Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Il paradosso della scomodità

27 maggio 2012

Un'immagine bucolica della capitale cinese all'inizio del Novecento. Esotismo alla sua massima espressione. Con uno di quei temerari sul suo velocipede, che tocca folli velocità.

Ti promettono un’esperienza unica, un lusso stile anni Sessanta, una vita da George Clooney. E poi scopri che non hai neanche lo spazio per accavallare le gambe. Il paradosso del volo civile di oggi è tutto qui: le meraviglie di una vita a diecimila metri di quota (non a caso è stato chiamato jet-set) e la scoperta che invece ci possiamo permettere solo le low cost più “tirate”, e magari qualche charter malfidato per le vacanze in località esotiche. Anche qui: aerei che poi ci si lamenta tutti che se bisognava viaggiare come su un traghetto Tirrenia, tanto valeva andarsene in Sardegna che è pure più bella. Ah, signora mia, le spiagge come la Sardegna non ce l’hanno neanche ai Caraibi.

L’essenza del volo, il distillato dell’avventura, l’esperienza fondante del distacco dal suolo: chiamatela come volete ma dovrebbe essere un mix di stile e di appetito per la vita. Si viaggia in aereo perché non si teme la velocità o l’altezza, si viene invece bruciati dalla febbre di arrivare, dal desiderio di scaldarsi per qualche ora con il sole che si trova solo al di sopra le nuvole, dalla necessità di traversare la notte e arrivare in posti dove i nostro nonni migravano su bastimenti con viaggi che duravano settimane se non di mesi.

Un po’ di tempo fa è morto un mio vicino di casa. Un altro triste caso di vecchio saggio che, quando muore, è come se morisse una biblioteca. Era un signore cinese molto anziano e dai modi squisiti, la memoria storia del quartiere dove abito a Milano. Negli anni passati mi aveva raccontato di quando era venuto in Italia giovanissimo a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta: il viaggio aveva richiesto sei mesi e corposi zig-zag tra confini, etnie e stati (anzi, in un paio di casi anche imperi) prima di toccare il suolo italico in quel di Venezia. Nella capitale del tardo Impero cinese, Pechino, con i suoi misteri e le storie raccontate da Luigi Barzini senior alla fine dell’Ottocento, erano cambiate molte cose ma non il senso profondo dell’esotismo, la passione per l’avventura. Pechino e Venezia erano come due pianeti di sistemi solari diversi, popolati da essere completamente differenti.

1 2 3 4 Successiva »
TAG: , , , , , , , ,
  • mariof

    Alcune compagnie più illuminate hanno una distanza tra file di seggiolini maggiore, ma il problema della larghezza rimane….

  • Sigurt

    Tutto assolutamente VERISSIMO. Viaggiare al fianco di due ragazzotte americane, non è il massimo della vita… debordano. E tu sei costretto in un solo lato del seggiolino per 7 ore e passa. Una tortura cinese.

  • http://radiofreemouth.blogspot.com/ speakermuto

    Grazie Antonio. D’ora in poi avrò un ulteriore motivo di preoccupazione in aereo: i vicini corpulenti.

  • cervelletto

    dall’alto del mio metro e novanta non posso che annuire in silenzio…