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Papà, sei vecchio

15 gennaio 2012

E dire che stavo pure con due zaini a tracolla, pesantissimi (c’erano i pattini), nientemeno Marianna, che passeggiava davanti a me con una sua amica, libera dai pesi (al suo zaino ci pensavo io) si gira e mi dice: papà sei vecchio. Così, d’amblè. Macchè, ho risposto, se lo fossi, non porterei due zaini sulla schiena, per due chilometri, nemmeno un marine. Lei ha risposto che c’entra, poi lei e la sua amica hanno ripreso a confabulare, sui padri vecchi, evidentemente.

Mica ci rimango male? Ma no, tanto si sa che i ragazzini hanno un concetto molto particolare di età. Con gli amici ce lo diciamo sempre. Quindi, perché dar retta alle parole di mia figlia? Che poi è sempre Marianna che me lo dice. Brando no, anche perché se ci prova ci meniamo, vinco io, e gli passa la voglia.

Però poi, stranamente, a casa, mi sono messo a leggere un libro di Carlo Rovelli, Cos’è il tempo, cos’è lo spazio e ho cercato di studiare l’equazione di Bryce DeWitt che descrive uno spazio quantistico senza tempo, e ancora più stranamente, verso le 21, accampando una giustificazione del tipo: è bello correre per Monteverde la notte, mi sono fatto 6 chilometri, in 35 minuti circa, sfiorando 180 di pulsazioni al minuto. Con tutta la musica in cuffia sentivo distintamente il fiatone.

Almeno dormirò, mi sono detto, crollerò e sarà un bene, così mi dicevo, anche perché l’indomani dovevo prendere un aereo per Brindisi, 9.15, avevo già fatto 24 ore prima il web check-in, ma tanto sempre due ore prima sarei arrivato in aeroporto, è una questione di nevrosi – anche se dà una certa soddisfazione star seduto e guardare le persone che corrono per imbarcarsi.

E invece, sono sì crollato, ma ho sognato che le Brigate Rosse mi volevano rapire perché parlavo bene degli ogm e che quindi dovevo scappare, ma il cellulare segnava rosso, non c’era benzina. I classici sogni, il super io ti dice: attento, svegliati, perdi l’aereo. Ha funzionato, il mio super io, dico. Mi sarò svegliato dieci volte, tanto che alla fine alle cinque ero già in cucina. Caffè e alle sei prontissimo per uscire. Dormivano tutti, ho guardato Marianna: incredibile, dorme esattamente nella mia stessa posizione. Ma chissà perché nemmeno le ho dato un bacio per salutarla – di quelli mattutini, leggeri, così belli che ti restano tutto il giorno in mente e ti rendono più dolce, sensibile. E fragile anche.

In aeroporto, comodamente seduto, con il  terzo caffè in mano, ho osservato quelli che arrivavano in ritardo, tutti sbilenchi, si tiravano dietro il trolley, ah che soddisfazione! e mi sono venuti in mente vari pensieri sull’Italia: noi italiani non sappiamo anticipare gli eventi, non li prevediamo, sempre sull’onda del momento, ed eccoci qui, che corriamo per aggiustare le cose all’ultimo momento. Poi è arrivato  Roberto, mio collega, anche lui ispettore di calamità naturali in agricoltura (in due siamo, al Ministero), ma laziale però, quindi nervosissimo per il 4 a 0 con il Sien,a e i pensieri sull’Italia sono terminati. Partita perfetta, gli ho detto, per il Siena, intendo. Si è innervosito (sono permalosi i laziali) abbiamo discusso di calcio, quindi l’orizzonte si è, per così dire, ristretto. Inesorabilmente. Nel frattempo che si restringeva ho anche preso appuntamento con Claudio, un regista porno con il quale devo mettere su un progetto.

E ci siamo imbarcati. Calamità naturali. Piogge in Puglia. Poco prima di spegnere mi è arrivato un sms di Marianna: papo, nemmeno mi hai salutato. Ah ah, ho pensato, lo vedi le donne? Prendi una donna trattala male, ecc ecc. Al che – non so perché, d’altronde mica m’ero offeso – ho risposto: non potevo chinarmi per un bacio, sono troppo vecchio e ho la schiena a pezzi, mi dispiace. E lei, velocissimamente, una cosa incredibile, sarà per il cellulare touch scren: papo ti offendi? sei proprio vecchio, allora. Ho spento. E che cazzo.

La legge che regola le calamità naturali in agricoltura è ben fatta, segno che quando ci mettiamo e ci concentriamo con competenza, le cose le sappiamo fare. In sintesi, si sostiene che possiamo dichiarare lo stato di calamità (le Regioni stimano il danno, il superiore Ministero approva) se viene dimostrato che le opere danneggiate (per esempio, strade interpoderali, opere di bonifica) erano in buono stato di salute. E per essere in buono ed efficiente stato vuol dire quelle opere erano ben mantenute. Incredibile – per noi italiani, così teatrali e creativi, così made in Italy – ma il legislatore ha ritenuto opportuno inserire e insistere su un concetto veramente banale e poco romantico: la manutenzione. Se, infatti, un’opera è ben mantenuta, senza crepe, avvallamenti, buche e altro, allora una pioggia, anche intensa non può provocare danni. La strada resiste, la canaletta tiene. Solo se la pioggia è eccezionale, solo se supera ogni limite, solo allora interveniamo noi, noi, nel senso del superiore Ministero, e concediamo i contribuiti. Non fa una crepa, cioè una piega.

Ora io e Roberto siamo gli unici due ispettori ministeriali su tutto il territorio, dunque giriamo l’Italia (potrei scrivere una dettagliatissima e onesta guida sugli alberghi a tre stelle e suoi ristoranti italiani, non slow food, si intende, di questi ne parlano tutti. Quasi quasi se il blocco romanzesco dovesse continuare ci faccio un pensiero) e, per questo, possiamo affermare che in Italia nessuno pratica l’elementare opera di manutenzione. Non per incuria, no:  non ci sono soldi. Non rientra nelle priorità. Quando incontriamo i tecnici regionali si instaura un meccanismo del tipo lo so che tu sai che io so. Lo so che tu adesso mi dici che le opere erano in buona manutenzione, ma tu sai che io so che non ci credo. Però me lo devi dire lo stesso: e facciamo ‘sto giochetto. Mica è colpa dei tecnici. Al contrario, sono tutti bravissimi, molto competenti, ma del resto se i soldi non ci sono… come la fanno questa manutenzione ordinaria?

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  • ophelia

    Tramonto alle 17,11. A che ora tramontava il sole un mese fa’?
    “Molto bella…”

  • ophelia

    Bene, ce l’ho fatta. Con Barbour, intendo. Non so quanto mi resterà di tutto questo, certo però che certi pensieri sulla non linearità del tempo erano vagamente presenti anche nel mio mondo visionario. Sottili confini…
    Ecco, quando il tizio ha cominciato a trafficare prima con i triangoli, poi con quegli strani tralicci irti di fili che dovevano rappresentare l’insieme di tutte le possibilità, a me lì è proprio venuto da ridere, non per lui per carità, esprimeva concetti così complessi con una semplicità commovente (eccolo il termine che mi sfuggiva per il film visto ieri, commovente, una rappresentazione del dolore crudele e commovente al tempo stesso), ma per me, che dopo lungo arrancare mi ero persa ormai definitivamente.
    Però quando è arrivato alla terra degli adesso (Platonia), lì non ho potuto che rianimarmi. Contrastava stranamente con certi non-adesso su cui ero andata ad arenarmi. Peccato non avere indicazioni per poterla raggiungere, la terra degli adesso.
    “La realtà è molto più complessa di come noi la percepiamo”.
    http://youtu.be/8UE5NV-UoGM

  • giuliastill

    Quando Barbour ha cominciato a trafficare con i triangoli è venuto da ridere pure a me, lo guardavo esterrefatta, l’ho dovuto rivedere per cercare di capirci qualcosa, nonostante sia in qualche modo il mio campo.
    Commovente il suo entusiasmo, con quel tanto di follia che c’è a volte dietro al genio, o comunque dietro a chi ha il coraggio di sostenere nuove idee. Avevo anche preso i biglietti per andare ieri sera a vederlo dal vivo all’Auditorium, poi gli eventi mi hanno portato a scegliere altri inviti. Forse sono scappata dalla possibilità di capirci troppo, o chissà da che cosa.

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