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Un mondo, due sistemi, e Greenpeace

28 novembre 2011

Che bordello. Veramente un bordello: così ho pensato l’altra notte. Tutti i pensieri che si scontravano fra di loro. Brutta cosa l’insonnia: sei improduttivo di notte e pure di giorno. E non capisci se questo accade perché di giorno sei nevrotico e di notte paghi le conseguenze, o se sei nevrotico di giorno perché non dormi la notte. Un bordello, appunto.

Cioè, a volte mi comporto come un testimone di Geova al contrario. Quelli bussano alla mia porta per convertirmi e mi stanno simpatici, in fondo. Che tenerezza quelle immagini bibliche, quelle venature creazioniste ingenue. Così come loro vogliono convertire me, bussando a casa mia, io cerco a mia volta di convertire, non i testimoni di Geova (ci mancherebbe), ma i ragazzi di Greenpeace. Quando li vedo che svolgono il loro lavoro, cioè cercano di raccogliere fondi, parlando del cattivo stato di salute del mondo, io mi avvicino. A volte gli giro attorno finché non mi chiedono: buongiorno, cosa pensa di Greenpeace? Ah, ah! Penso fra me e me, e poi: siete miei fratelli, però vi trovo un po’ reazionari, io sono progressista. Da qui nascono le discussioni: noi reazionari? Ma no. Ma sì, dico io. Insomma, non è possibile che la vostra associazione si sia battuta contro il cloro, si betta contro gli ogm, contro delle piante, dico, che abbassano la dose di agrofarmaci. Non è possibile: fate credere che la carta si fa con gli alberi della foresta amazzonica. Non è possibile: credete ancora a madre natura, mica esiste, tutto è cultura. E poi il vostro modo di narrare le vicende, è troppo eroico. Sfidate le baleniere, vi vestite con le tute antiradiazione e distruggete campi sperimentali ogm. Narrativamente (avverbio orribile) parlando cercate di estorcerci un’emozione. Davide contro Golia. Ma guardate che se distruggete un campo ogm, magari dell’università di Viterbo, i Golia siete voi. Naturalmente (pure questo avverbio un po’ dissonante) loro si innervosiscono anche perché sono ragazzi giovani e stanno lì solo per raccogliere fondi, mica per affrontare questioni specifiche. Stanno lavorando, che gliene frega di me. Io lo so che non hanno competenze scientifiche e per questo insisto. Sono sadico. Ma siamo fratelli, dico. Ragioniamo caso per caso, senza innervosirci.

Il fatto è che stavo con Brando e Marianna in giro, e appunto, vedo quelli di Greenpeace. Questa volta sono loro che mi fermano e io dico: ah, ah, siamo fratelli, però. Finiamo a discutere, e però questo ragazzo dice che siamo tanti al mondo e che questa moltitudine non sta facendo bene alla terra. Non solo, aggiunge, siamo egoisti e pensiamo solo a noi stessi, e non all’ambiente. Mi sono innervosito. Egoismo ‘sto cazzo! No, scusa, gli ho detto (era un ragazzo di vent’anni) ma chi sei tu per decidere quante persone la terra deve ospitare e poi anche se fosse vero, chi decide chi deve cominciare a morire, per il bene della terra? Forse siamo noi che abbiamo raggiunto un buon livello di vita e adesso lo stiamo difendendo, contro i poveri. Ho cominciato a gridare contro i reazionari di sinistra, a inveire contro l’ecologia mistica, ho gridato viva la tecnoecologia: solo con l’innovazione si può salvare il mondo. Noi non siamo fratelli, nemmeno cugini, siamo nemici, voi volete impedire la crescita altrui… Voi rimuovete le vostre colpe e proponete soluzioni semplici, gli egoisti siete voi… Finché Brando mi ha detto: a pa’ tu sei pazzo, andiamo.

In macchina (l’ho dovuta prendere per forza) ho continuato a discutere con Brando e Marianna. No, mi dicevano, anche sei hai ragione, ti comporti come un pazzo. Un isterico, sottolineava mia figlia, e gli isterici hanno sempre torto. E discutendo siamo arrivati sotto casa e gira e rigira non c’era posto. Li ho fatti scendere che urlavo e ho continuato a girare, mezz’ora, un’ora, niente, incredibile, non c’era posto, né a Donna Olimpia, né a Fonteiana, niente, nemmeno nelle stradine, e ho cominciato a inveire a squarciagola contro il mondo: ma quanti cazzo siamo? Quante macchine abbiamo? Me la sono presa anche con i parcheggi per invalidi, quanti invalidi ci sono? Insomma ho detto cose irripetibili. Alla fine ho parcheggiato in doppia fila e nell’attesa che qualcuno liberasse un posto ho mangiato in macchina. Un pranzo tristissimo. Ben ti sta, mi hanno detto, dopo, quando sono tornato, verso le quindici, a casa.

Di notte poi ci pensi. I tuoi figli che ti dicono: ma sei pazzo? Avessero ragione? Avessero ragione quelli di Greenpeace? Siamo troppi? Ci fosse un posto sotto casa. Siamo veramente egoisti e quindi destinati all’apocalisse? Come dicono, tra l’altro, pure i testimoni di Geova. E soprattutto, ho pensato: cos’è questo nervosismo? Non siamo tutti fratelli, non dovremmo amarci l’uno con l’altro? Almeno la sinistra con la sinistra, i compagni con i compagni. Non siamo dei sapiens sapiens? Non è che lo sono tutti tranne me? Non è che sto nervoso perché controllo male i miei sentimenti? A volte empatico, a volte distante, a volte stronzo, ho sensi di colpa, egoismi vari, o al contrario, eccessi di generosità, curiosità, energia da dissipare, ma sono labile, umorale, non gestisco con calma le situazioni, mi prendo questioni assurde: è l’instabilità che ci fa saldi ormai negli sradicamenti quotidiani? Avesse ragione Lindo Ferretti? Insomma, forse è tutto un problema di sentimenti: il nostro stare al mondo. Il mio. Io non so amare, altro che Greenpeace e il mondo e la crescita demografica. Nottataccia. Inutile: nessuna soluzione a portata di mano. Vabbè. La mattina, pioveva pure, aria malinconia, non riuscivo a svegliarmi, qualcosa mi ingoiava nel buio, o in una buca, e mi sono detto: fammi andare al Palazzo delle Esposizioni a vedere la mostra homo sapiens, la grande storia della diversità umana. Almeno faccio qualcosa.

A bocca aperta. Una mostra meravigliosa. Vedere le prime orme lasciate (e conservate) da tre individui del genere Homo (tra 385.000 e 325.000 anni fa). A Roccamonfina. Tre individui 56 impronte, fuggivano da qualcosa, avevano paura: la prima testimonianza della paura, nella notte dei tempi, così c’era scritto. Che meraviglia vedere il cammino dei sapiens, voglio dire, eravamo decine di migliaia, poco ci è mancato che ci estinguessimo, ai Neanderthal è successo. Quante tracce, quanti reperti e segni, per tre volte fuori dall’Africa, e camminare camminare, e conquistare ogni pezzo di terra emerso. Mi sono commosso per questa umanità, alla Moretti: vi amo voi tutti che state in questo bar. E dunque mi sono calmato.

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  • ophelia

    Grazie…
    E visto che siamo in tema con la Carmen, ci sarebbe anche questa, molto malinconica, molto autunnale, molto Baudelaire, ispirata alla “Chanson d’automne”. Io preferisco questa alla versione di Gaisbourg, comunque bella.

    http://youtu.be/S6w8CCcVX_o