La farmacia low-cost minacciata da Big Pharma

Welcome to India, farmacia low-cost del globo. Qui si trovano i farmaci generici per curare leucemia, cancro e Aids a prezzi umani che non costringono chi è ammalato e le loro famiglie a impoverirsi nel tentativo di ritardare la morte.

Dimenticatevi la rivoluzione dell’Information Technology. Il futuro è una malattia. Tante malattie. E il mercato per curarle.

Fino a qualche anno fa, in India approdava un esercito di anime spiritualmente assetate. Ora invece ecco un’orda di corpi ammalati alla ricerca non del Nirvana esoterico, ma di medicine a prezzi onesti e abbordabili.

Ultimamente, infatti, l’India ha di nuovo affermato il proprio diritto a produrre e distribuire farmaci a basso costo non solo nel proprio Paese, ma anche in tutto il mondo, consentendo così a economie più in difficoltà di quella indiana di fornire cure vere ai propri malati. Ma questo potrebbe non durare molto se l’Unione Europea riuscirà a firmare un accordo commerciale con l’India che potrebbe chiudere i confini indiani alle esportazioni di medicine generiche.

“Milioni di persone moriranno se l’India non potrà più produrre ed esportare le nuove medicine contro l’Hiv/Aids in futuro. È una questione di vita o di morte,” ha dichiarato Michel Sidibe, direttore esecutivo di UNAIDS.

Non è uno scherzo. E dopo la mossa politico-commerciale, potrebbe arrivare quella della conquista economica.

Già sei delle grandi ditte farmaceutiche generiche indiane sono state acquistate da società straniere. Se continuerà la tendenza, il mercato farmaceutico indiano potrebbe trovarsi dominato dalle multinazionali.

Facciamo un passo indietro nel tempo per capire come l’India sia diventata la farmacia globale dei poveri. Affrontando la legislazione sui brevetti e i copyright nel 1970, il governo indiano ha approvato il Patent Act, la legge sui brevetti che NON ha concesso la brevettabilità ai farmaceutici: le ditte indiane potevano quindi applicare un procedimento diverso per produrre la stessa medicina.

Più concorrenza e prezzi più bassi fu il risultato del mercato emerso negli anni successivi. Ma, nel 1995, anche l’India entrò a far parte del WTO, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, e quindi dovette sottoscrivere il TRIPS, ossia l’Accordo sugli aspetti commerciali della proprietà intellettuale.

Cosa significa? Che avrebbe dovuto rispettare la legge internazionale sui brevetti e non produrre più le proprie medicine con formule protette da brevetto internazionale (quindi a favore delle multinazionali svizzere, tedesche e americane produttrici delle grandi marche di farmaci).

Approfittando di un periodo di integrazione al WTO, gli indiani riuscirono a temporeggiare fino al 2005. Poi non fu più possibile procrastinare. Allora l’India ha approfittato della natura flessibile dell’accordo TRIPS incorporando delle linee-guida chiave nelle proprie leggi nazionali: lasciando spazio legalmente alle produzioni di farmaci generici anche una volta che è entrato in vigore l’accordo.

Questo lasciava alla Corte Suprema indiana il potere di decidere se i rinnovi di quei brevetti internazionali avessero solide basi per essere accettati o se non fossero da considerare invece (come nella decisione sul Glivec) solo delle “variazioni sul tema” per rendere la stessa medicina un “sempreverde” o “evergreen” del brevetto.

Nell’ultimo anno, le farmaceutiche straniere hanno assaggiato l’amarezza di questa discrezionalità. Un anno fa la Corte ha respinto la richiesta di brevetto della Roche per il Tarceva anti-cancro. Poi, la Roche si è vista revocare anche un brevetto per curare l’epatite C, e nel marzo scorso la Bayer ha perso un ricorso contro la versione low-cost di un altro farmaco anti-cancro, prodotto invece dall’indiana Natco Pharma con il nome Nexavar perché “altrimenti non era accessibile alla maggior parte dei malati”. E ora la Novartis ha perso la brevettabilità del Glivec.

Questo vuol dire che l’equivalente generico ha continuato ad essere prodotto sul mercato indiano a prezzi molto più convenienti per il malato. Si parla di differenze tra le migliaia di euro e le decine di euro come costo per il paziente.

Il mercato del farmaco indiano varrà 50 miliardi di dollari entro il 2020, e sarà tra i primi al mondo. Nel 2012 la crescita della disponibilità dei generici è salita del 15 per cento con un aumento di 31 miliardi di dollari. I prodotti specialistici invece sono scesi del 4 per cento con perdite di 174,2 miliardi di dollari.

È comprensibile che questo mercato faccia gola alle multinazionali, ma, a prescindere dal dibattito sulla malattia come grande business, dibattito che sarebbe giusto si riaccendesse anche in Europa, l’India ha un atteggiamento diverso.

“L’India ha spesso dichiarato una sua forte preferenza per i problemi della salute pubblica a discapito dei diritti di licenza privati,” ha dichiarato Shamnad Basheer, professore di proprietà intellettuale all’Università di Scienze Giuridiche di Calcutta. Infatti anche negli ultimi mesi l’Ufficio Licenze e Brevetti indiano ha di nuovo sottolineato un dato importante a favore della concorrenza dei farmaci generici, spiegando che se una medicina brevettata nel mercato indiano non è resa largamente disponibile a un prezzo ragionevole, allora le ditte produttrici di farmaci generici sono autorizzate a vendere la loro versione della medicina pagando le royalties al proprietario del brevetto.

Ranga Iyer, ex presidente dell’Organizzazione di Produttori Farmaceutici indiani è contrario a questa politica: “Se l’innovazione non è protetta, le aziende non innovano.” E assicura che gran parte dei brevetti rifiutati non sono “evergreening” perché “ci vuole molta ricerca, e soldi, per produrre le nuove versioni della penicillina e di altri farmaci”.

Ma anche i produttori di farmaci generici fanno ricerca. Ad esempio in India hanno sviluppato medicine pediatriche contro l’Hiv per soddisfare un segmento del mercato nei paesi in via di sviluppo che i grandi produttori di medicine snobbavano perché poco interessante commercialmente.

Come la mettiamo allora con le vite di quei bambini? Non possono pagare un prezzo alto e quindi meritano di morire?

E poi, sottolinea Yusuf Hamied, amministratore delegato della Cipla, società di farmaci generici indiana che ha vinto molte cause contro la Big Pharma, le innovazioni arrivano anche dai laboratori dello stato riducendo così i costi di ricerca e sviluppo dei privati.

“Inoltre,” argomenta Hamied, “se osserviamo le 50 medicine più vendute al mondo oggi, vediamo che sono distribuite e vendute da ditte che non le hanno inventate. Quindi cosa ci raccontano? Io rispetto i brevetti. Pagherò le royalties. Ma non mi dev’essere proibito il diritto di produrre medicine per i poveri a prezzi ragionevoli.”

Difficile dargli torto. Il problema è più ampio poiché l’India vende i suoi farmaci low-cost al resto del mondo dei poveri. Nel 2010 uno studio ha dimostrato che l’80 per cento delle medicine anti-Aids usate dai programmi finanziati da donazioni vengono dall’India. Tutti quelli che contribuiscono e aiutano, in Italia, a lottare contro l’Aids e altre malattie nei paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, lo fanno con più efficacia grazie alle medicine low-cost dell’India.

Secondo i dati Unicef del 2009, l’India è il più grande fornitore di vaccini, medicine per bambini e farmaci che aiutano i più piccoli e i più poveri. Ed è solo grazie ai generici. Tutto questo potrebbe finire presto grazie a noi europei. Infatti l’Unione Europea sta cercando di siglare un accordo di Libero Commercio con l’India (l’FTA) che in pratica dovrebbe bloccare l’esportazione di queste medicine verso altri paesi. Il compromesso sarebbe quello di lasciare che l’India continui a produrre per i propri poveri, ma tagliare le esportazioni ai poveri del resto del mondo.

Come ci riuscirà? L’Accordo prevede di togliere autorità ai tribunali e alle leggi indiane trasferendo le dispute sulla proprietà intellettuale ai tribunali internazionali. E anche Stati Uniti, Canada, Messico, Vietnam e Malesia stanno negoziando un simile accordo commerciale (Pacific Free Trade agreement) con l’India con un impatto uguale sui generici. Oggi la Cipla produce una cura di farmaci anti-Aids che costa 80 dollari l’anno, cura che fino a pochi anni prima riusciva già a vendere a 300 dollari l’anno, farmaci che in Occidente costano 10 mila dollari l’anno.

Diventa facile capire che se in Africa e Asia si tornasse a queste cifre, le profezie catastrofiche di Sibide, direttore di UNAIDS, sui milioni di morti che ne conseguirebbero, diventerebbero certezze.

 

 

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano – versione con foto a questo link)

Mostra commenti ( )