
Anche quest'uomo avrebbe preferito essere un anonimo contabile ma poter volare a meno di cento euro a tratta, piuttosto che passare alla storia rimanendo però prigioniero della forza di gravità. (photo by kimberlyfaye on Flickr)
Quand’è che si può dire di aver fatto un buon atterraggio, si chiedevano i piloti una volta? Quando si esce dall’aereo con le proprie gambe, era la risposta più appropriata. E giù risate, pinte di root beer (perché non si beve le 24 ore prima del volo) e gran piatti di carnazza appena grigliata.
Cos’è la paura del volo? Perché alcuni ne soffrono in maniera patologica, quasi imbarazzante, mentre altri paiono totalmente immuni?
Prima un dato, preso dalle statistiche di SITA relative ai bagagli e ai passeggeri circolanti nel mondo l’anno scorso. Nel 2011 hanno volato 2,86 miliardi di persone. Non esiste un numero più preciso di questo, che conta anche i doppioni (e i triploni, e i quadruploni, eccetera), cioè che conta più volte quelli che hanno volato più volte nel corso dell’anno. Io ad esempio nel 2011 ho preso 51 volte l’aereo e conto quindi per 51 persone. Ma gli altri 50 non ci sono. Bisognerebbe avere dei dati su quanti siano i viaggiatori abituali ad alta frequenza rispetto a quelli a bassa frequenza e agli occasionali. Ma come regola minima direi che quasi tutti quelli che hanno volato nel 2011 hanno preso l’aereo almeno due volte in un anno, cioè si divide per due e parliamo di 1,43 miliardi. Ne leverei qualche centinaio di milioni e parlerei di un totale di un miliardo di singoli passeggeri. Siamo 7 miliardi sul pianeta, quindi non pochi.
Ecco, questo settimo della popolazione mondiale che vola si porta in aria un patrimonio di ansie e di terrori, di paure e di stress. Ci sono parecchie persone che non prenderebbero un aereo neanche sotto minaccia, ed è un vero peccato perché, non solo si perdono l’occasione di andare in posti lontani non raggiungibili con altri mezzi di locomozione (provate l’Australia in nave, se vi riesce), ma soprattutto si perdono l’emozione di trovarsi sospesi a dieci chilometri sopra il terreno (o il mare, più probabilmente, visto che la superficie terrestre è prevalentemente coperta dall’acqua) e guardare le cose da quella prospettiva che ha affascinato l’umanità fin dalla notte dei tempi.
Secondo me il volo è una delle cose che definiscono questa nostra epoca moderno-contemporanea, che ci rende davvero unici rispetto alla storia passata dei tempi di, chessò, Napoleone piuttosto che Giulio Cesare, dei Maya o degli Assiro-Babilonesi. Possiamo dire, in un improbabile redde rationem finale, “Noi siamo quelli che volavano”, o almeno sulla superficie terrestre. Più avanti si vedrà.
Abbiamo persino inventato gli orologi degli aviatori, quelli che dicono due ore perché tengono il fuso orario di casa e quello di dove ci troviamo! (Poi vi racconto chi è stato e dove, gran bella roba). Insomma, il volo ci definisce, definisce la nostra società, la nostra economia, la nostra storia, persino e soprattutto le nostre guerre. E il vostro ospite in queste pagine, cioè io, non amo per niente le cose militari che permettono all’uomo di privare della vita un altro uomo, quindi dei prodigi delle macchine per la morte, per quanto affascinanti, qui non se ne parla se non di sfuggita e proprio quando non se ne può fare a meno.
La paura del volo però è un’altra cosa. Non c’è niente di più eroico che vedere i volti tesi, tirati, duri, di donne e uomini adulti che vivono una piccola frazione terribilmente reale dell’esperienza di un condannato a morte nei minuti precedenti il decollo. E la tensione che fa digrignare i denti, il senso di vuoto allo stomaco mentre il velivolo si alza, spinto dal sibilo intenso dei motori. Gli occhi che si chiudono all’improvviso, la testa che scatta quasi a porgere le spalle al pericolo durante gli improvvisi stalli e salti dell’aereo lanciato nell’atmosfera.




