Crescere figli maschi come farfalle

Lo scorso otto marzo la mia amica Lea mi mandò questo messaggio su suo figlio Jacopo, che ha cinque anni e un gemello di nome Tommaso:

«Jacopo ieri sera era disperato perché non capiva perché ci fosse una festa della donna e non dei maschi. Gli ho spiegato perché esisteva e lui mi ha detto che non capisce perché se oggi posso fare l’avvocato mi serve una festa che non c’è per i maschi. Ho cercato di fregarlo dicendo che però c’era la festa dei gemelli; ci ha pensato e mi ha detto che non c’entra niente, è un altro tipo di festa, e che lui vuole le gentilezze anche se è maschio, come gli ha detto di fare la maestra con le femmine. Piangeva. Mi ha detto “allora mamma io voglio che la cancelliamo SUBITO”».

È un episodio che mi torna in mente spesso e che mi fa chiedere se nel cammino per la parità e l’emancipazione non ci stiamo perdendo pezzi e creando nuovi squilibri, dimenticando che il punto di arrivo si raggiunge solo con un percorso speculare, di donne e uomini. La spiegazione che abbiamo pubblicato qualche giorno fa sul Post sul significato delle parole “maschilismo” e “femminismo” – la prima indica la convinzione che gli uomini siano superiori alle donne, la seconda si riferisce al movimento di emancipazione e non sostiene automaticamente una superiorità di genere – è stata accompagnata da discussioni e polemiche, come ogni volta che salta fuori la parola “femminista”. Qualcuno nei commenti ha proposto – con poco senso storico ma molto pratico – di rimpiazzarla con una parola nuova, dallo stesso significato ma senza il peso degli scontri del passato. È una soluzione attraente, anche se la parola che veramente manca è un’altra: l’equivalente maschile di femminista, che forse non esiste perché l’affrancamento degli uomini dagli stereotipi di genere è ancora, o così mi pare, agli inizi.

È un cammino che sono gli uomini a dover intraprendere per sbarazzarsi di ruoli assodati come privilegi ma che sono anche delle gabbie: finirà con maschi che non si vergogneranno di farsi mantenere dalle compagne (che a loro volta non saranno schiacciate dal senso di colpa per la troppa ambizione e l’assenza di cura) e che si offenderanno se qualcuno dirà loro “ma che bravo papà” mentre imboccano il piccolo al parco, come se un padre meritasse un complimento per una cosa che per una madre è il minimo sindacale.

È inevitabile che le donne, per ragioni storiche, abbiano maggior consapevolezza della propria condizione e strumenti per affrontarla, ma c’è uno squilibrio di genere preoccupante: la misera riflessione su come educhiamo i figli maschi, perché non crescano col senso di colpa per colpe non loro («Lea dovrebbe spiegare ai bambini che se c’è la festa della donna è per colpa dei loro padri», ha scherzato un’amica) e dall’altro perché non restino impigliati negli stereotipi. Negli ultimi anni è cresciuta in modo consistente l’attenzione all’educazione delle bambine, che ha portato a libri, giocattoli, cartoni animati nuovi e lontani dagli stereotipi di genere: storie con eroine indipendenti e ribelli, bamboline nel ruolo di astronome e chimiche (come quelle prodotte nel 2012 da LEGO), spot con bambine che si divertono a costruire oggetti e che sognano di fare le ingegnere anziché le baby-sitter.

Per i bambini maschi non è stato fatto niente, o ben poco, di tutto questo: manca l’idea che qualcuno di loro desideri cullare un Cicciobello o dipingersi le unghie di giallo, e che preferisca inventare storie alle avventure all’aria aperta. Sin da piccoli sono incoraggiati a impegnarsi in giochi fisici e competitivi in cui devono primeggiare, e imparano presto a evitare i colori da femmine e a vergognarsi di lati deboli e tenerezze. A otto anni il figlio di una mia amica le chiese di rivestire la copertina piena di cuccioli di un quaderno per non essere preso in giro dai compagni, mentre un’altra amica mi raccontò di quanto fu criticata per aver vestito il figlio di tre anni con il costume di Halloween che desiderava: una splendida farfalla viola. Una delle poche eccezioni che mi vengono in mente è la pubblicità della Barbie vestita da Moschino: uscito nel 2015, è il primo video in cui un bambino – buffo e spavaldo insieme – gioca con la bambola. L’idea era di Jeremy Scott, il direttore creativo di Moschino, famoso per mescolare e sovvertire gli stereotipi, che purtroppo spiegò il video così: «come tutte le ragazze e i ragazzi gay amo Barbie».

Non intendo dire che i bambini maschi vadano spinti a giocare con le Barbie, ma soltanto che non dovremmo preoccuparci o indirizzarli a non farlo se lo desiderano: come le bambine, vanno semplicemente incoraggiati a esplorare e scoprire le inclinazioni e le curiosità del momento. Per questo i giochi, i libri, i cartoni animati per bambini andrebbero ripensati e immaginati con più cura, proprio come si è iniziato a fare per le femmine. E insieme ai giochi, anche i modelli culturali con cui sono presentati i genitori: i papà delle canzoncine e degli albi da colorare non possono essere solo forti e rassicuranti, così come il lavoretto per la festa della mamma non può essere un mazzetto di fiori o un grembiule da cucina, come quello che consegnarono i figli perplessi a un’amica, a lei che non sa bollire manco un uovo.

Il problema è anche che tendiamo a sottovalutare i danni complessivi di come cresciamo i figli maschi. Qualche giorno fa Andrew Rainer ha raccolto sul New York Times una serie di studi su come i bambini maschi siano emotivamente e intellettualmente danneggiati dal modo in cui i genitori per primi parlano loro (si generalizza, ovviamente): un linguaggio molto più involuto e povero, più assertivo e meno empatico di quello utilizzato con le femmine. Rainer ricorda che molti studi mostrano che «il linguaggio di genere mina la fiducia in sé stesse di donne e bambine, così come un numero crescente di ricerche mostra che i messaggi stereotipati hanno conseguenze ugualmente negative per i maschi».

Stando a uno studio del 2014, le madri interagiscono con le parole molto più spesso con le neonate femmine che con i neonati maschi. Un altro studio condotto da ricercatori britannici ha osservato il linguaggio utilizzato dalle madri spagnole con i figli di quattro anni e ha scoperto che con le femmine usano vocaboli e argomenti legati all’emotività più di quanto facciano con i maschi. Lo stesso studio condotto sui padri ha mostrato che le femmine erano più propense a esprimere le loro emozioni quando parlavano coi padri delle esperienze passate; a loro volta i padri esprimevano le loro emozioni più spesso con le figlie che coi figli.

Un altro studio condotto sempre sui padri dalla Emory University nel 2017, ha trovato che con le figlie cantano, sorridono spesso, esprimono i loro sentimenti e usano un linguaggio completo e descrittivo, mentre coi maschi fanno discorsi concentrati sul risultato e sul successo, e utilizzano spesso parole come “vincere” e “orgoglioso”. Queste discrepanze, scrive Rainer, sono secondo gli studiosi tra i motivi dei migliori risultati scolastici solitamente ottenuti da bambine e ragazze rispetto ai maschi. Altre ricerche mostrano che i genitori sono meno perentori con le femmine: non si limitano a vietare una cosa ma ne spiegano anche il motivo.

Rainer cita un ultimo esperimento condotto per trent’anni dal dottor Edward Tronick su neonati di sei mesi e sulle loro madri alla Harvard Medical School: i maschi sono meno capaci delle femmine di gestire le emozioni – e sono quindi più emotivi e isterici – ma le madri insegnano loro in modo istintivo a controllarle più di quanto facciano con le figlie, con il risultato che finiscono per gestirle più delle bambine: la restrizione emotiva dei maschi inizia molto presto ed è impartita dalle mamme.

Questi esempi mi fanno ricordare un video circolato moltissimo per mostrare come l’espressione “da femmina” risultasse negativa e svilente per le stesse bambine e ragazze da una certa età in poi. Le ragazzine a cui veniva chiesto di correre “come corre una ragazza” lo facevano in modo goffo e ridicolo, le bambine fino a sei anni lo facevano invece in modo tosto e coraggioso.

Un fenomeno simile accade attorno a quell’età per i maschi: secondo uno studio portato avanti per due anni dalla biologa Judy Chu, fino a 4-5 anni i maschi hanno la stessa abilità delle femmine nel leggere le emozioni degli altri e coltivare amicizie. Arrivati alle elementari, a volte un po’ prima, cambiano atteggiamento, tramutando l’empatia in distacco, diventando competitivi e tenendo alla larga gli amici. A casa continuano a mostrare lati deboli e tenerezza un po’ più a lungo: devono poter continuare a farlo sentendosi al sicuro, arricchendosi in dolcezza e intelligenza e ricevendo le gentilezze che desiderano, come tutte le bambine, come tutti i bambini.

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