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Tra Milano e Miami

20 gennaio 2012

Storia di un viaggio ancora da cominciare, ma che parte assai da lontano

Si avvicina il momento di imbarcarmi di nuovo. Destinazione: Miami. Il volo è di Alitalia, con un A330, lo snello bimotore che traversa l’Oceano grazie alle norme ETOPS che stabiliscono quali sono i margini di sicurezza, cioè la distanza massima in minuti di volo dalla prima pista disponibile in caso di atterraggio di emergenza.

Ripasso un po’ di geografia: le rotte degli aerei sono sempre sorprendenti se le guardiamo su una cartina, perché sembrano prendere la strada più lunga. Non procedono lungo linee rette, come dovrebbero, ma descrivono lunghi archi, deviazioni all’apparenza incomprensibili. In realtà, seguono una logica che si capirebbe meglio utilizzando un mappamondo: la terra è una sfera (più o meno) e le rotte sono archi che cercano di seguire sia il percorso più breve (non sempre comprensibile a colpo d’occhio su una cartina, che utilizza una proiezione della sfera sul piano), sia quello più favorevole in termini di correnti d’alta quota – il cosiddetto jet-stream, che può aiutare oppure ostacolare in modo sostanziale il volo – sia infine quello più conveniente in termini di costi commerciali e geopolitici. Sì, perché gli stati posseggono, oltre al suolo e al sottosuolo, anche l’aria che poggia sopra il loro territorio (fino a una certa altezza, decisamente inferiore all’orbita dei satelliti ma superiore a quella dei velivoli civili per il trasporto aereo), ed impongono tasse di sorvolo, possibili blocchi politici, chiudono porzioni del cielo al traffico per motivi militari (esercitando nel pieno il loro diritto di sovranità aerea) e addirittura si fanno pagare per i servizi di “aiuto alla navigazione” forniti dal controllore del traffico aereo che è un monopolista naturale, anche nel caso in cui l’aereo non tocchi il suolo, cioè non atterri e quindi non debba pagare i comprensibili diritti aeroportuali.

È un mondo complesso, fatto di regolamentazioni e necessità tecniche, oltre che politiche, che a me fa venire il mal di testa solo a pensarci. Mi consolo pensando all’epoca dei pionieri del volo commerciale, quando uomini come Juan Trippe (il gran capo della Pan Am, ricordate?) facevano avanti e indietro sull’Oceano Atlantico per tracciare personalmente le rotte grazie alle quali ancora oggi si sviluppa la maggior parte del traffico intercontinentale. Per una singolare combinazione, l’aeroporto di Miami nasce come “Pan American Field” nel 1928, e da lì operava la compagnia di Trippe.

(Leggi Il mondo senza la Pan Am)

Mi metto così a sfogliare un po’ di appunti per “ripassare” le quasi dieci ore di volo che mi aspettano e prepararmi come si deve. C’è un sito molto utile (anche se graficamente molto spartano) che permette di farsi un’idea delle rotte e delle distanze. Si chiama Great Circle Mapper, tenetelo a mente perché ci servirà più avanti.

Il volo per Miami da Milano è diretto senza scali: Malpensa-Miami International Airport e ritorno. Gli aeroporti vengono indicati con delle sigle: i piloti usano la nomenclatura ICAO (l’Organizzazione internazionale dell’Aviazione Civile), che produce sigle di quattro lettere, utilizzate per identificare in modo univoco gli aeroporti di tutto il mondo. Si usa per fare le rotte, le rilevazioni del meteo e per le comunicazioni del traffico aereo. Sempre l’ICAO ha anche una serie di codici a tre lettere per identificare le compagnie aeree, anche queste sempre in modo univoco.

Invece la IATA, che è tutta un’altra parrocchia (è una organizzazione di settore delle compagnie aeree – Associazione internazionale del trasporto aereo – e ne raggruppa la maggioranza in tutto il mondo) ha sviluppato tutta un’altra serie di codici. Tre lettere per gli aeroporti e due lettere per le compagnie aeree. Siccome la IATA gestisce i servizi per le compagnie aeree socie (lo scopo è il risparmio di soldi e l’ottimizzazione delle procedure), i codici IATA degli aeroporti e delle compagnie aeree sono più noti al pubblico perché sono quelli che si vedono stampati sul biglietto e sull’etichetta dei bagagli. Per convenzione, si usano sempre quelli. Ma così facendo si crea una cerca confusione, tanto che in un futuro non troppo remoto lo standard IATA dovrà essere assorbito da quello dell’ICAO.

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5 commenti

  1. mattcav says:

    uau quanta roba.

    forse tra tutte la storia dei pionieri del volo italiano è la più affascinante. sono sempre stato affascinato dai manifesti dell’ala littoria e delle altre compagnie italiane anni ’30:

    http://www.mondointasca.org/restricted/uploads/attualita/giugno-2009/boccasile.jpg
    http://www.clubfilateliaoro.it/userfiles/image/articoli/ala11.jpg
    http://26.media.tumblr.com/tumblr_lxg1reFETf1qhwqoyo1_400.jpg

  2. citizenmanu says:

    Decisamente interessante. Immagino che l’articolo sia stato scritto durante l’ennesimo volo atlantico, magari con il kindle scarico accanto :)

  3. Pingback: L’abbicidì della sicurezza | Antonio Dini

  4. milziade368 says:

    E’ sicuro l’autore di avere scelto e indicato il miglio giusto?

  5. lormayna says:

    Sono completamente d’accordo con te riguardo alla scomodità del sedile centrale della classe economy del 767: non si può reclinare quasi per nulla e non c’è posto per distendere le gambe. Ho avuto modo di prenderlo durante un volo Shanghai – Mosca ed è stato un inferno.

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