Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Abolire gli avvocati?

17 gennaio 2012

Il Consiglio Nazionale Forense ha approvato il Manifesto Unitario dell’Avvocatura contro le liberalizzazioni del governo e varato una mobilitazione della categoria. Come i taxisti, i farmacisti, notai o benzinai: tutti a difendere un orto sempre più parco di frutti, ma pur sempre cintato. È questa l’inevitabile considerazione. Poiché appartengo alla categoria, mal tollero di passare per l’ennesimo difensore di residuati fossili di antiche corporazioni.

Che poi, non è che noi avvocati ci si debba mobilitare tanto: abbiamo un esercito di parlamentari che se indossano la toga al momento di votare, affossano qualsiasi riforma sgradita. Una ragionata ostilità contro l’avvocatura trova buone e facili argomentazioni. Nella professione legale regole apparentemente anacronistiche bloccano la strada a giovani capaci di affrontare con il piglio dei nativi digitali le vere sfide della competizione globale e della nuova società dell’informazione. Oggi a ventotto anni se ti va bene sei un praticante mal pagato o, se sei proprio bravo, fai l’avvocato presso qualche studio che ti fa trottare da mattino a sera per ottocento euro. Entri allora il mercato e la concorrenza, e si abroghino i minimi tariffari: chi non si adegua lasci il campo.

Che poi, non è che le liberalizzazioni possano modificare più di tanto l’attuale situazione, almeno per gli avvocati. Siamo circa 210 mila in Italia: più di 4 avvocati ogni 1000 abitanti, minorenni e infanti inclusi. A Torino, dove lavoro, c’è un avvocato ogni 150 abitanti, e non è che tutti e 150 vanno dall’avvocato. A Roma è peggio. Le tariffe? Il problema per chi inizia la professione (e non solo) è trovare i clienti e farsi pagare, non “quanto” farsi pagare.

Che poi in questa smania di deregolamentazione della professione non è che si riesca tanto a scorgere i vantaggi per i cittadini e in generale per l’’economia italiana. Se invece di 210 mila fossimo 400 mila, con in più le grandi società di capitali che finanziano “law firm” piene di aggressivi avvodipendenti, siamo sicuri che il pil italiano crescerebbe o che si ridurrebbero i costi per gli utenti della giustizia?

Mi viene in mente il giudice che mentre ascolta l’arringa dell’avvocato pensa: «una causetta da nulla, che si sbrigherebbe in cinque minuti, si gonfia, se è affidata al fiato degli avvocati, peggio di un pallon volante. Se non ci fossero gli avvocati ci sarebbero meno cause. Perché i processi li metton su gli avvocati, coi loro cavilli e le loro bugie. E non ci sarebbero più nel processo le sottigliezze escogitate dai legulei: non ci sarebbero più questioni di competenza, né appelli, né ricorsi in cassazione. Se non ci fossero gli avvocati la giustizia si svolgerebbe alla buona… celermente».

Qualcuno il pensiero l’avrà fatto: più che liberalizzarla, la professione andrebbe abolita. 400 mila avvocati che cosa faranno, se non cause su cause? Per pochi euro si potranno “adire le vie legali”, poi si vedrà; con buona pace della già sofferente macchina giustizia. Chi frequenta i tribunali vede denunce che generano processi il cui esito dovrebbe condurre in galera non l’imputato o il denunciante, ma il legale. Il lavoro dell’avvocato genera per lo Stato dei costi. Se si ragiona in termini meramente economici, di concorrenza e mercato, la professione non va affatto liberalizzata: al più va abolita. Oppure rigidamente regolamentata.

E qui sta il punto.
In epoca fascista il problema degli avvocati era apparentemente l’opposto di oggi: alla fine degli anni ’30 il regime voleva di fatto cancellare la libera professione, per statalizzarla. L’avvocato, o meglio la difesa del cittadino nel processo, doveva esser rappresentata da un funzionario dello Stato, al pari del Giudice (e del Pubblico Ministero oggi). Un bel vantaggio per uno stato autoritario.

A opporsi in quel tempo difficile alle velleità del governo fascista fu tra gli altri Pietro Calamandrei. Nella sua prefazione all’edizione del 1938 di “Elogio dei giudici scritto da un avvocato” (libro straordinario sul quale tutti i legali dovrebbero sostenere un esame) egli spiega da par suo quali valori essenziali per la giustizia (e la democrazia) si celino dietro la professione di avvocato e quanto il concetto di indipendenza sia fondamentale.
Ebbene, che si sia a favore o fieramente contrari alle modeste proposte di deregolamentazione del governo Monti, è sorprendente come le ragioni di Calamandrei siano straordinariamente attuali. Oggi a riformar l’avvocatura non è un regime autoritario di natura politica, ma, con modalità contraria, la miope fede nel mercato e nella concorrenza. E sì che mercato e concorrenza non stanno dando il meglio di sè.
Leggendo le parole di Calamandrei scritte nel 1938 si comprende come sia una iattura per la giustizia, e non per gli avvocati, tanto il tentativo di trasformare l’avvocato in un burocrate statale, quanto la miope visione di una professione legata unicamente al profitto, con un dichiarato asservimento a logiche imprenditoriali, di mercato e di concorrenza.

Scriverebbe oggi Pietro Calamandrei: il tramite necessario attraverso il quale la giustizia viene a contatto con i cittadini è, prima che il giudice, l’avvocato. Chi chiede giustizia e chi subisce ingiustizia, può non conoscere il nome del proprio giudice, ma deve conoscere il proprio avvocato, e aver fede in lui come in un amico liberamente scelto. E chi volesse trasformar l’avvocato in un imprenditore votato esclusivamente al profitto e sottoposto alle regole del mercato, con ciò non soltanto chiuderebbe il varco alla comprensione umana che segue la libera elezione delle amicizie, ma chiuderebbe altresì la sola porta attraverso la quale può passare la fiducia nella giustizia dello Stato. Perchè una delle virtù dell’avvocato, diceva ancora Calamandrei, è la tendenza, inversa a quella dei giudici, “ad ammollire sotto la fiamma del sentimento il duro metallo delle leggi, per meglio formarle sulla viva realtà umana”.

Ma questa virtù, al di là della tecnica e della preparazione, dell’efficienza e della convenienza economica, è data solo dalla passione, dalla generosa lotta per il giusto e dalla ribellione ad ogni soperchieria. Dubito che queste caratteristiche, pur presenti, siano oggi chiaramente riconoscibili nell’avvocatura, e di ciò siamo noi avvocati i primi responsabili: ma non vi è dubbio che la blanda deregolamentazione dell’avvocatura proposta dal governo null’altro sia se non una certificazione al ribasso. A motivare gli interventi vi è solo la salvifica autorità del mercato e della concorrenza: troppo poco per legittimare interventi su di un ingranaggio fondamentale della giustizia.

Solo là dove gli avvocati sono indipendenti, i giudici sono imparziali; solo là dove gli avvocati sono rispettati, sono onorati i giudici (ancora Calamandrei). Non credo sia necessario gridare all’attentato alla professione per i provvedimenti annunciati, ma è certo che dove si riduce la professione di avvocato a mero agente economico mosso da logiche imprenditoriali – come a mero burocrate dello Stato – lì la missione di render giustizia sarà più ardua, se non impossibile. E con ciò passerò inevitabilmente come il difensore di anacronistici privilegi.

TAG:
  • alice

    Di caste e privilegi io ne percepisco tanti, sulla mia pelle, ogni giorno. Non è pigrizia, la mia. L’esame di ammissione, se serio, è utile. Ma purtroppo, l’esperienza mi e ci insegna che tanto serio l’esame in Italia non è: basti pensare a quei giovani praticanti-futuri avvocati che, pur avendo superato la prova scritta a dicembre, si re-iscrivono all’esame scritto del dicembre successivo, e questo solo perchè il loro esame orale è previsto a gennaio o a febbraio o ancora dopo. E’ serio questo? E’ rispettoso del nostro futuro, o ci fa perdere anni inutilmente e ingiustamente?
    In Germania si sostengono addirittura due esami di stato: il primo subito dopo la conclusione degli studi universitari, ed è condizione necessaria per l’inizio del tirocinio; il secondo si affronta al termine del periodo di pratica, che è si biennale, ma si articola in 4 semestri TUTTI SALARIATI/RETRIBUITI, da svolgere rispettivamente presso un magistrato, uno studio legale, una azienda e infine, l’ultimo a scelta.
    L’esame in Germania è molto difficile ed è lo stesso per accedere alla professione di avvocato, magistrato o notaio: la distinzione avviene in base ai voti conseguiti all’università e al voto dell’esame stesso. Quindi la fatica viene anche un po’ premiata; e pure l’impegno. E la frustrazione derivante dal non potersi mantenere mentre si fa la pratica è eliminata con due semplici regole: 1) il tirocinio si inizia se si passa l’esame, altrimenti NON ha senso essere ‘sospesi’ per due anni in una zona grigia; 2) il tirocinio è davvero formativo ed è RETRIBUITO, dando quindi valore e dignità alle 10 ore che il praticante spende in studio.
    E’ un privilegio avere della manodopera gratuita a disposizione; ed è anche un privilegio che ‘insegnare a fare cancelleria’ si trasformi poi in un segretariato permanente e gratuito. Confido che non sia sempre così, ma a giudicare dai ‘rumors’ tra praticanti ho la netta sensazione che in molti casi lo sia.
    Evidentemente poi, l’avvocatura è una casta. La paura del cambiamento che emerge anche solo leggendo le prese di posizione del CNF, non può non confermare questa visione. Non è necessariamente negativo che sia una casta, è negativo che la casta si schieri compattamente a difesa di se stessa: niente potrà mai cambiare, fintanto che non si troverà qualcuno disposto a farlo. Liberalizzare potrebbe stimolare gli avvocati esistenti ad innovarsi, mettersi in discussione, dare credito alle giovani competenze, idee e passioni. Forse opererebbe quale stimolo, in un settore fermo e immutabile dal 1933-34 (le date della legge professionale).
    Diversamente quale motivo avrebbe un giovane come me per restare in Italia?
    Al momento, io non ne ho nessuno. Chi mi ha fatto percepire le mie idee, i miei scritti, il mio lavoro ‘pratico’ come utili e valevoli non si trova qui; e così molti altri come me, sfuggono ad un regime che annienta ogni slancio residuo. E fanno bene.

    • carlo

      alice, facciamo della dietrologia facile facile. in che cosa dovrebbero consistere queste liberalizzazioni? retribuzione del praticantato? sono perfettamente d’accordo. controlli più severi sull’operato di praticanti e colleghi? anche qui: d’accordo (ma chi li fa se aboliamo gli ordini?).
      per il resto, però, i provvedimenti ventilati mi sembrano gli ennesimi favori a chi vuole, da sempre e per motivi non certo nobili, un’avvocatura asservita ed asservibile. nomi e cognomi? 1) Banche e Assicurazioni: non capiscono perché non possono avere dei dipendenti che vadano a difenderli in tribunale per 1.500 euro al mese. 2) INPS: prima o poi riuscirà nel piano di mettere le mani su cassaforense (e sugli altri enti previdenziali dei professionisti): una categoria indebolita e svilita fa certo comodo in questo senso. 3) la burocrazia statale (ebbene sì!): al di là delle facili ironie gli avvocati sono spesso l’estremo cuscinetto tra i cittadini e i piccoli e grandi abusi e soprusi che gli apparati statali cercano di infliggere quotidianamente: dalle multe stradali ai processi penali fondanti sul niente, da equitalia ai recuperi crediti.
      per esperienza (ho 36 anni, 2 di pratica e 9 di professione) dico che quelli bravi passano gli esami (se non alla prima alla seconda occasione). quelli bravi trovano i clienti e se li tengono. quelli bravi non sfruttano i praticanti e danno loro possibilità concrete. questa realtà esiste, e non si fa neanche troppa fatica a trovarla.
      certo non è una professione facile ma, appunto, è una *professione*: non un mestiere, non un lavoro qualsiasi, men che meno un lavoro di “mercato”. una professione in cui, scusa la retorica, la gente ti mette in mano pezzi di vita, a volte anche molto importanti. ed è giusto che quella gente abbia garanzie minime che la fiducia sia ben riposta. quelle garanzie non le può dare il mercato, non le può dare la logica dei prezzi e dei preventivi…

  • isil

    Solo una vera selezione può rendere il mercato libero.

  • massimo55

    “E con ciò passerò inevitabilmente come il difensore di anacronistici privilegi.”

    Manfatti.

  • Pingback: Abolire gli avvocati? | Ordine Avvocati Agrigento

  • mirumir

    Carlo, ti offro un esercizio d’immaginazione: Calamandrei aveva mai preso la ryanair?
    Per rimanere nel tono e nel linguaggio che hai usato nell’articolo, ti cito un aneddoto: sono un meridionale che lavora a milano, tornando giù una volta su un aereo irlandese, ho sentito un tipo salire sull’aereo tutto felice e chiamarlo SAN-RYAN (prima ancora della mossa secessionista di trenitalia).
    Immagina allora tutti quelli che oggi un avvocato non se lo possono permettere, o che devono fare delle rinunce per pagare delle cause. Immagina (anzi no lo conosci bene) il potere economico discriminatorio delle tariffe.
    Adesso immagina un modo che (nelle intenzioni) migliori, (nei sogni) risolva la situazione.
    Quanta gente considererebbe allora gli avvocati dei “santi”?
    santi… molto più che amici soprattutto in Italia…

  • carlo

    mirumir: non so che realtà forense conosca tu. in quella che conosco io (da oltre un decennio) le persone non abbienti hanno il patrocinio a spese dello stato. quelle che non possono accedere al beneficio trovano *sempre* accordi con un avvocato per pagamenti rateali, sconti sulle tariffe ecc.
    ma pensate davvero che ci sia qualcuno che usa il tariffario – e le minime – nei rapporti con i privati?! i tariffari, di fatto, sono utilizzati fondamentalmente in tre circostanze: 1. all’esito di una causa, ossia quando è *un giudice* a stabilire quanto devo prendere dalla mia controparte. 2. nei rapporti con banche, assicurazioni ed enti pubblici, quando di solito (almeno prima dell’abolizione dei minimi del 2006) si contratta prima del giudizio su che fascia ci si attesterà. 3. quando *non si viene pagati dai clienti*, cosa che avviene molto molto spesso: in quel caso bisogna redigere una parcella sulla base del tariffario, che di solito sarà più alta di quanto si era domandato in precedenza al cliente insolvente, e bisogna agire in giudizio per il recupero, come in qualsiasi altro caso.
    pensaci bene: i lavoratori hanno i minimi salariali (lasciamo perdere le quantità, restiamo al concetto di “minimo garantito per la prestazione lavorativa”), nell’edilizia ci sono i prezziari regionali, il prezzo dei farmaci è stabilito per legge, persino gli sconti sui libri sono stati contingentati. perché solo le tariffe minime dei professionisti, stabilite per legge, mica arbitrariamente dagli ordini, destano questo scandalo?

  • mirumir

    Allora Carlo, io ritengo che le spese legali siano una buona forma di intimidazione nei contenziosi fra le parti che abbiano un diverso potere economico, mettiamola così:).
    Per quanto riguarda il tuo discorso sulle tariffe, ti vorrei far notare che non paga pantalone, anche perchè pantalone ha finito i soldi: indi in tutti i casi in cui “non paga il cliente” (e anche quando paga lui) il costo ricade sulla comunità.
    Il finale sui minimi, mi sembra un po il discorso del tutti rubano perchè devo finire in carcere io? La domanda vera è, un buon avvocato cosa ha da temere dalla competizione? Se il mio salario(prezzo) corrisponde alla mia produttività (serivizio) perchè dovrei guadagnare di meno? Perchè secondo me il punto è che con la paura delle liberalizzazione le corporazioni finiscono per difendere gli interessi di quei (pochi spero) che non offrono un servizio adeguato o che speculano sull’asimmetria dell’informazione del rapporto cliente/avvocato.

  • carlo

    “le spese legali siano una buona forma di intimidazione nei contenziosi fra le parti che abbiano un diverso potere economico”, dici tu. ok, lo posso capire, ma pensi che sia stata prospettata una soluzione a questo problema? quale sarebbe? il costo di una causa, per quanto concerne la parcella dell’avvocato, è dato da diversi fattori. tra questi gli avvocati onesti (ne conosco molti) devono inserire e considerare, per obbligo deontologico, le possibilità economiche del proprio assistito e l’esito del contenzioso (se perdi la causa ti chiederò ragionevolmente di meno rispetto ad un esito vittorioso).
    ancora: se un cliente non mi paga in che modo il costo ricadrebbe sulla comunità? è un problema mio e solo mio, come l’insoluto è un problema (reale e gravissimo) di qualsiasi commerciante o imprenditore.
    il finale sui minimi stava solo a significare che questi, in diversi ambiti professionali e lavorativi, costituiscono un sistema efficiente per fornire garanzie ad entrambe le parti contrattuali, senza nessuno scandalo.
    la mia sensazione è che molti di quelli che gridano “ben vi sta, aboliamo tariffe e privilegi!” non siano (fortuna loro) mai stati in uno studio legale, e che si accodino ad una sorta di “tendenza” sospinta da una immotivata invidia sociale e dagli interessi dei soliti noti.
    da ultimo, io non temo la competizione, semplicemente non ritengo che la logica mercantile non possa e non debba applicarsi alle libere professioni. un professionista non lavora sulla quantità, sui ricarichi e su margini percentuali. se ci costringeranno a ragionare sul semplice rapporto costi / benefici / profitti i primi a trarne svantaggio saranno i nostri clienti.

  • thomasb

    certo, ci sono dei problemi di inserimento nel mondo del lavoro per le professioni forensi ed è vero che si vedono professionisti che sfruttano i praticanti, ma c’è anche chi lo accetta di buon grado. resta il fatto, secondo me, che l’ambiente va tutelato e non lo si tutela certo inserendolo nel circuito del mercato “commerciale”. quello che secondo me dobbiamo rivendicare è l’orgoglio di appartenere ad una “casta” non tale per privilegi economici(nei tempi assottigliati) o di potere, ma una “casta” perchè abbiamo il privilegio di fare una professione (e non mestiere) che, se affrontato con serietà, ci mette davanti a scelte e responsabilità delicatissime. non voglio entrare nel merito della questione liberalizzazione perchè credo che l’avv. blengino l’abbia fatto egregiamente, ma ci tengo a reclamare il diritto della nostra generazione di praticanti a non esser visti come persone avide di compensi e vuote di contenuti, giuridici, morali o culturali che siano. l’ambiente in cui arriviamo non è dei più felici e non per colpa nostra. premetto che sono molto soddisfatto della realtà in cui mi inserisco(cuneo), ma non può negarsi che oggi l’avvocato sia visto male, peggio rispetto ad una volta. credo che se si vuol veramente scacciare il rischio di esser visti come profittatori od avvoltoi – castigati da norme umilianti – sia opportuno riacquistare orgoglio e dignità, cose che credo nessun governo, di nessun colore potrà mai fare. solo i professionisti possono.

  • http://www.finanzablog.info/ finanza

    eh sarebbe troppo bello