Corsari francesi all’attacco del Pubblico Dominio

Il 15 gennaio il Ministro della Cultura e della Comunicazione francese ha annunciato la sottoscrizione di due accordi per la digitalizzazione di una parte di opere letterarie e musicali detenute dalla Bibliothèque nationale de France (BnF).
La società ProQuest si occuperà di digitalizzare circa 70.000 libri stampati tra il 1470 ed 1700, mentre Believe Digital e Memnon Archiving Services riverseranno in byte circa 200.000 supporti fonografici a 78 e 33 giri.
Detta così è una buona notizia e non è una novità. Molte sono le iniziative per la digitalizzazione dei patrimoni delle nostre biblioteche e discoteche. Il problema è normalmente quello della fruibilità delle opere digitalizzate che, divenute potenzialmente accessibili su internet, sono in realtà bloccate per l’intricato sistema dei moltiplicati diritti d’autore e connessi, e per il rischio della temuta pirateria.
La notizia francese però è particolare.
Tutte le opere oggetto dell’accordo sono infatti opere ritornate o rimaste nel pubblico dominio. Non c’è copyright: chiunque possiede i diritti di utilizzo e di sfruttamento.
Abbiamo tutti, teoricamente, il diritto di copiarle, di stamparle, di diffonderle e condividerle, di modificarle, trasformarle e di venderle (le opere ovviamente, non i supporti che sono della BnF).
Una volta tanto quel patrimonio può esser appieno condiviso senza vincoli. Qui la pirateria non fa paura.

Solo che, dove non ci sono i pirati, ci sono i corsari, almeno in Francia.

Gli accordi annunciati prevedono infatti a favore delle società private coinvolte un diritto esclusivo di sfruttamento economico sulle opere digitalizzate per 10 anni.

ProQuest, ad eccezione di 3.500 titoli su 70.000, non dovrà mettere le opere digitalizzate a disposizione del pubblico su Gallica, la biblioteca digitale pubblica, ma potrà commercializzare l’accesso a quel patrimonio di pubblico dominio per 10 anni. Solo dopo 10 anni le opere torneranno accessibili a tutti.
Anche l’accordo di digitalizzazione dei vinili parrebbe prevedere un diritto di distribuzione esclusiva in capo a Believe Digital, che potrà posizionare le opere musicali sulle principali piattaforme (tra cui immaginiamo ITune e Amazon). Il tutto a pagamento, posto che, si legge nel comunicato del Ministero della Cultura, “i proventi derivanti dagli accordi di collaborazione saranno reinvestiti per nuove digitalizzazioni”.

Proprio come i corsari
Belive Digital e ProQuest infatti con gli accordi ottengono dallo Stato francese una sorta di “lettera di corsa” e sono autorizzati ad impossessarsi di ciò che loro non è, escludendo i legittimi titolari dei diritti, ovvero la collettività.
Come i corsari, che al pari dei pirati depredavano, ma in nome del Re.

Ci eravamo ormai abituati, se non rassegnati, alla sindrome di Mickey Mouse, ovvero alla progressiva estensione da parte dei legislatori dei diritti d’autore all’approssimarsi delle scadenze delle privative su particolari e redditizie opere. In america nel 1998 il copyright fu portato da 75 a 95 anni dopo una provvidenziale visita di Topolino a Capitol Hill: il topo si stava avviando verso il pubblico dominio (era nato 70 anni prima, nel 1928) e fu emanato quello che è stato definito il Mickey Mouse Protection Act. Nel 2011 in Europa da 50 si è passati a 70 anni, e non è difficile capire quali opere musicali pubblicate negli anni ’60 potessero impensierire i produttori musicali.

Con la vicenda francese si assiste ad una estensione al contrario, e con accordi discutibili (e dalla dubbia validità giuridica) si crea di fatto una privativa a ritroso, sul passato remoto.

Ovviamente le reazioni in rete non si sono fatte attendere.
Philippe Aigrain, uno che di queste cose ne sa, spiega sul suo blog la genesi del disastro e le ragioni dello scandalo e le associazioni COMMUNIA, Open Knowledge Foundation France, La Quadrature du Net, Framasoft e Regards Citoyens stanno preparando un documento comune per sollevare il caso a livello parlamentare.
Un interessante post sul blog Ralentir travaux racconta con concretezza i danni per insegnanti e studenti.

Vien da rammentare al Ministro della Cultura Francese e al Direttore della Bibliothèque nationale de France la frase di Victor Hugo che introduce il Manifesto del Pubblico Dominio prodotto nell’ambito del progetto europeo COMMUNIA.

Il libro, in quanto libro, appartiene all’autore, ma in quanto pensiero appartiene – senza voler esagerare – al genere umano. Tutti gli intelletti ne hanno diritto. Se uno dei due diritti, quello dello scrittore e quello dello spirito umano, dovesse essere sacrificato, sarebbe certo quello dello scrittore, dal momento che la nostra unica preoccupazione è l’interesse pubblico e tutti, lo dichiaro, vengono prima di noi”. (Victor Hugo, Discorso d’apertura al Congresso letterario internazionale del 1878)

E se vale per gli autori, valga per gli editori digitali.

L’unica speranza è che a fronte di alcuni corsari ci siano tanti pirati: per condividere, legittimamente, su ogni sito, e su ogni rete, quelle opere surrettiziamente sottratte al pubblico dominio.

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