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	<title>Cesare Picco</title>
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		<title>Il suono della paura e la bola messicana</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Feb 2013 18:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiama bola messicana e sembra un normale ciondolo d&#8217;argento. Contiene al suo interno un mini-xilofono e portato con laccio lungo sino all&#8217;ombelico, permette alla madre di far sentire quel suono al bimbo che aspetta, in modo che quando nasce &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2013/02/22/il-suono-della-paura-e-la-bola-messicana/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama bola messicana e sembra un normale ciondolo d&#8217;argento. Contiene al suo interno un mini-xilofono e portato con laccio lungo sino all&#8217;ombelico, permette alla madre di far sentire quel suono al bimbo che aspetta, in modo che quando nasce riconosca quel suono e si tranquillizzi.</p>
<p>I suoni ci aiutano a stare meglio. Non parlo di ciò che avvertiamo e identifichiamo come musica. Penso piuttosto a suoni indefiniti, indeterminati si dice appunto in linguaggio musicale. Nessun organo sensorio riesce a raggiungere veramente il nostro inconscio come l&#8217;udito e di conseguenza il potere del suono è immenso &#8211; in positivo e in negativo &#8211; per come ci fa stare bene e per come ci mette a disagio.</p>
<p>Noi tutti siamo strumenti musicali, siamo una cassa armonica che vibra con tutto ciò che abbiamo attorno. Nostra madre ci contiene al suo interno e dentro di lei siamo in grado di avvertire i suoni esterni. Il Suono è la prima forma di comunicazione che ha a che fare con noi e da musicista vedo la vita come un cammino tra una bola messicana e l&#8217;altra, suoni ai quali aggrapparci tra un gradino e l&#8217;altro della nostra esistenza.</p>
<p>Il suono è all&#8217;origine del Tutto. Le religioni di tutte le latitudini, tutte le cosmogonie hanno a che fare con un suono che identifica la creazione e il culto del proprio Dio.<br />
Il rapporto uomo-natura, uomo-dio poggia saldamente sui suoni e sul loro utilizzo.<br />
Il canto degli animali e degli uomini è unito al suono dei ruscelli, del mare e delle montagne per arrivare dritto agli dèi e gli dèi vanno appunto glorificati coi canti, con le preghiere: con il Suono.</p>
<p>Quando ci innamoriamo le nostre casse armoniche entrano in vibrazione, riconosciamo il suono dell&#8217;altro, un suono che ci fa stare bene. C&#8217;è chi trova pace tra i suoni di un bosco o nuotando sott&#8217;acqua, come c&#8217;è chi dice di sentirsi bene solo in mezzo ai suoni della città. A ognuno le sue vibrazioni.<br />
&#8220;Come è bello sentire la tua voce&#8221; diciamo all&#8217;amico che ci telefona dopo tanto tempo. Il suono dona forza e energia al singolo uomo come a un intero esercito, pensate ai canti intonati dalle truppe durante la battaglia, alla haka degli All Blacks, ai canti di una folla manifestante. Le lacrime arrivano perché sento intonare l&#8217;inno del mio paese non perché vedo centomila persone cantarlo.<br />
Non so se vi è mai capitato di assistere a un incontro di boxe, ma la cosa più impressionante è il suono del pugno che arriva in faccia, non la visione dell&#8217;occhio pesto. In quel momento senti sulla tua pelle il male che deve fare.</p>
<p>Provate ora a pensare a quali suoni vi fanno stare bene e quali vi trasferiscono disagio e angoscia. Diversi sopravvissuti allo tsunami del 2004 in Indonesia parlavano di un terribile boato indefinito che avrebbero per sempre portato in memoria e lo stesso dice chi ha vissuto un forte terremoto.<br />
La paura ha un suo suono e ognuno di noi lo porta con sé esattamente come portiamo nel nostro inconscio la nostra bola messicana.</p>
<p>Se penso ai suoni nei quali siamo oggi immersi, non ho una bella percezione del presente. E &#8211; ripeto &#8211; non parlo della musica-tappezzeria che ci confeziona l&#8217;orizzonte, ma di suoni-parole che ci stanno intossicando.<br />
Tutti i mezzi di comunicazione parlano incessantemente di paura, angoscia del futuro, panico dei mercati. Tutti suoniamo le stesse parole: paura di non poter più pagare il mutuo, di perdere il lavoro o di non trovarlo nemmeno. Paura di una banca italiana o greca, di un istituto che salti e che faccia cadere l&#8217;intero castello di carte. Paura dell&#8217;ignoto e di ciò che ci aspetta da qui a pochissimo, dopo l&#8217;ennesimo giro di giostra elettorale.<br />
Queste diverse paure hanno un suono, prendetevi un attimo per ascoltarlo.<br />
Spread, titoli tossici, derivati, tassazione, disoccupazione, lavoro, mercato&#8230;<br />
Il suono di parole che ci vengono ripetute incessantemente da mesi e mesi &#8211; spread, titoli tossici, derivati, tassazione, disoccupazione, lavoro, mercato &#8211; e che a nostra volta abbiamo iniziato a ripetere incessantemente in ogni ambito.<br />
Da semplici ascoltatori &#8211; pubblico &#8211; ne siamo diventati gli esecutori: gli interpreti.<br />
Parole, solo parole, suoni indefiniti ai quali affidiamo il nostro presente e futuro.<br />
Un mantra senza fine, da noi stessi alimentato giorno dopo giorno.</p>
<p>Tutto è economia, tutto è mercato. La nostra vita, i nostri figli, i nostri amori dipendono solo da questo e da chi riuscirà a darne una soluzione.<br />
Questi suoni si spostano dai mezzi di informazione al bar sotto casa, a teatro, nelle stazioni, in camera da letto. Da popolo di commissari tecnici ci siamo trasformati in finanzieri e operatori di borsa. Pensionati che scartando la briscola si lamentano dei tassi di interesse, taxisti che ti consigliano su quali titoli di borsa investire.<br />
Lo sentite il suono di questa paura? Ci siamo dentro fino al collo.</p>
<p>Mi chiedo a quale bola messicana dovremmo aggrapparci per farci passare queste paure e arrivo a un&#8217;unica soluzione: il Silenzio.<br />
Il silenzio che contiene tutti i suoni e quindi li annulla. Il silenzio come rigeneratore di energia nuova, pulita: il silenzio che ci ripulisce, ci disintossica.<br />
Spread, titoli tossici, derivati, tassazione, disoccupazione, lavoro, mercato&#8230;<br />
Smettiamo di pronunciare questi suoni. Iniziamo noi, non aspettiamo che lo facciano altri. Al mantra della paura proviamo a rispondere con il suono del Silenzio.<br />
La spinta esatta e contraria a un suono inquinante e dannoso è un suono ecologico che purifichi l&#8217;aria in cui vivere. Il resto, poi, sarà solo Musica, finalmente.</p>
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		<title>Mononota e altri giochi con la musica</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Feb 2013 17:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[canzone mononota]]></category>
		<category><![CDATA[elio e le storie tese]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui si gioca sul serio: la creatività dei grandi, quando è stata mossa dallo spirito del gioco, ci ha lasciato nei secoli straordinari esempi in tutti i campi dell’arte. Penso a Escher, non sono forse meravigliosi giochi i suoi rompicapo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2013/02/15/mononota-e-altri-giochi-con-la-musica/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Qui si gioca sul serio: la creatività dei grandi, quando è stata mossa dallo spirito del gioco, ci ha lasciato nei secoli straordinari esempi in tutti i campi dell’arte. Penso a Escher, non sono forse meravigliosi giochi i suoi rompicapo prospettici? E nella musica si è sempre giocato seriamente, prendendone gli elementi principali &#8211; melodia, armonia, ritmo &#8211; e piegandoli alle piccole e feroci regole di un semplice gioco.</p>
<p>È dall&#8217;epoca barocca che ci si diverte con l&#8217;alfabeto musicale. Bach è un maestro in questo gioco: si assegna una lettera dell&#8217;alfabeto a ogni nota scoprendo così il &#8220;suono&#8221; nascosto nel nome di una persona. Ne nasce una specie di oroscopo musicale, perché ognuno di noi nasconde una melodia nel proprio nome ed è bello credere che quei suoni ci segnino il cammino.</p>
<p>I principi di enigmistica e di matematica hanno ispirato molti giochi in musica, dalle melodie palindrome, cioè che risultano uguali suonandole nei due sensi, alle composizioni che usano i numeri di Fibonacci, nascondendoci significati che navigano dritti verso lo spiritualismo. Si è giocato anche con la sezione aurea &#8211; il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sezione_aurea">rapporto</a> matematico tra due lunghezze correlate tra loro &#8211; applicandone i principi alle proprie composizioni. Lo ha fatto per esempio Claude Debussy in uno dei suoi preludi per pianoforte più intensi: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=igPbThZnr-Q">La Cattedrale Inghiottita</a>. Mi ricordo di uno studio in cui si affermava che la sezione aurea era presente ne &#8220;Il cielo in una stanza&#8221; di Gino Paoli. A pelle non mi sembra che il vecchio Gino ne sappia di proporzioni divine quanto Fidia, ma visto il successo della canzone forse mi devo ricredere.</p>
<p>Poi c&#8217;è il sistema dodecafonico inventato da Arnold Schonberg, che si basa appunto sull&#8217;uso seriale dei dodici suoni del nostro alfabeto musicale. Lui ne parla come di &#8220;metodo per comporre con dodici note poste in relazione solo l&#8217;una con l&#8217;altra&#8221;. Anche questo è sostanzialmente un gioco, un altissimo gioco s&#8217;intende.</p>
<p>Arrivando al gioco musicale reso celebre al grande pubblico <a href="http://www.ilpost.it/2013/02/14/la-canzone-mononota-elio-sanremo/">dagli Elii in questi giorni</a>, vi avevo <a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2010/12/10/rossini-contro-jobim/">già raccontato la vittoria di Rossini su Jobim</a>, ma c&#8217;è anche di un altro straordinario esempio musicale. Nel 1959 il compositore italiano Giacinto Scelsi scrive &#8220;Quattro pezzi per orchestra su una nota sola&#8221; (sulla figura straordinaria di Scelsi curiosate più che potete, sarà una scoperta meravigliosa).<br />
Le note individuate da Scelsi sono il la, la bemolle, fa e si, che vengono costantemente suonate mutandone l&#8217;altezza (ottave su e giù), dinamica (forte, piano), e timbri ( i vari strumenti dell&#8217;orchestra). Il risultato è un arcobaleno tale di suoni inaspettati che potresti anche non accorgerti che si tratta di una nota sola. Succede anche nel brano di Rossini e secondo me sarebbe successo anche a Sanremo: se nel testo Elio non avesse esplicitato il gioco della mononota &#8211; ma avesse parlato di altro &#8211; penso che molti che scrivono di Sanremo non se ne sarebbero neanche accorti.</p>
<p>E qui sta la grandezza della scrittura musicale della band. Ciò che succede &#8220;sotto&#8221; la nota usata dal cantante è un caleidoscopio di mestiere musicale. Il gioco è semplice: il cantante è concentrato a emettere un solo suono, mentre armonia e ritmo variano continuamente, spesso rappresentando esattamente ciò che il testo afferma (accordo maggiore, minore, ritmo accelerato o rallentato). L&#8217;arrangiamento prodotto dagli Elii riassume in maniera mirabile i principi fondanti della canzone leggera: è un intero musical in quattro minuti.</p>
<p>Compito a casa: prendete una canzone famosa che conoscete a memoria (Battisti, Baglioni…) e provate a cantarne il testo usando una sola nota. Sembra facile, ma non lo è. Per giocare alto con la musica bisogna conoscerla, saperla fare veramente. E quest&#8217;anno grazie a questo gioco musicale si parla in qualche modo e finalmente di musica a Sanremo.</p>
<p>P.S. Un gioco che mi ero inventato tempo fa era questo: scrivete un testo in italiano e laddove trovate le sillabe che corrispondono a una nota, non dovete cantarle ma solo suonarne la nota esatta. Ad esempio nel testo: LAsciaMI staRE amoRE, il cantante dovrebbe cantare solo &#8220;scia&#8221; &#8220;sta&#8221; e &#8220;amo&#8221; e lasciar suonare le note corrispondenti alle sillabe ai musicisti. Molto difficile da eseguire in scioltezza, provare per credere.</p>
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		<title>La più grande startup nella storia della musica</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 21:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mecenatismo]]></category>
		<category><![CDATA[pianoforte]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo nei primissimi anni del 1700. Ferdinando de&#8217; Medici crede in Bartolomeo Cristofori, lo chiude nel suo laboratorio e butta via la chiave. &#8220;Sfogati, inventa, crea, fai quello che vuoi Bartolomeo, basta che non fai il bischero &#8211; dice il &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2013/01/25/la-piu-grande-startup-nella-storia-della-musica/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo nei primissimi anni del 1700. Ferdinando de&#8217; Medici crede in Bartolomeo Cristofori, lo chiude nel suo laboratorio e butta via la chiave. &#8220;Sfogati, inventa, crea, fai quello che vuoi Bartolomeo, basta che non fai il bischero &#8211; dice il nobile &#8211; ed esci solo quando c&#8217;hai un&#8217;idea ganza&#8221;. Gli dà fiducia, crede in lui. E Cristofori se ne esce un bel giorno con uno scatolone di legno e metalli. &#8220;Guarda bellino, e come suona?&#8221; &#8220;Mah &#8211; risponde il Cristofori &#8211; un po&#8217; piano e un po&#8217; forte&#8230;&#8221;.</p>
<p>Nasce così il primo modello precursore dell&#8217;odierno pianoforte e da questo esatto momento parte una lotta durissima e appassionante tra i successivi inventori e produttori che durerà due secoli.<br />
Questa straordinaria startup di trecento anni fa mise in moto non solo migliaia di artigiani, ma permise a Mozart, Beethoven, Chopin, Liszt e tutti quelli che volete aggiungere di fare ciò che hanno fatto, di consegnare all&#8217;umanità il loro talento nella forma che conosciamo. Quando provate gusto ascoltando Adele al pianoforte, pensateci.</p>
<p>La storia del più importante strumento musicale al mondo è quindi nata da un semplice atto di fiducia. Il de&#8217; Medici non pensava certo di arricchirsi, non ne aveva bisogno. Questa è la forma più alta di mecenatismo, quella che ci ha consegnato molti dei capolavori della musica e dell&#8217;arte. Il vero mecenate si muove spinto dalla passione, dal desiderio di aiutare chi ritiene degno, senza alcuna idea di ritorno economico. Questa alta forma di mecenatismo è scomparsa dal nostro tessuto sociale, ma non sarebbe male tornarci, ripercorrendo un modello virtuoso del nostro passato.<br />
Manca il lavoro e l&#8217;idea di mecenatismo a cui aspiro, può in qualche modo rimettere in circolo ossigeno, perché ha un principio virale che può coinvolgere tutti. Non parlo di soldi del governo, non parlo di assistenza pietistica ai giovani artisti: cambiate approccio. Parlo di quello che un singolo cittadino può fare ritrovando il gusto per l&#8217;arte, senza dover essere un nobile milionario come la storia vorrebbe farci credere.</p>
<p>Prima le cose da risolvere. Sono abitudini culturali e quindi non facili da cambiare.<br />
La nostra capacità di distinguere un&#8217;opera d&#8217;arte da una stronzata: ne siamo ancora capaci? Siamo in grado di riconoscere un Mozart tra cinquanta finti geni pompati dai media? Sapremmo oggi chi chiamare a dipingere la Cappella Sistina?</p>
<p>Se gran parte delle opere commissionate ai grandi del passato sono meravigliose è perché genio è l&#8217;artista, ma gran figo è il committente che l&#8217;ha chiesto a lui e non ad altri. Sappiamo quindi riconoscere la vera Bellezza?<br />
Se la nostra idea di bello è piccola piccola è solo colpa nostra. Abbiamo abbassato enormemente l&#8217;asticella che i nostri predecessori avevano tenuto alta.<br />
Le parole capolavoro genio epico si associano ogni istante a qualunque prodotto, trailer, libro, disco, automobile. Se usano Wagner per confezionare il video di un cuoco che scola una semplice pastasciutta e ci viene venduto come genio e mito della gastronomia, sta a noi non cascarci, a non chiamarlo il Picasso della pajata, perché sempre e solo di pajata si tratta, ok?<br />
Ritorniamo a dare alle parole il loro giusto peso e significato, rimettiamo in ordine la scala di valori e modelli.<br />
Poi, ritornare a comprendere il valore che, anche ciò che non è tangibile, porta in sè. Musica e Poesia non sono tangibili, ma ci portano in paradiso.<br />
Non ha forse questo un grande valore?<br />
Siamo troppo abituati ad associare l&#8217;idea di investimento a un prodotto d&#8217;arte.</p>
<p>Prendiamo la pittura. Ho due motivi per cui compro un quadro di un giovane sconosciuto. Il primo è che mi piace e stop, lo faccio per mio gusto personale.<br />
Il secondo è che scommetto che tra qualche anno quel quadro valga molto di più. In tutti e due i casi, il quadro lo vedo, lo tocco, lo mostro agli amici facendomi bello, in sostanza non ho minimamente la percezione di aver buttato via i soldi, ma di aver fatto un investimento.<br />
Con la musica, questo approccio non funziona. Ma non ha impedito a chi ci ha preceduto, di commissionare opere per un piacere altro che non fosse quello di toccarle e appenderle al muro.<br />
I grandi capolavori del passato sono nati sotto precise motivazioni di vita quotidiana: un compleanno, un matrimonio, la messa della domenica, il carnevale, arredare un palazzo vuoto. Vi sembrano motivazioni extraterrestri? E noi, forse, non ci troviamo nella vita davanti agli stessi appuntamenti?</p>
<p>Avete mai pensato di commissionare a un giovane compositore uscito dal conservatorio un concerto per il vostro compleanno? Se al vostro matrimonio pagate un quartetto d&#8217;archi per eseguire l&#8217;Ave Maria, perché non regalate a vostra moglie un brano scritto apposta e a lei dedicato? Perché non produrre le musiche di una giovane rock band anziché comprarvi il quinto Rolex ? (questo è per i più abbienti ex-rockettari, of course). Sono convinto che oggi i nuovi U2 potrebbero nascere in questo modo, non certo aspettando un talent o una casa discografica.</p>
<p>Vedete che sono semplicemente opzioni alle quali non si è portati a pensare, ma una volta che si entra nel gioco, dipende tutto dalla nostra creatività.<br />
Non parliamo poi di quello che potrebbe fare la chiesa cattolica in questo paese. Riportando la vera musica in chiesa darebbe lavoro a migliaia di musicisti.<br />
Bach ha mantenuto la sua famiglia scrivendo messe e cantate per tutta la sua vita e quanta gente andava in chiesa per sentire la sua musica!<br />
Quindi perché non farlo oggi? Perché toglierci il piacere di sapere che può esistere un altro Bach, perché da qualche parte un Caravaggio e un Rossini esisteranno pure, ma se continuiamo in questo modo non ci sarà mai dato saperlo.<br />
Sta a noi, solo a noi comprendere che non si tratta di essere un de&#8217; Medici, ma di tornare alla parola mecenatismo dandole il vero significato:<br />
un singolo uomo che per passione e amore della Bellezza individua un suo simile e gli da fiducia. Il prodotto finale può, se il talento dei partecipanti è vero, regalare qualcosa di speciale a tutta l&#8217;umanità.<br />
La motivazione è puro piacere personale, il risultato è dare lavoro a chi non se lo aspetta più nemmeno. Vi sembra poco?</p>
<p>Diamoci tempo, perché tempo ci vuole: ma iniziamo. Si tratta di mettere in circolo un virus. Se pensiamo alla somma di migliaia di singoli atti di vero mecenatismo, il tutto prenderebbe con il giusto tempo la forma di una straordinaria e magica startup: la più grande startup della storia della musica.<br />
Dopo quella del pianoforte, s&#8217;intende.</p>
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		<title>Un passo in avanti</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 14:43:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Rispondo a una lettera aperta a me indirizzata, a seguito del mio ultimo post Eccomi qua. Scrivo di musica sul Post, che come i lettori sanno non è una rivista musicale. Parlare di musica, essendo io stesso musicista, è molto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2012/03/01/un-passo-in-avanti/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Rispondo a una <a href="http://www.tempi.it/lettera-aperta-cesare-picco-sullo-stato-della-musica-italia">lettera aperta</a> a me indirizzata, a seguito del <a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2012/02/21/insegnamento-musica/">mio ultimo post</a><br />
</em><br />
Eccomi qua.</p>
<p>Scrivo di musica sul Post, che come i lettori sanno non è una rivista musicale. Parlare di musica, essendo io stesso musicista, è molto delicato: si è portati a metterci del proprio, successi e insuccessi inclusi. Cerco altro nella musica, e cerco di trasferirlo anche e soprattutto a chi non è del mestiere. Evitando dannosi tuffi dentro i particolarismi del settore, si riesce forse di più a stimolare la curiosità dei lettori non musicisti. </p>
<p>Mi si dice che quando si scrivono critiche si devono avere soluzioni da proporre. Ritengo invece che un buon giornalismo debba porre buone domande, possibilmente scomode, agitare acque stagnanti, non dare risposte ai problemi. Perché in ultima analisi per la risoluzione dei problemi in un paese serio dovrebbero esserci le persone che governano. Questo è il paese che cerco.</p>
<p>Un passo in avanti.<br />
Lei, caro Maestro Leone, mi chiede del perché io non dia soluzioni o faccia proposte: ma io non devo dare soluzioni. È questo il passo in avanti da fare. Né io né Lei, in quanto musicisti, dovremmo per l&#8217;ennesima volta stilare un elenco di proposte per la risoluzione dei problemi della musica. Sono decenni che si riempiono le pagine di carta e del web con queste cose, anni e anni di appelli, di convegni, di riunioni carbonare o sindacali. Ce la possiamo suonare e cantare all&#8217;infinito. Io stesso ho fatto la mia parte, quando nel 1999 mi venne chiesto di presentare all&#8217;allora Ministro della Cultura un elenco di possibili idee. La cosa mi fu chiesta e non ricevetti mai risposta. </p>
<p>In questo paese viviamo da decenni attendendo l&#8217;uomo dei miracoli senza allevare la generazione dei fatti concreti e quotidiani. Se in altri paesi hanno da molto tempo innescato il giusto motore sociale, i corretti ingranaggi della macchina culturale, nel nostro paese troppo è lasciato al buon lavoro di qualcuno e all&#8217;incoscienza di molti.</p>
<p>Certo che ci sono realtà musicali meravigliose in Italia, docenti preparati, scuole serie, band straordinarie che vanno avanti nonostante tutto, come giovani musicisti di ogni estrazione validissimi e mai nominati dai media. Ma troppi ingranaggi del motore che fa girare l&#8217;intera macchina musicale italiana mancano da tempo: molti rubati, altri non oliati da anni, altri ancora nemmeno testati. Può valere per tutto, per la magistratura, come per la sanità.<br />
Forse l&#8217;insegnamento appassionante della musica, integrato al pari delle altre materie scolastiche, sarebbe l&#8217;unico olio che potrebbe far girare correttamente tutto il motore. E questo può valere anche per le altre Arti, che sono alla base della nostra cultura e della nostra storia. Certo che ci vorrebbero anni, ma tutti gli ingranaggi, col tempo, si metterebbero a posto: tutte le anomalie verrebbero fuori da sole e sarebbero da tutti additate e riconosciute perché, per la prima volta in questo paese, tutti avrebbero forse gli strumenti per riconoscerle veramente.<br />
Io so riconoscere un dittatore se, fin dalla nascita, qualcuno mi insegna cosa sia la democrazia.</p>
<p>Tutte le proposte da Lei elencate sono valide e condivisibili e, come Lei stesso scrive, si potrebbe andare avanti all&#8217;infinito. Di ogni piccolo raggio del cerchio della musica potremmo disquisire per giorni e notti.<br />
Ma è già una proposta importantissima l&#8217;esempio di come Lei e io, e tantissimi altri come noi, portiamo avanti il nostro lavoro con sincerità, onestà, passione e integrità nel nostro quotidiano.<br />
E&#8217; ora che a fare qualcosa di concreto siano le persone preposte.</p>
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		<item>
		<title>La musica è sfinita</title>
		<link>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2012/02/21/insegnamento-musica/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 09:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[adriano celentano]]></category>
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		<category><![CDATA[sanremo 2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Un appello non è stato fatto dal palco di Sanremo. Dal palco dal quale si vende in mondovisione l&#8217;immagine della nostra musica popolare, doveva partire una semplice domanda: perché nel nostro paese non si insegna regolarmente la musica? Un piccolo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2012/02/21/insegnamento-musica/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un appello non è stato fatto dal palco di Sanremo. Dal palco dal quale si vende in mondovisione l&#8217;immagine della nostra musica popolare, doveva partire una semplice domanda: perché nel nostro paese non si insegna regolarmente la musica?<br />
Un piccolo quesito magari anche a bassa voce, senza neanche aprire discussioni o siparietti abbassa-share. Di questo avrebbe magari dovuto parlare Celentano. Per poi mettersi a cantare e a posto così. Pensate che rivoluzione, parlare di musica a Sanremo.</p>
<p>Una semplice domanda aperta e indirizzata a tutti, a chi dice di amare la musica, a chi la ama veramente, a chi si trova ad amministrare la cosa culturale pubblica, a chi dice che la musica e l&#8217;arte in genere non rendono e non servono. Poteva essere la volta buona, magari, vista la stramba bolla politica nella quale navighiamo in questi mesi.<br />
<em>Scusate signori e signore: perché l&#8217;Italia è l&#8217;unico paese dalla parte occidentale del globo a non avere un corso regolare di musica nelle scuole, dalle elementari all&#8217;università?</em><br />
Sta tutto qua. Questa voragine istituzionale contiene tutto il finto amore che il nostro paese dice di avere per la musica, e da questo vuoto, a cascata, derivano quelle centinaia di violenze che la musica subisce da anni. Musica svilita e sfinita.</p>
<p>In Italia non si ama la musica, si dice di amarla. È diverso. La musica in Italia è come una puttana abusata e sfruttata da tutti, vittima da decenni di piccoli stupri giornalieri che non hanno mai fatto notizia: perché è la musica, in fondo, a non interessare alcuno. La musica è l&#8217;Italia: meravigliosa, insostituibile, unica al mondo, piena di tesori. Salvo pensare questo mentre buttiamo la plastica nel vetro e prendiamo l&#8217;auto per andare a comprare il pane senza farci fare lo scontrino.</p>
<p>Quotidianamente è come se dimostrassimo al mondo che non ci interessa la musica, ma quello che c&#8217;è attorno: aeroporti, ascensori, bar da happy-hour. In ultimo, interessa il Festival di Sanremo non come contenitore di musica, ma come contenitore <em>altro</em>, dove eventuali nuove derive possano scatenare la stampa e far parlare il bar sotto casa. La musica a Sanremo è il motivo dimenticato per il quale si è su quel palco. Come per qualunque altro talent-show. E non importa se conduttore e cantante vincitrice non si ricordano i nomi degli autori. Questa è solo una delle piccolissime violenze di cui non ci si accorge neanche. Educazione alla musica, all&#8217;ascolto: mancano i fondamentali in questo paese, è inutile. E non solo per la musica.</p>
<p>Non leggo in termini estetico-musicali Sanremo, perché onestamente siamo oltre lo sfinimento. Il punto da chiarire è la preparazione musicale che ha o non ha un&#8217;intera generazione che dice di amare la musica e che aspetta Sanremo o il prossimo talent-show come l&#8217;occasione della vita e che spera di poter svolgere in qualche modo la professione di musicista. E soprattutto che preparazione musicale hanno i signori preposti a giudicarli. Chiedo a questi ragazzi: <em>Siete così convinti di affidare a questo sistema il giudizio sul vostro destino musicale? </em></p>
<p>P.S.<br />
Oggi, in Italia la situazione è la seguente:<br />
- un recente studio ha spiegato che tra chi esce dai conservatori italiani, solo il 4.5 per mille è assorbito dal mercato del lavoro<br />
- gli orchestrali italiani sono gli unici al mondo, causa la recente legge 100, che non possono svolgere attività concertistica e cameristica &#8211; anche gratuita &#8211; al di fuori delle istituzioni di appartenenza<br />
- ormai si entra ai primi posti in classifica vendendo qualche migliaio di copie<br />
- la SIAE è commissariata da anni e il suo attuale commissario nominato dal precedente governo ha compiuto da poco i novant&#8217;anni<br />
- a parte i soliti pochi noti che riempiono gli stadi, la fascia media della musica sta scomparendo giorno dopo giorno, così come stanno scomparendo festival e rassegne per mancanza di fondi statali e sponsor privati</p>
<p>Per fare il musicista in Italia bisogna proprio amarla, la musica.<br />
E anche questo paese.</p>
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		<title>La musica universale e le mucche del West Bengala</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:39:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandro baricco]]></category>
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		<description><![CDATA[Parafrasando il titolo di un noto saggio sulla musica colta che Alessandro Baricco scrisse ormai venti anni fa (L&#8217;anima di Hegel e le mucche del Wisconsin &#8211; Feltrinelli), vorrei smontare definitivamente uno dei luoghi comuni più usato in campo musicale, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2012/01/30/la-musica-universale-e-le-mucche-del-west-bengala/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Parafrasando il titolo di un noto saggio sulla musica colta che Alessandro Baricco scrisse ormai venti anni fa (<em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807721376/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&#038;tag=ilpo-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8807721376">L&#8217;anima di Hegel e le mucche del Wisconsin</a></em> &#8211; Feltrinelli), vorrei smontare definitivamente uno dei luoghi comuni più usato in campo musicale, da semplici appassionati come da addetti ai lavori. Qui in India, dove mi trovo tra le mucche del West Bengala, ne ho avuto prova definitiva: no, la musica non è un linguaggio universale.</p>
<p>La musica, o meglio le musiche del mondo, sono come le lingue. Ogni lingua ha la sua grammatica, le sue regole e così è per la musica. Le regole di ascolto cambiano da cultura a cultura, così come i riti dei musicisti e del pubblico ai concerti. Ciò che nella nostra cultura ha un valore, può non avere alcun significato in una diversa area geografica. Cosa può comprendere un aborigeno portato a San Siro davanti ai Metallica? E noi davanti a tre ore di gamelan balinese? Noi, come l&#8217;amico australiano, cercheremo probabilmente di applicare dei nostri parametri di ascolto; ci aggrapperemo un po&#8217; al ritmo, un po&#8217; alla melodia, cercando di dare un senso, un nostro senso a quei suoni, usando in pratica le sole regole di cui disponiamo: i nostri parametri. E l&#8217;ascolto si farebbe duro assai semmai ci trovassimo di fronte a musiche che adottano scale e quindi note diverse dalle nostre, vere e proprie altre note che noi non contempliamo più &#8211; ad esempio i quarti di tono &#8211; perché da occidentali abbiamo scelto da tre secoli un solo sistema tonale che ha pianificato tutta la nostra vita, suonerie dei cellulari comprese. </p>
<p>Qualche sera fa, di fronte a un concerto di musica vocale classica indiana, ragionavo su quali chiavi di lettura possedessi per comprendere anch&#8217;io ciò che il pubblico indiano al mio fianco dimostrava di gradire assai. Ben poche, in conclusione. Se il non comprendere la lingua usata è un fattore per fortuna marginale in musica &#8211; da ragazzini quante canzoni americane amavamo senza capirne le parole &#8211; cercavo almeno di riuscire a fare mie le dinamiche strumentali, ciò che succede sul palco tra i musicisti. Il primo spaesamento avviene quando vedo tutti i musicisti muovere la testa da sinistra a destra guardandosi: oddio &#8211; penso &#8211; c&#8217;è qualcosa che non va perché fanno continuamente no con la testa, probabilmente stanno sbagliando e ora dovranno ricominciare. Almeno da noi succede così. Poi mi viene in mente che quel dondolio con il quale noi esprimiamo il nostro no, in realtà per loro ha esattamente il significato opposto: stavano semplicemente dimostrando il loro assenso in tempo reale a ciò che stavano suonando. Regole, semplicemente regole diverse di una grammatica diversa. Sulla maestria vocale del cantante, nessun dubbio. Fioriture vocali che avrebbero fatto impazzire il Rossini più temerario. Ma anche qui &#8211; vedete? &#8211; adotto parametri nei quali sono cresciuto. Cosa mi è rimasto alla fine di quella musica? Senz&#8217;altro un grande senso di piacevolezza, di maestria d&#8217;esecuzione, il tutto condito da un ambiente &#8220;altro&#8221;, per me esotico. Non ho potuto gustare appieno il significato di quella musica come gli indiani presenti, non ne avevo gli strumenti.</p>
<p>E vale il contrario. Ai ragazzi della <em>Calcutta School of Music</em> che avevano assistito al mio concerto di piano solo al <em>Tagore Centre</em>, ho poi chiesto come avevano vissuto quell&#8217;esperienza. &#8220;Noi studiamo Western Music &#8211; la nostra musica classica europea è qui così chiamata per differenziarla dall&#8217;Indian Classical Music &#8211; e non capiamo come riesci a improvvisare così in quelle armonie, perché a noi pare impossibile. Quello che ci arriva è bello, ma non possiamo dire di comprenderlo appieno&#8221;. Et voilà.</p>
<p>Senza spostarsi di emisfero, anche noi viviamo la difficoltà di certi ascolti. Se affronti l&#8217;opera 5 di Schönberg senza sapere quali sono le regole musicali applicate dal compositore, arrivi stremato alla fine. Anzi, ti alzi e te ne vai prima, potendo. Non basta dire che <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/05/i-70-anni-di-maurizio-pollini/">Pollini</a> che la esegue è un figo e che quindi qualcosa mi deve arrivare perché alla fine la musica è universale: ne comprenderò talmente poco che mi sarà poi facile liquidare il tutto con &#8220;ma è così difficile&#8230;&#8221;. E questo è il destino che vive da tempo la nostra musica colta e che Baricco ha analizzato compiutamente nel suo saggio. E trovo che ci aiuti Tagore, che scriveva che l&#8217;uomo legge male il mondo e poi dice che lo inganna.</p>
<p>La musica è un linguaggio universale è frase eurocentrica, retaggio di secoli di pensiero occidentale dominante. La sicurezza che abbiamo nel pensare che una sinfonia di Mozart possa commuovere un indio amazzonico, poggia sulla sola vana nostra certezza di possedere la verità del Suono e del Verbo. Intanto Fitzcarraldo è ancora là che spinge la sua nave sulla collina. E se nel saggio di Baricco si scopre che uno studio americano ci informa come l’ascolto di musica classica aumenti nelle mucche del 7,5% la produzione di latte, sarebbe interessante sapere cosa succederebbe qui, alle mucche del West Bengala. Ma diamo loro Indian Classical Music, please.</p>
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		<title>I grandi della musica e Twitter &#8211; Part One</title>
		<link>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/12/02/i-grandi-della-musica-e-twitter-part-one/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 16:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[W.A.Mozart Official #FF @salieriantonio perché non è andata come dice Milos Forman SalieriAntonio Meravigliose, le Palle di Mozart Paganini_theviolin Paganini non ritwitta L.V.Beethoven Ok, con Napoleone non ho avuto buon occhio. Ma non ci sento neanche bene. Rossini Gioacchino Chiudo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/12/02/i-grandi-della-musica-e-twitter-part-one/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>W.A.Mozart Official</strong><br />
#FF @salieriantonio perché non è andata come dice Milos Forman</p>
<p><strong>SalieriAntonio</strong><br />
Meravigliose, le Palle di Mozart</p>
<p><strong>Paganini_theviolin</strong><br />
Paganini non ritwitta </p>
<p><strong>L.V.Beethoven</strong><br />
Ok, con Napoleone non ho avuto buon occhio. Ma non ci sento neanche bene.</p>
<p><strong>Rossini Gioacchino</strong><br />
Chiudo tutto. Sono ancora giovane, faccio un album all&#8217;anno e me la godo per il resto della vita #viverecomemina</p>
<p><strong>I.F.Stravinsky</strong><br />
@diaghilev Ehm, non so se riesco a venire per cena. Paghi tu? #midipingonocosì</p>
<p><strong>Wilhelm Richard The Ring Wagner</strong><br />
@Woody Allen la Polonia era solo un&#8217;idea, poi&#8230;</p>
<p><strong>Puccini Giacomo</strong><br />
Gira gira il mondo e poi vuoi solo tornar qua #cacciucco #torredellago</p>
<p><strong>A.Schonberg</strong><br />
Twitter ha 140 caratteri? Io con 12 note faccio tutto </p>
<p><strong>Franz Peter Schubert</strong><br />
Questo tweet rimarrà incompiut&#8230;</p>
<p><strong>Chopin Fryderyk</strong><br />
Ho sempre improvvisato tutto: è inutile che i jazzisti se la tirino #sapevatelo</p>
<p><strong>Mahler Gustav</strong><br />
Oggi, per ritornare alla tonica ho fatto il giro del mondo </p>
<p><strong>Erik Satie</strong><br />
E io che scherzavo coi miei tre pezzi per pianoforte. Mi avete preso troppo sul serio, ragazzi #fintipianistidioggi</p>
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		<title>Decalogo della musica</title>
		<link>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/10/12/decalogo-della-musica/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 21:08:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diritti e doveri di un musicista 1. Hai il diritto di smettere di fare musica, o di non incominciare nemmeno a farla. 2. Hai il diritto di scrivere la più bella musica del mondo e di tenerla solo per te. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/10/12/decalogo-della-musica/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Diritti e doveri di un musicista</p>
<p>1. Hai il diritto di smettere di fare musica, o di non incominciare nemmeno a farla.<br />
2. Hai il diritto di scrivere la più bella musica del mondo e di tenerla solo per te.<br />
3. Hai il diritto di farla ascoltare alle persone che ami.<br />
4. Hai il diritto di fare musica orrenda credendo sia meravigliosa.<br />
5. Hai il diritto di smetterla di sentirti dire &#8220;Anche mio cugino suona&#8221;.<br />
6. Hai il diritto di farti fare un&#8217;otturazione gratis dal dentista che ti chiede se gli suoni qualcosa durante la cena a casa sua.<br />
7. Hai il diritto di non sentire più &#8220;In tempo di crisi il pubblico vuole ridere&#8221;, perché è da quando sei nato che c&#8217;è crisi.<br />
8. Hai il diritto di essere fiero di essere un musicista, anche se in Italia ti chiedono come ti mantieni.<br />
9. Hai il diritto di pensare male dei tuoi colleghi, loro fanno lo stesso con te.<br />
10. Hai il diritto di non avere editori, agenti, discografici, uffici stampa, distributori. Se non lo sai ancora c&#8217;è il web, fratello.</p>
<p>1. Hai il dovere di fare bella musica.<br />
2. Hai il dovere di farla ascoltare a più gente possibile.<br />
3. Hai il dovere di studiare, studiare e poi ancora studiare.<br />
4. Hai il dovere di copiare dai grandi e di andare oltre.<br />
5. Hai il dovere di non perdere mai la fede in quello che fai.<br />
6. Hai il dovere di mangiare e bere prima o dopo un concerto, mai durante.<br />
7. Hai il dovere di suonare anche per un solo spettatore: gli puoi cambiare la vita.<br />
8. Hai il dovere di non mentire con la tua musica. Puoi sempre farlo con le parole nella vita di tutti i giorni, se vuoi.<br />
9. Hai il dovere di scegliere con cura i tuoi collaboratori, perché rappresentano la tua musica.<br />
10. Hai il dovere di vivere della tua musica e di continuare a farla. Nonostante il web, fratello.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Siamo mica qui a pettinare i clavicordi</title>
		<link>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/07/28/non-siamo-mica-qui-a-pettinare-i-clavicordi/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 19:46:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[clavicordo]]></category>
		<category><![CDATA[fortepiano]]></category>
		<category><![CDATA[Gottfried Silbermann]]></category>
		<category><![CDATA[Johann Sebastian Bach]]></category>

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		<description><![CDATA[Molti di noi, contrari a Facebook, una volta raggiunti da un vecchio compagno di scuola usano la frase &#8220;ma se non lo sento da venticinque anni ci sarà un motivo, no?&#8221;. La storia degli strumenti a tastiera ci insegna che &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/07/28/non-siamo-mica-qui-a-pettinare-i-clavicordi/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Molti di noi, contrari a Facebook, una volta raggiunti da un vecchio compagno di scuola usano la frase &#8220;ma se non lo sento da venticinque anni ci sarà un motivo, no?&#8221;. </p>
<p>La storia degli strumenti a tastiera ci insegna che l&#8217;arrivo del fortepiano e poi del pianoforte moderno &#8211; così come lo conosciamo &#8211; ha imposto una rivoluzione che si è imposta velocemente. In brevissimo tempo un&#8217;intera generazione di musicisti ha abbandonato di gran lena la vecchia strada per la nuova. Per le rivoluzioni, i vecchi proverbi non valgono.</p>
<p>Bach aveva in casa un clavicordo. Lo prediligeva sia per gusto personale sia per didattica. E&#8217; uno strumento difficilissimo da padroneggiare, a mio parere il più difficile strumento a tastiera. Suo figlio, Carl Philipp Emanuel portò all&#8217;estremo le sue potenzialità. E&#8217; uno strumento dal suono molto esile, sparisce se gli metti di fianco un solo violino. Tecnicamente arduo, ti sbagli di grosso se pensi di fare gli accordi che hai in mente. Le note non ti escono subito come vuoi, ci vuole tempo. Quel tempo che oggi non siamo più abituati a permetterci. Di bello c&#8217;è che puoi ricercare la bellezza del suono. Ecco il clavicordo è senz&#8217;altro la bellezza delle sfumature del suono. Sembra tutto uguale ma non lo è.</p>
<p>Bach ha fatto a tempo a vedere i primi fortepiani di un costruttore da lui stimato, Gottfried Silbermann. Anzi, in prima analisi Bach criticò il nuovo strumento, poi diede qualche consiglio al Silbermann e, guarda caso, sembra che lo strumento sia migliorato parecchio. Comunque Bach continuò negli ultimi mesi della sua vita a preferire il clavicordo: vecchio amorevole crucco dalla testa dura. No, penso che Bach non avrebbe usato Facebook.</p>
<p>Da lì a pochissimo, molti altri musicisti concorrono alla crescita tecnica del fortepiano. Come nella preparazione di un bolide di Formula Uno, meccanici ed esecutori migliorano di giro in giro. Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann e via dicendo non aspettano altro per dare libero sfogo al loro talento. Il risultato è che in pochi anni, clavicembalo e clavicordo vengono sollevati di peso e portati in soffitta. Senza nemmeno una copertuccia antipolvere.<br />
Oggi, grandi strumentisti come seri festival, formano il circuito di musica barocca che, ahimè, troppo spesso è vissuta dagli stessi adepti come una sorta di circolo chiuso con derive fondamentaliste. In poche parole, &#8220;questa musica si suona così e basta&#8221;. Va da sé che clavicembalo e clavicordo non riescono a incontrare l&#8217;attenzione di un pubblico più vasto e trasversale. Questo discorso, traslato, vale per tutto: cinematografia, fotografia (i sostenitori della pellicola o del digitale), letteratura e via dicendo.</p>
<p>Due parole in breve sui gradi di parentela tra gli strumenti a tastiera. Il clavicembalo è un mondo a sé: non c&#8217;entra assolutamente nulla con le altre tastiere. Il clavicordo, invece, è in qualche modo il nonno del pianoforte. Dal clavicordo è arrivato il fortepiano e quindi, a ruota, il moderno pianoforte. Il segno distintivo di clavicordo, fortepiano e pianoforte è che tu puoi dosare l&#8217;intensità del tocco, cioè usi la dinamica di piano e di forte per generare l&#8217;espressività voluta (nel clavicembalo non c&#8217;è dinamica di tocco: tutte le note escono alla stessa intensità). La possibilità della dinamica unita all&#8217;invenzione di pedali che allungano la durata del suono, hanno dato vita a quel  viaggio che ha portato il pianoforte sino ai giorni nostri. E domani sarà ancora là, su un palco, al centro del mondo. Così bello da vedere da solo, elegante, il nero che snellisce: lucido per la gran sera, oppure opaco che è veramente raro da trovare, ma così cool. </p>
<p>Ora, ho deciso di tornare in soffitta, riprendere quei vecchi strumenti abbandonati tra bambole e cassettoni tarlati e capire se mi fanno l&#8217;effetto di un vecchio compagno di scuola su Facebook. Con il clavicembalo già mi sono divertito portandolo al Blue Note e a giocare inseguendo gli specchi della musica in un mio vecchio <a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2010/11/24/jimi-e-la-rivoluzione-al-clavicembalo-1">post</a>. Del clavicordo sapevo poco, diffidavo della sua meccanica impervia. Ma se sono rimasti in tre a suonare il clavicordo, ci sarà un motivo, no? </p>
<p>Chi tra voi non ha idea di come sia fatto o che suono abbia il clavicordo, basta faccia un giro in rete.<br />
Keith Jarrett, nel lontano 1986, diede alle stampe un doppio album di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=D5RfzrztvaA">improvvisazioni</a> al clavicordo. Lui ne usò per la precisione due contemporaneamente, posizionati ad angolo retto. No, Jarrett non usa Facebook&#8230;</p>
<p>E in nome di Bach mi <a href="http://www.sagramusicalemalatestiana.it/rassegne/percuotere/">ritroverò</a> a suonare pianoforte, clavicordo e clavicembalo a Rimini cercando di posizionare bene gli specchi e di navigare tra gli &#8220;spiriti&#8221; che il sommo ci ha lasciato. Perché anche quando non ci pensiamo o non ce ne rendiamo conto, non esiste musica che non porti in sé un fiore sbocciato nel suo giardino.<br />
E poi dopo tutti a ballare in disco. Siamo mica qui a pettinare i clavicordi.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;abitudine della musica</title>
		<link>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/07/14/labitudine-della-musica/</link>
		<comments>http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/07/14/labitudine-della-musica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 20:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[siae]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilpost.it/cesarepicco/?p=52</guid>
		<description><![CDATA[Leggo il dibattito sul diritto in rete e mi viene in mente una frase di Nietzsche: &#8220;Ci si sbaglierà raramente attribuendo le azioni estreme alla vanità,  quelle mediocri all&#8217;abitudine e quelle meschine alla paura&#8221; È molto, molto difficile cambiare le &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/cesarepicco/2011/07/14/labitudine-della-musica/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo il dibattito sul diritto in rete e mi viene in mente una frase di Nietzsche:</p>
<blockquote><p>&#8220;Ci si sbaglierà raramente attribuendo le azioni estreme alla vanità,  quelle mediocri all&#8217;abitudine e quelle meschine alla paura&#8221;</p></blockquote>
<p>È molto, molto difficile cambiare le nostre abitudini, lo sappiamo tutti.<br />
Non ho mai scaricato un file audio illegalmente, nemmeno un film.<br />
Non è per presa di posizione o atteggiamento, o perché &#8220;da autore devo difendere i<br />
diritti della categoria&#8221;. Penso sia pura e semplice abitudine, tutto qua.<br />
Sono cresciuto con il piacere di possedere fisicamente un disco che ritenevo importante<br />
e se ho bisogno, per lavoro, di ascoltare un pezzo, lo scarico dai portali a pagamento.<br />
Vecchio, scemo, non lo so. Abitudinario forse.<br />
E allora vale la stessa cosa per chi ha iniziato a frequentare la rete scaricando<br />
l&#8217;impossibile e continuando a farlo senza mai entrare in un negozio di dischi.<br />
E poi esistono le abitudini consolidate di tutti gli organi istituzionali o privati che costituiscono il mondo musicale: discografiche, editori, agenzie, uffici stampa, festival, teatri, rassegne, Siae.<br />
Come cambiarle?</p>
<p>Più penso alle persone che ho incontrato in venticinque anni di attività in Italia e<br />
più il binomio abitudine-mediocrità di Nietzsche mi martella nella testa.<br />
Un paese moderno lo vedi dalla velocità con cui le persone preposte trovano soluzioni<br />
in tempo reale, e in tempo reale sanno trasformarle e adattarle respirando con il quotidiano.<br />
Vale per tutto e quindi anche per la musica.<br />
Qualunque logica che si è imposta negli ultimi trent&#8217;anni (gli anni dei milioni di copie, dei concerti estivi dei big pagati cash con soldi riciclati, delle opere liriche da milioni di euro di allestimento e così via) non ha più ragione di esistere da tempo. Il problema è che molte, troppe persone che si trovano a decidere &#8220;per&#8221; la musica, vivono ancora di quei meccanismi. Questione di abitudine.<br />
E fanno di tutto per difenderli, senza rendersi conto che il mondo è già altrove. Certamente più in là, già oltre.</p>
<p>No. Non mi sento <a href="http://www.ilpost.it/2011/07/14/mantellini-siae-agcom/">tutelato dalla Siae</a>. Ma non perché non trova per esempio il modo di interrompere il download illegale.<br />
Ma perché ho il vago sentore che di sprechi al suo interno ce ne siano troppi e che di diritti fondati su abitudini vecchie di decenni ne abbia fatto il suo caveau personale.<br />
No. Non mi sento aiutato dalle case discografiche. Perché possono dire quanto vogliono che i dischi non si vendono, ma in realtà i tuoi dischi &#8211; nella grande e piccola distribuzione &#8211; non li trovi. E se li ordini, passano mesi. Ti passa la voglia, quindi se ancora lo vuoi te lo scarichi. Puoi farlo legalmente o illegalmente, dipende da te.<br />
Chiaro è che se esco con un disco e ne vendo legalmente mille copie, a fronte di diecimila scaricate illegalmente non mi arriveranno i soldi necessari per produrre il nuovo disco. Questo, ho detto nel 2008 a mio nipote che, volendo fare un gesto carino nei miei riguardi, mi dice il giorno successivo l&#8217;uscita di un mio album: bella zio, il disco mi piace una cifra e l&#8217;ho messo in rete così i miei amici se lo scaricano. No, non gli ho detto che è come se avesse effettuato un furto con scasso.<br />
Però se tu ami la musica di un musicista, devi almeno sapere che il tuo comportamento, unito a quello di migliaia di persone, mette in serio pericolo la possibilità che tu possa continuare ad ascoltarlo.<br />
Ma alla fine, pur essendo formalmente parte lesa, penso che anche questo mio ragionamento si fa forte di un&#8217;abitudine consolidata, solo di abitudine. E il mondo è già altrove. Già oltre.</p>
<p>In una terra apparentemente di nessuno vivono i musicisti, di qualunque genere, marca o sotto-marca.<br />
Sta al musicista scegliere di che logiche vivere, esattamente come all&#8217;internauta scegliere che tipo di download fare. Perché a un musicista può capitare ancora oggi che i discografici gli dicano che prima di tutto bisogna avere la sicurezza di concerti garantiti, quindi di un&#8217;agenzia forte che ti faccia suonare molto.<br />
Le agenzie gli diranno che prima di tutto ci vuole un disco forte in uscita che possa lanciare la promozione sui media. L&#8217;ufficio stampa, conoscendo le abitudini del giornalismo musicale, gli domanda dove sta la notizia: hai registrato sotto acido? La musica ti è venuta a trovare la notte sotto forma di sushi-man dettandoti le note? Hai ottenuto almeno centomila contatti youtube nelle ultime ventiquattro ore? Guarda che i giornali non ne scrivono se non ci inventiamo qualcosa.<br />
E la musica, penso? La musica sta esattamente dove sta il mondo: già altrove, più in là. Già oltre.<br />
Per fortuna.</p>
<p style="text-align: left;">Il nostro quotidiano, come la simbiosi tra vita e web, è da tempo in metamorfosi continua: ed è inutile, dannoso, fuorviante e in ultimo mediocre pensare di perpetuare il diritto a regolamentare il tutto secondo vecchie logiche e abitudini.<br />
L&#8217;editore che aspetta dietro la scrivania il rendiconto senza pensare di investire un euro per un nuovo Puccini, è già morto e non lo sa. Un agente che prende solo l&#8217;ultimo artista in voga perché riempie un&#8217;estate senza investire e credere in nuova musica è già morto e non lo sa. Il giornalista che copia e incolla deliranti comunicati stampa è già morto e non lo sa.<br />
Il musicista che cede a queste abitudini e propone musica pavida è già morto. E qualche volta lo sa.</p>
<p>La musica, la vera Musica, sarà per fortuna sempre altrove, più in là.<br />
Nel frattempo, a ognuno il suo compito. Ai musicisti di pensare alla musica del futuro, ai professionisti della musica di tirare fuori idee e proposte al passo con il quotidiano, con una prospettiva che vada ben oltre le vecchie abitudini. In questo periodo di vuoto cosmico la forza di un&#8217;idea ha il valore di una rivoluzione. E il web ce ne dà prova costante.</p>
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