Matrigne malvagie sempre

Da quand’è uscito sul New York Times due mesi fa, ho ripensato più di una volta a un articolo della scrittrice Leslie Jaminson che racconta la figura della matrigna nelle fiabe intrecciandola alla nascita del suo legame con Lily, la figlia di suo marito rimasta orfana a cinque anni: la mamma era morta quando ne aveva tre dopo due anni e mezzo di leucemia. La sua storia – fatta di regali sbagliati, gelati smisurati e chignon tirati su al volo per la lezione di danza – vale da sola la lettura mentre accompagna la ricostruzione storica e letteraria riassumibile in: le matrigne delle fiabe sono sempre cattive, anche nelle fiabe moderne (persino Harry Potter), e se ti ritrovi a crescere un bambino che non è tuo e che è rimasto senza mamma non è con leggerezza che ti avvicini alla favola della buonanotte: quando Grimilde entra in scena ti chiedi se lui riconosca un po’ te stessa.

Di questo stereotipo inscalfibile – o anche, topos letterario – mi lamentavo tempo fa con un’amica dopo aver visto Fleabag, una delle serie tv dell’anno (scorso: ero un po’ in ritardo). La protagonista è una trentenne inglese che si barcamena tra la morte della migliore amica, gli affari in crisi, un fidanzato insoddisfacente alternato a storie di sesso occasionale, e la solita-famiglia-disfuzionale: rivalità con la sorella maggiore e un padre che trascura le figlie per la seconda moglie, sposata poco dopo la morte della prima. La serie è piaciuta per i personaggi imperfetti, l’umorismo cattivo e le situazioni così contemporanee. Rapporti e personaggi sono ambigui e sfaccettati, ma non quello con la matrigna ipocrita, boriosa, fissata col sesso e malvagia con le figlie della donna che ha usurpato. Mi aspettavo un ribaltamento degli stereotipi ma l’amica che stava ad ascoltarmi mi ha risposto «è così perché la guardiamo con gli occhi della protagonista: altrimenti ci sembrerebbe un’artista di successo, indipendente, sessualmente libera e in grado di far felice il suo compagno». La cosa mi ha convinta e l’ineluttabilità l’ho scaricata dalla letteratura alla psicologia.

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Ti guarda così al suo vernissage, chiaro che la odi

Lily, come tutte le bambine, è fissata con Frozen, ma il suo personaggio preferito è la matrigna di Cenerentola: «perché è bella», ha spiegato con naturalezza alla sua matrigna, con lo spirito di precisare «ma tu di più». Una preferenza così semplice fonde due verità strutturali di favole e racconti: i cattivi sono i personaggi più interessanti, non esiste storia se non esiste il male. Anche le matrigne hanno avuto un momento di gloria, quando la realtà travolgeva il mondo della finzione e la famiglia reale era minacciata: negli Stati Uniti è successo con la guerra civile, quando schiere di orfani avevano bisogno di essere accuditi, e con l’introduzione del divorzio, quando il nucleo familiare tradizionale si stava disgregando. Matrigne di orfani e figli di separati sono diventate figure angelicate, pronte a sacrificarsi per accudire materialmente i figli degli altri o per offrire un porto sicuro quando il rapporto tra i genitori andava in pezzi. «Pensavo che sarei stata contenta di scoprire queste matrigne virtuose – scrive Jaminson – ma le ho trovate quasi impossibili da accettare, molto più difficili da digerire delle matrigne malvagie delle favole. […] Queste storie cancellavano tutti gli aspetti intrinsecamente difficili del legame, o insistevano che alla fine la virtù avrebbe vinto su tutto. È per questo che le fiabe sono più misericordiose dei romanzi sentimentali: perché lasciano spazio all’oscurità. Trovare l’oscurità in un’altra storia ti fa sentire meno solo, ti fa sentire meno la paura che l’oscurità sia soltanto dentro di te».

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Scontro tra matrigne: quella di Cenerentola è la più bella di tutte

I personaggi cattivi sono quasi sempre i più interessanti, dicevamo. Non è che nelle vecchie favole i personaggi femminili lo siano molto: avrete presente il dibattito sulla passività delle principesse – virtuose, perseguitate e salvate dal Principe Azzurro – e l’urgenza recente di inventare nuovi modelli positivi per le bambine. Per questo ho regalato Storie della buonanotte per bambine ribelli, che è uscito a marzo e da allora è il libro per bambini del momento: le librerie ce l’hanno in vetrina, se n’è parlato in tv e ci sono state le solite polemiche (la prima: è sessista perché si rivolge alle femmine e non anche ai maschi). Il libro raccoglie le biografie di cento donne che hanno fatto qualcosa di importante o che hanno aperto nuove strade, sono politiche, pittrici, esploratrici, sono protagoniste vincenti e non passive di favole moderne con cui le bambine sono incoraggiate a immedesimarsi. Immedesimarsi fino a un certo punto: sono persone reali ma inarrivabili e più che storie della buonanotte sono agiografie di sante contemporanee.

«Non c’è una storia da leggere, non sono favole»
«Bè almeno c’è un modello nuovo e positivo. E poi è il fascino delle storie vere».
«Non sono bei personaggi, Biancaneve è un bel personaggio»
«Ma che dici Biancaneve non fa niente»
«Biancaneve è un personaggio bellissimo»
«La Matrigna è un personaggio bellissimo»
«Mannò!»
«E allora dimmi cosa fa Biancaneve: niente!»
«E allora manco il Principe»

Nelle favole, nei romanzi, nelle serie tv abbiamo bisogno dei cattivi e abbiamo bisogno di raccontarli perché vogliamo e non vogliamo viverli: non Biancaneve, non il Principe Azzurro, ma la Regina Cattiva.


Ok baciami, ma non svegliarmi

Grimilde, la matrigna di Biancaneve, è la matrigna malvagia per eccellenza: non agisce per necessità pratiche, come quella di Hansel e Gretel, o per favorire i suoi figli, come quella di Cenerentola, ma solo per egoismo e vanità, per il terrore di non essere lei la prima donna per sempre. È un nodo di sentimenti e impulsi spaventosi e umani che oscura la luminosità rassicurante di Biancaneve, la figlia e madre – forse matrigna, dei nani – virtuosa e incolore. La Regina Cattiva e Biancaneve sono le due facce della femminilità e della maternità, sono una donna sdoppiata nella matrigna e nella madre. Mi ha un po’ inquietato e un po’ sollevato scoprire che nella prima versione di Biancaneve dei fratelli Grimm (del 1812) non esisteva nessuna matrigna, ma era la stessa madre a voler uccidere la principessa. I Grimm hanno sostituito nelle successive versioni delle loro favole – come appunto Cenerentola e Hansel e Gretel –  la figura della madre malvagia con la matrigna malvagia, che ha condensato tutti gli aspetti minacciosi della femminilità e della maternità. Così le madri, e i figli, hanno continuato a confrontarsi con modelli virtuosi e irreali, anziché trovare sollievo dalle piccole impazienze e insofferenze specchiandosi in figure demoniache e spaventose.

Intanto l’unico spazio di libertà femminile nelle favole se lo sono preso le matrigne malvagie. La loro figura si sovrappone a quella delle streghe, e concentra i valori rivendicati poi da femministe e donne moderne: indipendenza, ambizione, libertà creativa, individualismo, il rifiuto di farsi annullare dalla maternità. Nasciamo un po’ matrigne e forse è per questo che nelle cene tra amici quando si parla di figli è quasi sempre lui a volerli e lei risponde: «e il lavoro? e dove lo lascio? non è ancora il momento, più avanti chissà».

Così tante parole per dire che vorrei favole con madri malvagie, articoli di matrigne amorevoli, bambine travestite da Regine Cattive e nuove principesse che assomiglino a Elsa, la più eroina di tutte, perché diventa grande combattendo contro se stessa.

frozen

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