Le feste a tavola, con chi ha disturbi alimentari

L’aspetto più importante del Natale, nella mia esperienza e credo nella maggior parte di voi, non è quello religioso, né quello ideologico dei buoni sentimenti, e neanche quello consumistico dei regali: è il cibo, il momento della condivisione del cenone o del pranzo con parenti e amici, il classico piacere – così radicato in Italia – dello stare-a-tavola. Una tavola che dev’essere per forza ricca e straripante per rendere speciale la giornata, una fissazione ereditata dai tempi in cui mettere insieme due pasti al giorno non era scontato. Ci sono poche cose più simboliche, stratificate e complesse del cibo: è un mezzo di condivisione, un veicolo di amore, un’occasione continua di conflitti, rifiuti e rivendicazioni. Mai come in questi giorni di lunghissime liste della spesa, carrelli colmi di prelibatezze, padelle sui fornelli per ore, e allegre pubblicità di panettoni, il cibo si presenta come qualcosa di gioioso, come l’elemento immancabile per la felicità della famiglia e degli affetti. La maggior parte delle persone si avvicina a questa sovrabbondanza con un miscuglio di soddisfazione e senso di colpa, e il banchetto è accompagnato da frequenti commenti sulla quantità di grassi ingeriti, sullo stato di sazietà e sulla necessità di mettersi a dieta o muoversi un po’ per buttare giù gli immancabili chili di troppo.

Quasi tutti riusciamo a gestire questo disagio ma le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare – i più noti sono l’anoressia, la bulimia e l’ingestione incontrollata di cibo – ne sono completamente schiacciate, e finiscono per vivere le feste soltanto come un momento di ansia, disagio e solitudine. Non è un argomento di cui si parla molto e, a meno che viviate con una persona malata, è raro sapersi comportare nel modo adeguato, anche durante una semplice cena con gli amici. Molte persone che sono guarite o stanno cercando di guarire hanno spiegato le difficoltà delle feste e come arginarle, tra cui con molta chiarezza la nutrizionista vegana e food blogger Gena Hamshaw, che ha sofferto di un disturbo alimentare per 13 anni. A partire dal suo racconto e dalle opinioni di terapeuti ed esperti – tra cui la psicologa Manuela Carrara, del Centro Medico Santagostino di Milano – abbiamo messo insieme un po’ di consigli da seguire su come comportarsi a tavola con chi soffre di disturbi alimentari.

1) Non far sentire la persona diversa ed esclusa
La cosa più importante è non far sentire chi soffre di disturbi alimentari diverso ed escluso. È la regola principale da seguire e su cui modellare il proprio comportamento, ricordandosi che non si tratta di capricci o di qualcosa che si può risolvere con la forza di volontà. «Non bisogna mai sottolineare che la persona ha un problema perché questo ne accentuerebbe i sintomi», spiega la dottoressa Carrara. Per esempio si può preparare un piatto appositamente leggero, ma farlo in porzioni abbondanti, metterlo a disposizione di tutti e senza sottolineare che è scondito o poco calorico: la persona malata si sentirebbe subito tirata in mezzo e al centro dell’attenzione, inoltre è perfettamente in grado di calcolare le calorie di ogni piatto e regolarsi di conseguenza.

2) La festa non è il cibo, la festa è la festa
Mangiare è solo un’occasione come un’altra per stare insieme: «non bisogna focalizzarsi sul cibo – dice Carrara – che non va visto come un veicolo d’affetto» o un elemento indispensabile per la riuscita della giornata: è semplicemente qualcosa che c’è e chiunque può decidere, senza sforzarsi, se servirsene o meno.

3) Non fare commenti sull’aspetto fisico, nemmeno complimenti
Le feste sono l’occasione in cui rivedere parenti e amici dopo molto tempo. Questi incontri sono spesso accompagnati da commenti sull’aspetto fisico: «Ti trovo bene», «Come sei in forma», «Sei dimagrito». Evitateli: anche se fatti con le migliori intenzioni rischiano di mettere a disagio la persona malata e farle pensare che quel «Ti trovo in forma» significhi in realtà «Ti trovo ingrassato».

4) Comunicare il menu in anticipo
L’ansia di non poter controllare il cibo ingerito è molto stressante per chi soffre di disturbi alimentari. Comunicando il menu in anticipo potete dargli modo di portarsi qualcosa da casa, di decidere e pianificare quali piatti mangiare, e avere in qualche modo il controllo della situazione.

5) Chiedere di portare un piatto da casa
Invitare gli ospiti a portare un piatto da casa, se ne hanno voglia, consente a chi è malato di avere a disposizione un cibo che sia in grado di mangiare, dovesse averne voglia o fame, senza trovarsi in balia delle scelte alimentari – e caloriche – degli altri. Coinvolgendo tutti nella richiesta eviterete di farlo sentire diverso, sbagliato e solo.

6) Che cibi servire
Non modificate il menu che avete in mente sostituendo l’arrosto con le fettine di pollo scondite: basta offrire qualche portata più leggera, disponendo i piatti sulla tavola a mo’ di buffet, così che chiunque possa servirsi liberamente e in modo autonomo, senza sentirsi osservato e giudicato.

7) Non cambiate le vostre abitudini
È difficile fare il bis lasagne se chi hai davanti si limita a quattro foglie di insalata scondita, ma cercate di non farvi influenzare e perdere a vostra volta la gioia del cibo: mostrare quant’è piacevole mangiare è spesso un aiuto per chi soffre di disturbi alimentari. Hamshaw racconta che, dopo una fase iniziale in cui ci si sente potenti perché si riesce a soffocare il bisogno di cibo, ne segue spesso un’altra in cui «guardare gli altri che assaporano i piatti può far ricordare che qualcosa è andato perduto». «Penso che il gruppo possa fungere utilmente da modello nel mostrare contentezza e gioia per il cibo», dice anche.

8) Non forzare e non sforzarsi
Sembra scontato, ma non si dovrebbe mai dire – a nessuno mai, bambini compresi – di sforzarsi a mangiare qualcosa, o finire il piatto, magari facendo leva sul senso di colpa per chi quel piatto non se lo può e non se lo è potuto permettere. Scrive Hamshaw:

«Quando ero malata mi chiedevano spesso perché non potessi semplicemente sforzarmi e mangiare questo-o-quello: “è solo un boccone” o “un boccone di certo non ti ucciderà”. A ripensarci, mi rendo conto di quanto dev’essere stato ridicolo il mio blocco sul cibo. Capisco lo sconcerto degli amici che cercavano di spronarmi e farmi mangiare qualcosa. Ma non capivano – ed è quello che in generale le persone non capiscono dei disordini alimentari – che un boccone sembra davvero una questione di vita o di morte. La malattia è esattamente questo. È una battaglia per la sopravvivenza, reale o immaginaria che sia, e la maggior parte del tempo sembra che un piccolo passo falso o una scelta “sbagliata” siano la fine del mondo».

Se la persona avrà voglia di mangiare, mangerà, se non avrà voglia non lo farà. Qualsiasi tipo di pressione sarebbe soltanto controproducente: la cosa importante non è il cibo, è lo stare insieme e far sentire la persona malata accolta e a suo agio. Evitate di sbirciare nei piatti degli altri, di commentare le porzioni che si sono serviti e di invitare a riempirlo ancora, anche se quel piatto dovesse restare sempre vuoto.

9) Non siete voi a essere respinti
Il senso di colpa di chi è malato è spesso accresciuto dal rifiuto di un piatto cucinato da una persona a cui vuole bene, e che magari fa parte della tradizione di famiglia da anni.

«Quando qualcuno in famiglia soffre di un disturbo alimentare, il cibo si tramuta da forma di piacere condiviso a qualcosa di pesante e conflittuale. Tutti finiscono per soffrire. Non dimenticherò mai il dolore della mia nonna greca quando rifiutavo la sua cucina succulenta, o quanto mi mancasse il cibo che un tempo amavo, anche se lo rifiutavo. Anche se non sembra, le persone che rifiutano il cibo ne hanno spesso una nostalgia profonda».

10) Ripensare il cibo
In generale il comportamento che abbiamo quando c’è di mezzo il cibo è ambivalente e contrastante: da un lato lo dipingiamo come qualcosa di gioioso e appagante e sproniamo gli altri a mangiare e godersi la buona tavola; dall’altro lo avviluppiamo in sensi di colpa e vergogna sottili e costanti, imponendoci di saperci contenere e restare in forma, e disprezzando le persone grasse e obese. Fate attenzione a come parlate del cibo, e se durante le feste alludete spesso alla necessità di rimediare “ai peccati di gola” e a “mettersi a dieta con dopo le feste”.

Come suggerisce Hamshaw:

«Queste vacanze possono essere un’occasione per cambiare il linguaggio che usate per parlare di cibo a casa. Siete in grado di trovare parole che rafforzano l’importanza di nutrirsi bene e prendersi cura di sé? Siete in grado di celebrare il cibo come una fonte di piacere e sostentamento?»

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