, non tutti, potrebbero non accettarti, forse la cosa più sensata che si può dire è davvero «Ok, va così, è un periodo orribile. Ma arriverà il giorno in cui aprirai la porta di casa e troverai il tuo compagno ad abbracciarti. Arriverà, e ne sarà valsa la pena.»
O forse, boh, gli si potrebbe anche dire: «Nessuno ha il diritto di farti subire le vessazioni di un’adolescenza difficile come se fosse un rito di passaggio, in vista di un futuro migliore.» Ma magari non risolverebbe niente.

TAG: , , ,
  • trabant

    Come puoi immaginare, leggo quasi tutto ciò che vien pubblicato o trasmesso sui maggiori media ad argomento “omosessualità”. E il più delle volte nn mi ci riconosco, nei contenuti e nelle forme. Anzitutto perchè difficilmente riesco a pensarmi come omosessuale, poi perchè viene narrata una realtà che non è la mia.
    Prendo ad esempio il concetto di omofobia, tanto caro alle sedicenti associazioni di tutela di diritti delle persone omosessuali: ritengo che sottolineare i casi (reali, beninteso) di violenza subiti da alcuni dia una rappresentazione viziata della realtà. L’emergenza, in Italia, non esiste; il suo utilizzo è simile alla disinformazione leghista o destrorsa sulla criminalità, ovvero l’esasperazione nella speranza che la paura o la pietà vengano in soccorso, portino consenso. Non vorrei esagerare, ma lo stesso avviene nella rappresentazione dell’omosessuale (sempre ragazzo) alle presa con le sofferenze e i disagi dell’autoaccettazione: fase necessaria, ma vi assicuro il più delle volte simile ad ogni singola e banale crisi adolescenziale.
    Chiaramente, all’accettazione di sè e alla giovane età servono modelli. Che sono culturali, ma non nella versione mediata (etimologicamente). L’unico modello che possa stabilire una cultura, è la vita vissuta: singoli e coppie che vivono una vita normale, o comunque non determinata dall’orientamento sessuale. Prova ad immaginare il cambiamento che potrebbe realizzarsi in pochissimi anni laddove venissero concessi i diritti alle coppie omosessuali (ai singoli al momento nessun diritto è legalmente negato), oppure se la promiscuità sessuale comunque e sempre associata al gay-single non fosse indicata ogni volta come comportamento esecrabile negli stessi articoli che si impongono la difesa della causa omosessuale (non il tuo).
    Per ciò che riguarda me, è una vita alla luce del sole ogno giorno. Io e il mio compagno viviamo in un palazzo di circa 30 famiglie: suppongo che in questi anni abbiamo fatto più “cultura” di libri riviste e tv. Chiudo con una battuta: facciamo più scandalo per i 18 anni che ci dividono; per il resto come coppia siamo noiosissimi

  • cris78

    In una giornata nera, in cui mi sento molto toccata dalle cose che scrivi e dal video dei dipendenti pixar – che avevo già visto qualche mese fa e che ho rivisto oggi – trovo che tu non abbia scritto cose così sballate come Trabant dice. Mi sento – anzi sono – parte in causa tanto quanto lui e nessuna delle tue parole mi ha urtato. Questo non significa che la sua irritazione sia illegittima, tutt’altro! Però trovo giusto dire che non per tutti gli omosessuali il coming out è una cosa noiosa e che non tutti hanno la forza di resistere granitici alle pressioni sociali e di dichiararsi in ogni contesto che si trovano a frequentare. Farne una colpa a chi non lo fa o minimizzare e pretendere che non esistano sofferenze e difficoltà è assurdo, non siamo a Boston Massachusetts ma nella penisola italica. Quando esisteranno leggi e tutele ne possiamo riparlare. Ognuno fa quel che può, fin dove può, nel suo piccolo e chi fa di più bene, benissimo anzi, chi non ci riesce non diventi però un bersaglio