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A caccia del moto perpetuo – Parte II

6 febbraio 2012

Riassunto della puntata precedente: una coppia di intrepidi orologiai si cimenta in innovazioni spericolate. Come quella del Reverso, l’orologio che può essere girato davanti-indietro senza bisogno di toglierselo dal polso, dedicato a tutti gli amanti del Polo. E fu un successo mondiale. Ma i due avevano in realtà già lavorato a un progetto straordinario. Entra in scena l’ingegner Jean-Leon Reutter.

Per riuscire a cacciare il moto perpetuo, bisogna lasciare il reame degli orologi da polso e fare un salto in un mondo molto più antico e differente. Quello degli orologi con il pendolo.

Il pendolo è la tecnologia con la quale l’orologio attinge una forma di energia che gli consente di tenere il movimento in azione e di contare efficacemente il passaggio del tempo. Su come questo avvenga in dettaglio, se ne può parlare a lungo. Basta dire qui che il pendolo come sistema di propulsione per gli orologi meccanici è stata una genialata dell’olandese Christiaan Huygens, che l’ha anche brevettato nel 1656. Il pendolo, come aveva notato Galileo e di conseguenza come ci hanno insegnato alle elementari, ha caratteristiche di regolarità parecchio interessanti per un orologiaio. Il pendolo è un grave di una certa massa legato alla metà libera della barra o corda che è incernierata dall’altro lato a un fulcro. Nel suo muoversi, cioè oscillare, ci mette sempre lo stesso tempo, che si chiama periodo. E quindi questo andare avanti e indietro viene bene per seguire, tramite uno “scappamento” (il meccanismo che converte il movimento del pendolo in rotazione degli ingranaggi e quindi delle lancette che segnano l’ora), l’avanzare del tempo. Il problema del pendolo è che è pensato per restare sempre nello stesso posto, bloccato il più possibile: non si può portare a giro. Da qui l’invenzione del sistema basato su bilanciere, che funziona sempre, anche a testa in giù: è quello che sta dentro il vostro orologio meccanico da polso, se ne avete uno.

Infatti il pendolo risente oltre che della posizione anche delle vibrazioni (va da sé) e addirittura dell’escursione termica, poiché questa fa dilatare o contrarre i materiali usati per il pendolo stesso (corda e peso che lo alimenta, o la molla), alterandone la lunghezza o la massa e quindi il periodo, con spiacevoli effetti sulla regolarità finale dell’orologio. Generazioni di orologiai si sono sbizzarriti a progettare pendoli che ovviassero a questi problemi: in tempi di illuminismo e di rivoluzione industriale, la meccanica degli ingranaggi e dei pendoli era l’informatica di oggi. I migliori hacker stavano tutti lì, a sbizzarrirsi con queste cose tutte fatte di ingranaggi, molle, pesi e contrappesi. E, lasciatevelo dire da uno che ha fatto entrambe le cose, l’alienazione che deriva dallo smontare e rimontare per giorni un orologio è simmetrica a quella che si prova passando le notti a programmare in qualche linguaggio di alto livello. Se dovessi scrivere un romanzo Steampunk, il protagonista non potrebbe che essere un orologiaio.

Tra pendolo e bilanciere, però, è stata inventata anche altra roba. In particolare, il pendolo a torsione, che è poi quello usato negli “orologi da tavolo con le palle” (mia personale definizione). Non so se avete presente: l’orologio di solito è dentro una cupola di vetro (soprattutto per evitare gli effetti atmosferici di cui sopra per il pendolo tradizionale) e ci sono queste sfere di metallo che ruotano orizzontalmente attorno al fulcro dove c’è il meccanismo dell’orologio vero e proprio. Le sfere sono sospese su di una molla a torsione e fanno un movimento lento, che non è altrettanto veloce né rispetto al pendolo né rispetto al bilanciere. Però è un movimento che richiede pochissima energia per funzionare: vanno avanti letteralmente per mesi con una sola carica.

Il pendolo a torsione ci viene comodo perché venne utilizzato per la più geniale invenzione sul moto perpetuo che si sia mai vista. I nostri due orologiai della Vallée de Joux, Edmond Jaeger e Jacques-David LeCoultre, non erano gli unici ad avere il pallino dei movimenti e della meccanica, come si sarà capito. C’era (e forse c’è ancora) un bel po’ di gente affascinata da queste cose. E se uno si occupa di “queste cose” il tema con il quale si confronta tutti i giorni è l’attrito. Impara la scienza (o per meglio dire: l’arte) della tribologia: quella scienza cioè che studia l’attrito, l’usura e la lubrificazione di superfici che vengono strusciate l’una contro l’altra (lo so, l’ho già scritto qui). Ci sono interi settori industriali costruiti attorno a questa scienza. Ne parlavo per gli aerei, la loro manutenzione e il ruolo dell’attrito, ma si potrebbe parlare anche dei grandi produttori di cuscinetti a sfere come SKF, che poi sono il singolo componente che ha rivoluzionato la storia dell’umanità (ne parliamo un’altra volta, lo so, lo so, ci vuole un po’ di tempo, portate pazienza).

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  • Pingback: A caccia del moto perpetuo - Parte I Jaeger LeCoultre | Antonio Dini

  • pendolare

    anche l’articolo ha un che di perpetuo, sembrava non finire mai!
    però interessante, e visto che anche il tourbillon mi affascina leggerò anche tutto il prossimo articolo

  • http://nellabottiglia.blogspot.com lucac

    Complimenti davvero per questi articoli. è un vero piacere leggerli, continua così, mi raccomando.