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La musica universale e le mucche del West Bengala

30 gennaio 2012

Parafrasando il titolo di un noto saggio sulla musica colta che Alessandro Baricco scrisse ormai venti anni fa (L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin – Feltrinelli), vorrei smontare definitivamente uno dei luoghi comuni più usato in campo musicale, da semplici appassionati come da addetti ai lavori. Qui in India, dove mi trovo tra le mucche del West Bengala, ne ho avuto prova definitiva: no, la musica non è un linguaggio universale.

La musica, o meglio le musiche del mondo, sono come le lingue. Ogni lingua ha la sua grammatica, le sue regole e così è per la musica. Le regole di ascolto cambiano da cultura a cultura, così come i riti dei musicisti e del pubblico ai concerti. Ciò che nella nostra cultura ha un valore, può non avere alcun significato in una diversa area geografica. Cosa può comprendere un aborigeno portato a San Siro davanti ai Metallica? E noi davanti a tre ore di gamelan balinese? Noi, come l’amico australiano, cercheremo probabilmente di applicare dei nostri parametri di ascolto; ci aggrapperemo un po’ al ritmo, un po’ alla melodia, cercando di dare un senso, un nostro senso a quei suoni, usando in pratica le sole regole di cui disponiamo: i nostri parametri. E l’ascolto si farebbe duro assai semmai ci trovassimo di fronte a musiche che adottano scale e quindi note diverse dalle nostre, vere e proprie altre note che noi non contempliamo più – ad esempio i quarti di tono – perché da occidentali abbiamo scelto da tre secoli un solo sistema tonale che ha pianificato tutta la nostra vita, suonerie dei cellulari comprese.

Qualche sera fa, di fronte a un concerto di musica vocale classica indiana, ragionavo su quali chiavi di lettura possedessi per comprendere anch’io ciò che il pubblico indiano al mio fianco dimostrava di gradire assai. Ben poche, in conclusione. Se il non comprendere la lingua usata è un fattore per fortuna marginale in musica – da ragazzini quante canzoni americane amavamo senza capirne le parole – cercavo almeno di riuscire a fare mie le dinamiche strumentali, ciò che succede sul palco tra i musicisti. Il primo spaesamento avviene quando vedo tutti i musicisti muovere la testa da sinistra a destra guardandosi: oddio – penso – c’è qualcosa che non va perché fanno continuamente no con la testa, probabilmente stanno sbagliando e ora dovranno ricominciare. Almeno da noi succede così. Poi mi viene in mente che quel dondolio con il quale noi esprimiamo il nostro no, in realtà per loro ha esattamente il significato opposto: stavano semplicemente dimostrando il loro assenso in tempo reale a ciò che stavano suonando. Regole, semplicemente regole diverse di una grammatica diversa. Sulla maestria vocale del cantante, nessun dubbio. Fioriture vocali che avrebbero fatto impazzire il Rossini più temerario. Ma anche qui – vedete? – adotto parametri nei quali sono cresciuto. Cosa mi è rimasto alla fine di quella musica? Senz’altro un grande senso di piacevolezza, di maestria d’esecuzione, il tutto condito da un ambiente “altro”, per me esotico. Non ho potuto gustare appieno il significato di quella musica come gli indiani presenti, non ne avevo gli strumenti.

E vale il contrario. Ai ragazzi della Calcutta School of Music che avevano assistito al mio concerto di piano solo al Tagore Centre, ho poi chiesto come avevano vissuto quell’esperienza. “Noi studiamo Western Music – la nostra musica classica europea è qui così chiamata per differenziarla dall’Indian Classical Music – e non capiamo come riesci a improvvisare così in quelle armonie, perché a noi pare impossibile. Quello che ci arriva è bello, ma non possiamo dire di comprenderlo appieno”. Et voilà.

Senza spostarsi di emisfero, anche noi viviamo la difficoltà di certi ascolti. Se affronti l’opera 5 di Schönberg senza sapere quali sono le regole musicali applicate dal compositore, arrivi stremato alla fine. Anzi, ti alzi e te ne vai prima, potendo. Non basta dire che Pollini che la esegue è un figo e che quindi qualcosa mi deve arrivare perché alla fine la musica è universale: ne comprenderò talmente poco che mi sarà poi facile liquidare il tutto con “ma è così difficile…”. E questo è il destino che vive da tempo la nostra musica colta e che Baricco ha analizzato compiutamente nel suo saggio. E trovo che ci aiuti Tagore, che scriveva che l’uomo legge male il mondo e poi dice che lo inganna.

La musica è un linguaggio universale è frase eurocentrica, retaggio di secoli di pensiero occidentale dominante. La sicurezza che abbiamo nel pensare che una sinfonia di Mozart possa commuovere un indio amazzonico, poggia sulla sola vana nostra certezza di possedere la verità del Suono e del Verbo. Intanto Fitzcarraldo è ancora là che spinge la sua nave sulla collina. E se nel saggio di Baricco si scopre che uno studio americano ci informa come l’ascolto di musica classica aumenti nelle mucche del 7,5% la produzione di latte, sarebbe interessante sapere cosa succederebbe qui, alle mucche del West Bengala. Ma diamo loro Indian Classical Music, please.

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  • sartana

    i tuoi post sono sempre estremamente interessanti e piacevoli da leggere, grazie.

  • alozap

    Bellissimo articolo, e concordo in pieno su (quasi) tutto.
    .
    Unica precisazione, e quoto:
    “(…) l’ascolto si farebbe duro assai semmai ci trovassimo di fronte a musiche che adottano scale e quindi note diverse dalle nostre, vere e proprie altre note che noi non contempliamo più – ad esempio i quarti di tono – perché da occidentali abbiamo scelto da tre secoli un solo sistema tonale che ha pianificato tutta la nostra vita (…)”.
    .
    In realtà non è del tutto vero. Anche tralasciando, per mera mancanza di “popolarità”, le cose di difficile ascolto che ho trovato (lo ammetto, cercando su youtube) sul tema “quarter tone piano”, ad un “occidentale” come me che è (anche) avvezzo alla musica chitarristica rock/blues (popolare per antonomasia, anche se non pop), il termine “quarto di tono” fa venire in mente sia i “quarter tone bendings”…
    http://www.youtube.com/watch?v=R64DW_uSNrA&feature=related
    …che la chitarra slide (saltate a 5:44)
    http://www.youtube.com/watch?v=DGp48NJ-oQs
    .
    Ok, non si tratta di vere e proprie sequenze melodiche, ma di “embellishments”. Ciò non toglie che i quarti di tono siano usati da noi “occidentali”, e anche tanto, per la musica blues, che è in genere considerata “easy listening”.

  • ilsasso

    In generale non posso che concordare. Spesso, come dici tu, a me non riesce di capire bene neppure quella che è più propriamente la musica occidentale (e penso tanto alla dodecafonia, ma anche anche alla musica irlandese…).
    Qui però forse c’è anche una questione di approccio all’ascolto. Non so quanto io sia più abituato ad ascolti molto lunghi, che le musiche che tu hai ascoltato richiedono. Anche 3 ore di Giovanni da Palestrina potrebbero far sorgere quesiti stranianti…
    Per la verità, forse, un fondo comune c’è.
    Hai mai visto il video dell’esperimento della scala pentatonica di Bobby McFerrin presentato al World Science Festival 2009?
    http://vimeo.com/5732745

  • alozap

    Again, @ ilPost

    Commento pacifico e a tema postato ore fa, ancora in coda di moderazione… mi avete messo sulla lista nera? Just so I know.

  • http://defekt.altervista.org alexmeia

    Forse è vero quello che dici, ma ma cosa che più che mi ha fatto riflettere di questo celebre esperimento di Bobby McFerrin è che lui alla fine afferma che dovunque lo abbia provato ha sempre funzionato allo stesso modo. “La scala pentatonica è universale”, dice. Suppongo che se dice una cosa del genere vuol dire che l’ha provato anche in India o in Cina (con gli Aborigeni forse no). Tu che ne pensi?

  • ilsasso

    No so se Bobby McFerrin lo abbia davvero provato in India, o in Australia. E’ sicurmente un artista molto preparato musicalmente, per cui un po’ mi fido.
    Ma se poi penso che sulla scala pentatonica si “suonano” motivi che sanno di Giappone (hai presente il gioco da bambini suonando solo i tasti neri del piano?) e al contempo “O Susanna non piangere per me” oppure “Amazing grace”, forse qualcosa in fondo in fondo c’è…

  • hippo

    E’ un percorso, per il quale ci vogliono due cose: curiosità e – scusate il termine – culo.

    Curiosità è quella che in un negozio – anche virtuale – ti fa comprare un disco di Chet Baker “perchè ha una bella copertina” o “perchè l’ho sentito in un film”, e lì per la prima volta entri in contatto con il “jazz”, magari quello più facile e commerciale.

    Culo è che poi Baker ti piace, e scopri che in un cd suona in duo con Charlie Haden, e scopri che nel jazz il contrabbasso fa una cosa diversa dal “plon plon ploplon” della musica normale, e da Haden poi Jarrett, e da Jarrett a Coltrane, e dai dischi normali di Coltrane ad A Love Supreme e da lì…

    Insomma, con un po’ di curiosità e culo si arriva lontano, magari non in India, ma in Africa magari sì…

    ;)

  • http://finalmentedomenica.blogspot.com robiciattola

    bel pezzo. come sempre. scorgo echi di tolleranza.
    sarebbe una buona cosa, se tutti imparassero da questo, senza ergersi a detentori della miglior musica o della miglior lingua o di culla di civiltà & co.

  • picco

    Intanto un grazie per le vostre suggestioni.
    Sto approfondendo la cosa e mi rifarò vivo presto.

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