Inconsapevoli lavoratori digitali

La signora Gabriela Rajas-Lozano, dopo aver compilato l’ennesimo captcha, anzi il re-captcha di Google, e aver dimostrato alla macchina per l’ennesima volta di esser umana, si convince di non esser affatto partecipe del meraviglioso mondo dell’economia della condivisione del web, ma di esser solo manodopera sfruttata a costo zero a beneficio dei profitti delle imprese della Silicon Valley e intenta una causa collettiva per dar voce alla massa di inconsapevoli lavoratori digitali.

La vicenda è intrigante e consente qualche riflessione. Tutti abbiamo provato il disagio da captcha, acronimo di “Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart”: sono quelle paroline distorte o quei particolari di immagini da decifrare (con i numeri civici di Street View o alcuni oggetti da taggare) che sono una specie di test di Turing al contrario. Noi umani dobbiamo dimostrare alle macchine intelligenti all’altro capo della rete di esser tali, cioè umani, per escludere gli insidiosi bot (robot) che sfruttano le piattaforme, intasandole e alterandone il funzionamento.
La piattaforma reCAPTCHA di Google, utilizzata da molti siti web, richiede l’inserimento di ben due parole distorte, ma secondo Rojas-Lozano, la seconda parola non ha nulla a che fare con il test, ma semplicemente è una forma di surrettizio lavoro distribuito, imposto agli utenti per integrare le carenze dei sofisticati algoritmi di riconoscimento testuale o di immagine, e per insegnare alle macchine a leggere e interpretare parole, numeri e oggetti.

In sostanza, lamenta ROJAS-LOZANO, Google, sfruttando la manodopera degli utenti del web, sviluppa e implementa algoritmi di machine learning, per text e image mining, da cui trae enormi profitti: quello degli utenti è un vero e proprio lavoro, non dichiarato dal committente e ovviamente non retribuito.

Alcuni giorni fa il Giudice Scott Corley del Tribunale della California ha respinto le argomentazioni di Rojas-Lozano.

La vicenda giudiziaria, al di là del merito, tocca aspetti interessanti legati alla produzione del valore nel mondo dell’economia digitale e rivela molto di ciò che Internet era nell’immaginario delle origini e di come è oggi percepito il web, dove oggettivamente dominano poche multinazionali della Silicon Valley in grado di estrarre rilevante profitto da ogni micro-attività compiuta in rete dagli utenti.

La condivisione e la creazione di valore grazie all’apporto di molti (più o meno consapevole e volontario) sono nel DNA di internet e sono anche la base dei nuovi modelli di business e della cosiddetta. sharing economy. È inevitabile che il tema del lavoro e della manodopera assuma nel mondo digitale declinazioni inedite a fronte dello sfrenato neoliberismo che governa la rete. Gli aspetti più evidenti sono la tecno-precarizzazione di modelli alla Uber o piattaforme come AmazonMechanical Turk che consente micro lavoretti “umani” per pochi centesimi. È la Gig Economy.

La vicenda Rojas-Lozano aggiunge un piccolo tassello alla complessità del tema.
Ogni volta che compiliamo un captcha, ma anche quando postiamo e linkiamo un video, tagghiamo una foto su Facebook o semplicemente carichiamo immagini in cloud, noi forniamo “cibo” agli algoritmi; e non sto parlando solo di dati personali. Quello è un altro problema. Parlo delle banali attività che quotidianamente compiamo online, su richiesta delle piattaforme che utilizziamo. Le “loro” macchine intelligenti, grazie al “nostro” lavoro di utenti, accumulano dati (non necessariamente personali) e imparano progressivamente a svolgere compiti sempre più sofisticati, consentendo così di realizzare lucrosi prodotti ad alto valore aggiunto. Ognuno di noi è dunque inserito, più o meno consapevolmente, nel ciclo produttivo dell’economia digitale, non solo come consumatore, ma come prestatore d’opera, parte essenziale della catena del valore.

La nostra attività in rete può in alcune circostanze esser definita “lavoro”? Il tema posto da Rojas-Lozano merita attenzione? Marx avrebbe oggi qualcosa da dire?

In Francia (ma si sa, i francesi su Internet sono dei veri rompiballe) dopo il bel saggio di Antonio Casilli e Dominique Cardon Qu’est-ce que le Digital Labor?, la rivista INAGlobal dell’Istituto Nazionale dell’Audiovisivo francese ha dedicato al tema un numero speciale e invita universitari, imprenditori ed attivisti a sviluppare un dialogo costruttivo sulle differenti sfaccettature dei fenomeni sociali e culturali connessi al digital labor.

Ci avevano spiegato, e in parte lo avevamo capito, che per i G.A.F.A. (Google, Apple, Facebook e Amazon), noi utenti siamo il prodotto. Ora prendiamo coscienza che siamo anche mano d’opera, inconsapevole forza lavoro. Fruiamo a titolo gratuito di strumenti straordinari, ogni giorno più sofisticati (traduttori, mappe, servizi cloud, messaggistica, motori di ricerca…) e i benefici ben possono compensare il lavoro svolto. Sempre che di lavoro si possa parlare. E sempre che se ne abbia contezza. Ma l’equilibrio costi/benefici (e tra i costi e i benefici vi sono diritti fondamentali) diviene progressivamente più instabile e critico al crescere delle disparità tra l’utente (consumatore/lavoratore) e i gestori delle piattaforme, in termini di potere contrattuale, di consapevolezza e di scelta, e ovviamente di profitto.

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