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Verde facile facile

27 giugno 2011

Sulla copertina del numero due del settimanale Sette Green c’è una bella foto che raffigura Paolo Kessisoglu e Sabrina Donadel. Entrambi posano sorridenti sullo sfondo di un albero. Nelle foto che corredano l’articolo i due – giovani, eleganti, belli – sono ritratti spesso a piedi nudi, un ovvio riferimento alla dolcezza del prato che calpestano. E infatti la didascalia annuncia un servizio “sulla nostra famiglia (che) vive verde: la casa nel centro di Milano dove sembra di stare in campagna, tutta costruita con materiali eco-compatibili. L’alimentazione biologica, aceto e bicarbonato al posto dei detersivi”.

Ho letto il servizio con attenzione fatata – si parlava dell’orto e delle api che impollinano la lavanda – ma alla fine della lettura ho avuto una sensazione di inquietudine. Mi è venuta in mente, credo per banale contrasto, l’immagine di via di Donna Olimpia, la strada dove abito nel quartiere Monteverde nuovo a Roma, densamente popolata. Il mio condominio è composto da sei corpi di fabbrica, in cortina, con piccole aiuole ben curate, ma senza lo spazio necessario a impiantare un orto. Inoltre, abito accanto alle case popolari (anche Pasolini ha abitato lì, com’era bella Monteverde nuovo….) e vedo sfilare una variopinta tipologia di persone, non ricche, mal vestite, gran fumatori di Marlboro e Merit, indefessi frequentatori dei supermercati. Questo modello ecologico, cioè quello proposto da Paolo e Sabrina, è sicuramente di gran moda tanto che i giornali fanno a gara per trovare testimonial ed è tra l’altro associato alla sinistra progressista. Mi sono chiesto, questo modello è giusto? Davvero sostenibile? Esportabile?

Credo seriamente che il mondo così come lo conosciamo è a rischio. Ci sono centinaia di dati a disposizione: è vero che il benessere è in aumento, che i diritti umani si stanno imponendo con forza in molte parti del mondo, è vero che la mortalità infantile è in forte decrescita, che la vita media si sta allungando, è tutto vero, ma purtroppo, stiamo consumando molte delle risorse disponibili. Il pessimista e l’ecologista hanno ragione quando pensano: “il mondo non può continuare così”. È un bene che la nostra sensibilità si orienti in tal senso: non possiamo continuare così, viva Paolo e Sabrina. Quindi sugli obiettivi concordiamo. Il problema nasce e si infittisce e in molti casi si incarognisce quando consideriamo gli strumenti da usare.

Per esempio, siamo sicuri che la pratica agronomica organica, altrimenti, e volgarmente, detta biologica, sia un buono strumento? Su questa pratica c’è un pregiudizio culturale favorevole: la natura è buona, e anche i suoi prodotti. L’intervento dell’uomo è pericoloso: tende a inquinare. Va bene. Per avere però uno strumento di comparazione basta prendere mio nonno, un contadino meridionale. Produceva a regime biologico. Non per scelta etica, per povertà. Niente fertilizzanti (solo letame), niente agro farmaci (sono maledizioni ai santi), niente miglioramento genetico. Le sue lamentele riguardavano

a) gli insetti che mangiavano i prodotti dell’orto – del resto gli insetti non sono sensibili, purtroppo, alle copertine di Sette Green, quindi non riconoscono le nostre buone intenzioni
b) lamentele fisiche: spesso si intossicava, sia perche le norme igieniche erano scarse, sia perché, mancando diserbanti, nella farina spesso finivano erbe infestanti, come la segala cornuta, per esempio. Altre volte, poi, si è intossicato bevendo latte non pastorizzato, e munto a mano, purtroppo la versione cattiva e naturale del batteri Escheritacoli ama il latte naturale non pastorizzato
c) la fame. Appunto, produceva biologico. Le piante che coltivava erano ancora “naturali” avevano subito blandi processi di miglioramento genetico, quindi non erano produttive.

Del resto, per allargare il campo, in alcuni stati africani ancora oggi si produce, non volendo, seguendo i più stretti dettami proposti dall’agricoltura organica, e i risultati sono scadenti. Insomma è un modello sostenibile? Qualche problema di sostenibilità c’è, eccome. Senza considerare che a parte la produzione più scarsa (e i prezzi più alti) per seguire rigidamente i protocolli è necessario aumentare il sesto di impianto tra le piante (no all’agricoltura intensiva! E industriale) il che significa che è necessario avere più terra. Certo, si fa presto a dire così, dove la prendiamo? Gli ettari arabili sono sempre quelli, e sono pure scarsi.

Quello che un po’ infastidisce è che se oggi Paolo e Sabrina possono coltivare un cespo di insalata biologica senza preoccuparsi delle peronospora (un fungo) non è perché basta la parola biologico e tutto si risolve, ma è perché miglioratori genetici, in genere ricercatori mal pagati e che abitano in tristi e vecchie case condominiali, hanno introdotto nel DNA dell’insalata delle resistenze a questo fungo (tra l’altro non tramite la tecnica del DNA ricombinante; legalmente quindi il prodotto non è un OGM, ma il risultato è lo stesso, trattasi di prodotto non naturale ma geneticamente modificato). A oggi sono state introdotte 26 resistenze alla peronospora, quindi niente fungicidi. Se così non fosse, dubito che Sette Green potrebbe realizzare un servizio sull’orto biologico.

Un’altra cosa merita di essere discussa. La frase di Paolo e Sabrina: non usiamo detersivi ma solo aceto e bicarbonato. Ottimo, anche mia nonna faceva così – naturalmente passava la vita a lavare e cucire, poche distrazioni, pochi diritti e poca possibilità di ascesa sociale. Già mia madre grazie alla lavatrice e ai detersivi di sintesi, ha avuto più tempo e più occasioni. Comunque, si intende suggerire che chi usa i prodotti per la casa convenzionali non compie una scelta etica, perché è complice della cattiva produzione industriale, intensiva e irrispettosa per l’ambiente. Se però, pensiamoci bene, anche le persone che abitano nel mio condomino e nelle case popolari, volessero seguire l’esempio nobile di Paolo e Sabrina, se tutti i 56 milioni e passa di italiani passassero all’aceto dovremmo per forza dedicare molta parte della superficie agricola italiana (mondiale) alla coltura della vite. Si creerebbe una coltivazione estensiva, si dovrebbe recuperare terra, disboscare quelle belle nostre foreste appenniniche piene di lupi e di orsi e che consentono, tra l’altro, a Giovanni Lindo Ferretti di trovare un rifugio dentro il quale scrivere i suoi meravigliosi, eclettici, struggenti e mistici pezzi.

Se, faccio per dire, ci piacciono i baccelli di vaniglia naturali e desideriamo che tutti ne possano usufruire a un buon prezzo, allora per forza ci tocca impiantare ettari ed ettari di vaniglia. E metti la vaniglia e l’aceto e le lavande e i piccoli orti, aggiungi questo e quest’altro, alla fine, la terra per coltivare prodotti necessari all’alimentazione, dove la prendiamo? Come mangiamo? Non ci resta che affidarci all’industria del petrolchimico che grazie all’ingegno dei chimici è capace di ricavare a partire dal petrolio la vanillina. La molecole sintetica è identica a quella cosiddetta naturale, gli atomi, si sa, non hanno memoria.

La verità è che abbiamo bisogno di produrre di più e meglio, utilizzando sempre meno terra. Non mi tolgo dalla testa questa sensazione: il biologico, il naturale, rischiano di diventare territorio privilegiato di quelli con tante buone intenzioni ma con poco senso delle proporzioni. Quest’associazione genera egoismo e irresponsabilità, tutto ciò che è nel mio giardino è sano, tutto quello che viene da fuori è malsano. In realtà è grazie ai progressi tecnologici e alla chimica che la produzione e la sicurezza alimentare è aumentata, e possiamo permetterci di avere delle zone franche al biologico. Se non ci fossero quelli che ammazzano insetti con i famosi pesticidi – in realtà ormai, grazie al progresso tecnologico, sono molecole a basso impatto e facilmente degradabili – i giardini e gli orti, sia nel centro di Milano, sia fuori, sarebbero invasi da molti più predatori. Altro che aggettivi fatati e belle case, solo maledizioni. L’altra sensazione è che per una certa sinistra la natura stia diventando quello che per i positivisti era la scienza, qualcosa di inarrestabile e certo. Quindi il politico di sinistra, per paradosso, oggi pensa più al giardino naturale di Paolo e Sabrina che a quelli che vivono nelle case popolari e comprano al supermercato.

È più di sinistra coltivare biologico e stare a i piedi nudi, oppure migliorare la produzione di massa, affinché sia sana, gustosa e sostenibile? Per me la seconda. Insomma, se vogliamo occuparci anche di quelli delle case popolari e di me che vivo in condominio – e se crediamo fermamente che il mondo non può continuare così – ci converrebbe investire un po’ meno soldi in contributi destinati a quelli che coltivano biologico (che, ricordiamo, ricevono contributi statali e scontano un prezzo più alto sui prodotti) e più alla ricerca e all’innovazione tecnologica. Solo così potremmo garantire un’agricoltura sana e meno dipendente dagli imput chimici.

Perché la cosa inquietante è questa: nel futuro non esisteranno piante giganti con grossi frutti. La rivoluzione genetica ha fatto tanto, e più di una certa quota non si potrà andare. Ma noi sappiamo che un buon 20-30 per cento della produzione resta sulla pianta perché danneggiato dagli insetti o dai vari stress (siccità, gelo ecc.). Se i ricercatori riusciranno a dotare le piante di strutture di difesa più marcate, se riusciranno a renderle resistenti a siccità e altro, allora potremmo fare in modo che il mondo sia un posto migliore da abitare, una buona parte del mondo, e non solo il bel giardino di Paolo e Sabrina. Insomma, almeno la memoria (e il dolore) di quelli come mio nonno che hanno contribuito a fare l’Italia sarebbe rispettata, e la bella gente dell’Appennino cantata da Lindo Ferretti anche.

PS: Secondo dati INAIL, oggi i posti di lavoro più sicuri, dove, cioè, gli operai hanno più garanzie, sono i petrolchimici. Questa è la dimostrazione che per risolvere i problemi (la chimica ne ha creati tanti) bisogna denunciare i misfatti ma poi impegnarsi con tutta la cultura a nostra disposizione nel cercare soluzioni tecnologiche all’altezza dei tempi.

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20 commenti

  1. emanuelesferruzzamoszkowicz says:

    spiegare un evento politico richiede una dialettica creativa ed una bravura notevoli. Di per sè, della finitezza dell’epica politica c’è poco da dire e ci vuole davvero una persona piuttosto brava a scriverne. Questo tema è vissuto da taluni come un’altro luogo dove è possibile applicare le regole della scrittura creativa, per altri si tratta di vita o di morte. Non so molto in materia, so che mi nutro come un agricoltore del Laos, cereali integrali, verdura e quello che passa la terra e vivo al quarto piano e che quando viaggio o mangio con amici molto spesso dell’altro so che il corpo rigetta completamente la chimica. Credo però che al di là dei contributi L’Italia abbia un primato sul biologico ben monetizzato, che i prodotti che vedo qui diciamo del “biologico mainstream” li ho visti a NYC come a Los Angeles e che non si sarebbe permesso questa faciloneria d’insieme parlando di sementi ibride, delle coltivazioni intensive per non parlare di altro. Mi sembra di capire che lei parli di qualcosa prendendolo un po’ sottogamba pensando che appunto il biologico sia un derivato sentimentale di qualche grossolano errore di giudizio di sinistra. Leggendo l’articolo ho pensato che ciò di cui scrive sia l’idea sentimentale che lei abbia del biologico e che abbia una certa reverenza per ciò che non conosce, cioè un ordinario prodotto industriale (di cui ho i miei dubbi che sappia per filo e per segno come venga “assemblato” fino a trovarselo in frigo ben imballato in una vaschetta di plastica con tre giri di plastica attorno). Non potendo capire come viene fatta una carota industriale per la stessa reverenza che ha andando in farmacia abdicando la sua volontà di persona ad una pastiglia con qualche blando principio attivo, non ha scritto in alcun modo scientifico dell’argomento mettendo le due cose sul piatto. Ho paura però che nel biologico dei nostri giorni ci sia altrettanta scienza e che se questo articolo si fosse preoccupato di meno di fornire immagini di Lindo Ferretti perso a guardare la sua vacca e il suo asino sarebbe stato più pertinente. Uso la parola “pertinenete” perchè è implicita l’omissione dello scrivere politico dell’altra parte quando temi di questa natura vanno presi considerando fattori fuori dall’ingombro dialettico umano. Il biologico non è ne di sinistra ne di destra. La sua salute, la SUA di salute, dipende solo da lei, dalla sua capacità di trasmutazione del cibo che prepara in cucina come la sua capacità di giudizio e la sua capacità di trovare Dio, se è credente e spero di si, altrimenti il discorso è praticamente inutile, in un piatto.

  2. superd says:

    pascale sei un grande un guizzo d’illuminismo nel mare di pensiero magico che ci circonda

  3. eerba says:

    Buongiorno, trovo che nel suo post ci siano tante inesatezze, quella che più mi ha colpito è nel passaggio sull’Africa. Proprio ora ho letto due notizie che credo sia utile portare a sua conoscenza.

    1. Contro la crisi alimentare ‘Produrre di più con meno’, la via da seguire secondo la FAO
    Dalla pubblicazione “Save and grow” della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), redatto dalla Divisione Produzione Vegetale e Protezione delle Piante, emerge chiaramente la necessità di invertire la rotta nelle strategie della produzione del cibo verso una produzione più “verde”. Secondo il lavoro, le colture intensive hanno permesso di offrire una maggiore disponibilità di cibo e così ridurre il numero di persone in condizione di sopravvivenza alimentare. A questo risultato positivo tuttavia si contrappone l’alto prezzo pagato, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo, di decenni di coltivazione intensiva: il degrado della fertilità dei suoli, l’inquinamento delle falde acquifere, la perdita di biodiversit à e l’inquinamento dell’aria. Considerando che la popolazione mondiale è in aumento (si pensa che raggiunga i 9,2 miliardi di individui nel 2050) la soluzione più immediata secondo la logica del profitto a breve termine, sarebbe quella di intensificare maggiormente la produzione alimentare. Questa strategia però, secondo la FAO, non tiene conto delle contingenze che il mondo sta vivendo. I rendimenti delle colture dei principali cereali è in calo e gli agricoltori si trovano a fare i conti con la concorrenza per l’utilizzo della terra e dell’acqua, le impennate dei prezzi delle materie prime e dei carburanti, gli effetti dei cambiamenti climatici. La proposta che la Fao, invece, propone è quella del”save and grow” ossia riuscire a produrre più cibo “conservando le risorse naturali risparmiando tempo e fondi adottando l’agricoltura di conservazione che minimizza il lavoro della terra, salvaguardando il suolo, arricchendolo, con la rotazione fra cereali e legumi”. In altre parole orientare la produzione agricola verso una pratica eco-sostenibile dell’attività. L’attuazione sperimentale di questo progetto nell’Africa del sud ha portato, secondo Jacques Diouf, direttore generale della FAO, ad un rendimento sei volte superiore della coltivazione del mais “i metodi semplici permettono di ridurre del 30 per cento i consumi dell’acqua e fino al 60 per cento dei costi dell’energia utilizzata nella produzione”.

    2. Il bio per uscire dalla crisi alimentare. Lo dice l’ONU
    Si fa tanto parlare di nuova crisi alimentare, alti prezzi del cibo e bassi redditi per gli agricoltori e di come la soluzione sia l’iniezione tecnologica, soprattutto verso le agricolture più arretrate. Non sembra proprio la ricetta corretta.
    Alla recente Quarta Conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno sviluppati, l’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, e il Programma ambientale dell’ONU (UNEP) hanno lanciato il cortometraggio sul tema “Agricoltura biologica: una buona opzione per i paesi meno sviluppati”.
    Ancor più rivelante, un documento politico dell’UNCTAD su “Agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare nei paesi meno sviluppati” chiede una “trasformazione fondamentale, anche una rivoluzione, in agricoltura”, al fine di affrontare i problemi delle nelle zone rurali dei paesi meno sviluppati. “Questa rivoluzione non dovrebbe essere basata su input esterni costosi e importati. I governi spendono grandi quantità delle loro riserve in valuta straniera su prodotti chimici di sintesi, importandoli per oltre il 90% dei prodotti chimici utilizzati in agricoltura”.
    Al contrario, l’UNCTAD afferma che la trasformazione deve essere basata sull’agricoltura sostenibile, concentrandosi sulla intensificazione ecologica della produzione agricola, e non sulla chimica. L’alternativa strategica secondo l’UNCTAD è anche per i paesi meno avanzati l’agricoltura sostenibile, a partire dall’agricoltura biologica: compostaggio, pacciamatura, rotazione delle colture, consociazioni, approcci agro-forestali, controllo biologico dei parassiti, concimi verdi, riciclo dei nutrienti, integrazione di coltivazione e allevamento del bestiame, raccolta dell’acqua, uso e ulteriore sviluppo di varietà autoctone, sono citate nel documento come buone prassi agronomiche, ma infondo anche economiche, sociali e politiche.
    L’analisi UNEP-UNCTAD di 114 casi in Africa rivela che l’adozione dell’agricola biologica ha portato all’aumento dei rendimenti del 116%. Inoltre l’impatto positivo dura in quanto si basa sul rafforzamento dei cinque tipi di capitale rilevante per le comunità agricole: umano, sociale, naturale, finanziario e materiale. L’utilizzo di risorse locali ha infatti un effetto moltiplicatore positivo sull’economia locale attraverso la creazione di posti di lavoro e migliora i redditi e la sicurezza alimentare in tutta la comunità.
    Nonostante gli evidenti vantaggi sono pochi i donatori e i governi a prestare attenzione o fondi per sostenere lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile. Una notevole eccezione è il governo regionale del Tigray, in Etiopia, che fornisce servizi di consulenza in tecniche di agricoltura sostenibile, in particolare il compostaggio, la prevenzione dell’erosione del suolo e dell’acqua raccolta. Questa regione ha visto raddoppiare i raccolti e diminuire il ricorso all’agrochimica del 95%.

    (fonte: http://aiab.it/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=77&Itemid=182)

  4. akiro says:

    uhm…

    a) “produzione più scarsa”
    forse basterebbe ottimizzare questa produzione dato che ogni anno si butta il 40% di quello che si produce (e così anche per altri campi, ma il motto è sempre “produrre produrre produrre”) [http://www.avoicomunicare.it/blogpost/il-cibo-che-sprechiamo]

    b) “senza preoccuparsi delle peronospora (un fungo)”
    in realtà miete ancora vittime tra le insalate, è normale avere alti e bassi nella produzione. Non so se l’orto sinergico può risolvere in qualche modo il problema, magari con consociazioni o con qualche tecnica di coltura, fatto ‘sta che forse un rimedio naturale c’è… ed a volte basta cercare un equilibrio più naturale.

    c) aceto e limone sono una valida alternativa ai detersivi tradizionali, ma probabilmente basta anche usare quelli più ecologici, e nessuno tra le grandi marche disponibili nei super lo è. Ma esistono e spesso sono disponibili alla spina, limitando così l’inutile abuso di packaging. (tipo nei negozi altromercato ed Auchan)

    d) “i famosi pesticidi – in realtà ormai, grazie al progresso tecnologico, sono molecole a basso impatto e facilmente degradabili”
    non saranno i pesticidi di 40 anni fa’, ma bene non fanno lo stesso e fino al 2004 erano ancora altamente utilizzati in agricoltura. [http://www.lavoce.info/articoli/pagina1032-351.html]

    Orto Sinergico:
    http://www.provincia.fe.it/download/Manuale%20orto%20sinergico_Versione%20stampa.pdf?server=sd2.provincia.fe.it&db=/intranet/internet.nsf&uid=2DE9DC60CA292DCDC12576E4003F82E5

  5. sagri says:

    x emanuelesferruzzamoszkowicz

    lei non hai nemmeno una pallida idea di quanto Antonio sia competente della materia che tratta e non puo’ nemmeno vagamente immaginare quanto paghi di persona per delle idee che non sono quelle dei “benpensanti”, solo che ha la dote di trattare questi temi con leggerezza ed eleganza tali da sembrare quasi che li sfiori.

    Ora le do una versione molto meno metaforica.

    L’intera agricoltura biologica europea basa la gran parte dei suoi fertilizzanti sull’uso dei residui di macellazzione, farine di carne di ossa, di corna di epiteli di sangue, di zoccoli e di tutto quanto sia scartato alla macellazione. Sono cose che non scrivo qui nell’anonimato, ma che ho scritto 10 anni fa sul Corriere della sera (http://archiviostorico.corriere.it/2001/gennaio/27/Farine_vietate_diventano_concime_biologico_co_0_0101271916.shtml ) e da quel giorno nulla è cambiato in questo Paese. Se vuole una sintesi estrema dello stato dell’arte vada sul mio sito web; http://www.salmone.org e cerchi Farine animali, il primo post che trova le fa vedere il disciplinare europeo dell’AB il mio scambio di cortesie col ministro dell’epoca ed un articolo scientifico del 1991 che spiega come sotterrare cavie affette dall’analogo del morbo di mucca pazza non spegne l’infezione che, a tre anni di distanza e di interramento, resta capace di trasmettere la stessa infezione.
    Tutto lecito e regolare.
    Naturalmente siamo certissimi che nessuno abbia più asciugato malamente le farine di carcasse di animali mettendo a rischio la nostra salute, naturalmente non esiste nemmeno il dubbio che i controlli non siano stati stringenti ed accurati e che tutte le farine animali usate siano state opportunamente certificate, controllate e cresimate.
    Ma visto che tutto fila liscio come l’olio perchè sulle vostre insalatine biologiche fatte crescere in un cimitero non mettete una bella etichetta che dica: “sconsigliate ad un vegetariano stretto”????

    Se poi non ne ha abbastanza e vuole parlare dei letami mi faccia un cenno.

  6. andywhynot says:

    Che l’attenzione per l’ambiente sia diventata una moda non mi scandalizza nemmeno un po’. E’ semplicemente il mezzo tramite il quale il messaggio arriva alla gente.
    Poi non mi sembra corretto accostare ogm e ibridazione. Sono due cose profondamente diverse che hanno in comune il risultato cui tendono.
    Infine qualcuno mi spieghi perchè, nel momento in cui intendo recuperare antiche tecniche contadine, devo per forza prendermi tutto il pacchetto comprensivo di ingiustizie sociali, violenze domestiche e epidemie. Sarebbe a dire che se di giorno sistemo la pacciamatura all’orto, di sera tornando a casa devo picchiare la moglie?
    Mah. Penso che una sana intossicazione da segale cornuta possa aiutare l’autore del post ad avere una visione più ampia.

  7. ndg42 says:

    Che il bio e lo stile di vita ecocompatibile sia una moda è indubbio, ma unificare tutta la gente che opera nel settore, che ci crede e che tenta di fare il possibile per cambiare l’attuale sistema eleggendone a degni rappresentanti quelli presentati da Sette Green mi pare parecchio ingeneroso.
    Peraltro il fatto che Kessisoglu e signora siano eleganti, belli e non abitino in un condominio ma nella casa ecosostenibile nel centro di Milano non ritengo ne faccia automaticamente degli ipocriti da condannare. O dobbiamo considerare che per essere ambientalisti e/o di sinistra sia indispensabile abitare in condomini popolari?
    Tu scrivi poi “È più di sinistra coltivare biologico e stare a i piedi nudi, oppure migliorare la produzione di massa, affinché sia sana, gustosa e sostenibile?”
    Io ti rispondo: è più di sinistra cercare di fare qualcosa, per quanto piccolo sia, o continuare a parlare di migliorare la produzione di massa, cosa magari utilissima ma che nelle migliori delle ipotesi non è cosa che si fa dall’oggi al domani stante gli interessi dell’industria agroalimentare che non sono certo quelli di fare il bene dell’umanità.
    Io ritengo che sia il caso di smetterla di parlare, prendere posizioni di principio, elaborare progetti politici e non mettersi in gioco personalmente.
    Anch’io vivo in condominio. Ma invece di piangere perchè non ho un bel giardino da trasformare in orto bio mi sono messo insieme ad alcuni amici, abbiamo affittato un piccolo pezzetto di terreno sulle colline appena fuori città e ce lo siamo fatto l’orto (sinergico). Zappando, facendo i turni per accudirlo dopo e ore di lavoro che ciascuno di noi deve fare per vivere.
    E per il resto della spesa abbiamo costituito un G.A.S. con il quale possiamo, anche noi che ricchi non siamo, comprare bio a prezzi uguali se non inferiori alla grande distribuzione rendendo tra l’altro un po’ più attivo il (triste) ruolo di “consumatori” che questa società ci riserva.
    Dici che sarebbe meglio finanziare la ricerca? D’accordo, ma perché questo dovrebbe escludere gli orti biologici? E perché tanta sicurezza che la scoperta di un bravo ricercatore verrà immediatamente finanziata e messa in produzione in un sistema dove invece il cibo prodotto con la chimica finisce buttato tra i rifiuti per gran parte dalla grande distribuzione?
    Sinceramente mi sono un po’ stufato di questo accostamento (tanto in voga anche tra gente “di sinistra”) ambientalista = fighetto con i soldi che può sbattersene dei problemi della gente comune e che per questo è contrario ad ogni progresso.

  8. Pingback: Verde facile facile | Disarming the greens

  9. akiro says:

    “Che il bio e lo stile di vita ecocompatibile sia una moda è indubbio”

    perchè chiamarla moda? Alcune scelte sono molto meno facili di quelle che si fanno per seguire le vere mode.
    Essere ecocompatibili non è spesso cosa da fare a sforzo 0, perchè innanzi tutto c’è da cambiare le proprie _dannose_ abitudini, nonche provare a pensare alle conseguenze dei propri gesti.
    I veri seguici delle mode raramente riescono a pensare troppo a quello che stanno facendo.

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