La storia del braccialetto elettronico

Nell’epoca della sorveglianza totale e di massa, in cui tutti siamo spiati e profilati, la storia tutta italiana del braccialetto elettronico da applicare agli indagati ed ai condannati sottoposti a misura domiciliare, benché sia storia nota, merita qualche considerazione, perché emblematica di come facciamo le cose qui da noi.

Il braccialetto elettronico nasce in Italia 14 anni fa, nel 2000, ovviamente con l’immancabile decreto d’urgenza: non ricordo se nel caso l’emergenza fosse determinata dal fatto che i delinquenti uscivano dal carcere troppo facilmente o se con troppa facilità vi entravano (dipende dal tasso di garantismo presente al momento sui media), ma in ogni caso, col senno del poi,  il titolo del Decreto Legge era ed è significativo “Disposizioni urgenti per l’efficacia e l’efficienza dell’Amministrazione della giustizia”.

Nel febbraio 2001 viene emanato il Decreto Ministeriale 2/2/2001 che contiene le “modalità di installazione ed uso e descrizione dei tipi  e delle caratteristiche del mezzi elettronici destinati al controllo delle persone…”. Quel disciplinare tecnico, vecchio ormai di 14 anni, detta a tutt’oggi le regole della sorveglianza e prevede l’utilizzo di una linea telefonica fissa, ISDN o analogica, al domicilio: non è previsto l’uso di tecnologie satellitari (GPS) né di reti di telefonia cellulare. Non è neppur nominata l’ADSL, che nel 2001 iniziava a diffondersi. Valutata la popolazione che più frequentemente fruisce dei servizi carcerari, buona parte della quale non ha neppure un domicilio degno di questo nome, era facile ipotizzare difficoltà di applicazione, a meno di non cablare decine di abitazioni. Forse poteva esser un’occasione per colmare il digital divide e portare internet nelle case di delinquenti o presunti tali, ma dubito fosse questo lo spirito della norma.

Dal 2001 al 2003 vi è una prima sperimentazione in 5 province. Personalmente non ho ricordo di un solo caso di applicazione del braccialetto elettronico a Torino (che era sede sperimentale), ma il Ministero dell’epoca deve aver avuto meravigliosi riscontri perché nel 2003 il servizio viene esteso a tutta l’Italia affidando la gestione di tutte le fasi, manco a dirlo, alla Telecom Italia S.p.a. che per otto anni diviene di fatto il gestore esclusivo dell’intero delicato servizio. I numeri di questa disastrosa operazione sono noti a tutti perché contenuti nella relazione della Corte dei Conti  (a pagina 51 e segg) che merita di esser letta: al 31.12.2011 i braccialetti elettronici  attivati sono  complessivamente 14. Il Ministero (leggasi noi) ha speso 81,3 milioni di euro per 14 dispositivi utilizzati. In otto anni ogni braccialetto è costato quasi 6 milioni di euro.

Anche il prosieguo della storia è un’affresco impietoso dell’Italia peggiore.

Nonostante a novembre 2011, all’approssimarsi della scadenza della convenzione con Telecom, il nuovo Ministro della Giustizia del Governo Monti sollevi  dubbi e richieda  un approfondimento sulla funzionalità dei braccialetti e un ripensamento del sistema, l’attuale Ministro Cancellieri, che con telefonate e telefoni ha un rapporto particolare, rinnova in fretta e furia  la convenzione con Telecom. Nessuna verifica tecnica (magari confrontando i sistemi di elettronic tagging utilizzati all’estero), nessuna modifica del datato disciplinare di cui al DM 2/2/2001, e soprattutto nessuna gara d’appalto: con trattativa diretta la Telecom S.p.a. si aggiudica altri 7 anni di gestione dei preziosissimi bracciali ad un costo pressochè invariato.

Il rinnovo della convenzione viene attenzionato dalla Procura presso la Corte dei Conte e al ministero viene istituita l’immancabile Commissione “di alto profilo istituzionale e professionale” per indagare sul caso.

Nel frattempo il Tar del Lazio, su ricorso di Fastweb, dichiara inefficace la convenzione, non essendo giustificata una trattativa diretta senza una gara pubblica, ma il Consiglio di Stato rimette la questione della sorte del contratto annullato alla Corte di Giustizia Europea e dunque a tutt’oggi la gestione dei bracciali rimane in mano a Telecom.

A settembre 2012 come detto, la Corte dei Conti stigmatizza lo sperpero di denaro pubblico.

Intanto i vari governi provano ad incentivare l’uso dei braccialetti con diversi interventi  normativi (ovviamente tutti d’urgenza), l’ultimo dei quali in approvazione in questi giorni, l’ennesimo inutile decreto svuota-carceri. Nulla da fare: al 2013 i braccialetti attivi risultano 55. Il costo per quell’anno è, come da contratto, di poco meno di 10 milioni di euro, da versare a Telecom.

In ultimo, per dare un po’ di colore nostrano alla vicenda già di per sé sconfortante, si provvede a generare  l’immancabile conflitto di interessi: a pochi mesi dal rinnovo della convenzione, il figlio della Ministro Cancellieri viene assunto in Telecom come alto dirigente nel settore finanza. Sono certo che la scelta sia dovuta al prestigioso curriculum del Pelosi ed ai risultati ottenuti quando lavorava per i Ligresti in FondiariaSai, ma certo si poteva evitare.

Questa è la storia del braccialetto elettronico in Italia, che con il nuovo decreto in via di approvazione dovrebbe esser applicato a tutti gli indagati/condannati ai domiciliari e che dovrebbe esser una delle misure strutturali per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Un capolavoro di inefficienza che genera notevoli problemi anche da un punto di vista giuridico.

Inizio a capire perché, secondo le rivelazioni di Snowden, l’NSA e la britannica GCHQ abbiano ritenuto di non avvalersi della stretta collaborazione dei nostri Servizi nella rete di spionaggio globale. Se in otto anni, per sorvegliare per qualche mese 14 indagati agli arresti domiciliari si spendono oltre 81 milioni di euro affidandone il compito ad una società di telecomunicazioni privata, forse è meglio lasciar perdere.  E questa è l’unica (amara) buona notizia.

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