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	<title>Andrea Salvadore</title>
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	<description>Vive a New York e fa il regista</description>
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		<title>Il bel film sulla campagna elettorale televisiva candidato all&#8217;Oscar</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 07:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho visto NO, uno dei film candidati all&#8217;Oscar per miglior film straniero, vincitore per la regia a Cannes. Un bel manuale per vincere elezioni con la televisione, che trascende (volendo) tempi e luoghi che non sono i nostri, nemmeno alla &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2013/02/20/il-bel-film-sulla-campagna-elettorale-televisiva-candidato-alloscar/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/lOeiw_BJPas" frameborder="0" width="610" height="343"></iframe></p>
<p>Ho visto <em>NO</em>, uno dei film candidati all&#8217;Oscar per miglior film straniero, vincitore per la regia a Cannes. Un bel manuale per vincere elezioni con la televisione, che trascende (volendo) tempi e luoghi che non sono i nostri, nemmeno alla lontana.<br />
Siamo in Cile, 1988, ai tempi del referendum pro o contro Pinochet, al potere dal golpe del 1973. All&#8217;opposizione vengono concessi 15 minuti di televisione autogestita al giorno per un mese (da mezzanotte a mezzanotte e quindici) avendo il governo il controllo della stessa per il resto del tempo. Un&#8217;occasione storica che il film di Pablo Larrain (l&#8217;ultimo di una trilogia) ci racconta come non fu sprecata.</p>
<p>Lo slogan fu <em>La alegría ya viene</em> (<em>l&#8217;allegria, la felicità stanno arrivando</em>). Il contrario di quello che l&#8217;opposizione frammentata (16 partiti) ma unita nel denunciare i crimini di Pinochet intendeva realizzare agli inizi della campagna elettorale. Appariva a tutti ovvio che bisognasse parlare di omicidi, torture, sequestri messi in campo per anni dal governo di Pinochet. Invece NO. Suggerita, diretta da uomini della pubblicità, la messa in onda dei 15 minuti al giorno fu mutuata proprio dagli spot televisivi. Il linguaggio risultò vincente. Parlarono d&#8217;altro. Di futuro, ottimismo, evitando l&#8217;ossessione del generale golpista. Dando per scontato tutto.</p>
<p>Larrain, il regista, ha raccontato di avere scelto di girare con una camera U-matic del 1983 per non creare differenze tra i materiali di repertorio e il girato attuale. Il risultato &#8220;poverista&#8221; è un impasto documentaristico che ci consegna un bel trattatello su cui riflettere, anche oggi. Leggo che pezzi di opposizione cilena, che trionfò nel referendum, sono molto critici sul film. Non fu la pubblicità &#8211; dicono &#8211; a sconfiggere il dittatore. Non entro nella disputa. Furono molti allora che si batterono per il non voto perché la partecipazione al referendum avrebbe legittimato il regime. E sindacati e movimenti registrarono al voto 7.5 milioni di nuovi elettori.</p>
<p>Gael Garcia Bernal nel film è il pubblicitario Rene Saavedra, l&#8217;inventore dello slogan positivo, personaggio dilatato nella fiction, come fanno i film, da sempre. Saavedra scommette sull&#8217;emozione, fattore scardinante nella scelta del voto. Non sulla lista degli orrori subiti. Non fa cenno allo stesso Pinochet. Come non esistesse.</p>
<p>Il <em>Wall Street Journal</em> ha fatto notare che l&#8217;ottimista Reagan aveva adottato un messaggio simile. Altri risalgono a Kennedy e, in generale, allo &#8220;spirito americano&#8221;. Si parla spesso, a vanvera, di guru americani, intendendo quelli degli Stati Uniti. Pablo Larrain allarga all&#8217;altra America l&#8217;influenza dei guru in politica.</p>
<p>PS: Il favorito per miglior film straniero è l&#8217;osannato <em>Amour</em>. Io voto <em>NO</em>.</p>
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		<title>Il guru americano</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 08:53:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho visto questa settimana ad Agorà su Rai3 Storace apostrofare un esponente montiano con l&#8217;ormai classico «ma chi te l&#8217;ha insegnato, il guru americano?» Spernacchiare il fantasma di David Axelrod, lo stratega obamiano, sembra diventato uno degli sport minori di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2013/02/06/il-guru-americano/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto questa settimana ad <em>Agorà</em> su Rai3 Storace apostrofare un esponente montiano con l&#8217;ormai classico «ma chi te l&#8217;ha insegnato, il guru americano?»<br />
Spernacchiare il fantasma di David Axelrod, lo stratega obamiano, sembra diventato uno degli sport minori di questa campagna elettorale, da quando si è diffusa la notizia della consulenza a Monti. Tutti a ridere sul paraguru. A fare ironie sulle <em>war rooms</em>. A sintetizzare la lezione vincente di Obama in un <em>surplus</em> di aggressività. E via così, banalizzando una macchina complessa che ha incrociato in America un esercito di volontari con la grande copertura personalizzata sulla rete, mutuata dalla pubblicità. E, in questa cornice, ha impresso segni evocativi di un futuro migliore.</p>
<p>Un bellissimo documentario del 1993, nominato per l&#8217;Oscar, si chiamava, appunto, <em>The War Room</em> e ha raccontato la campagna vincente di Clinton del &#8217;92, dall&#8217;interno della stanza itinerante degli strateghi della sua organizzazione. Da quei luoghi è nata la celebre frase <em>It&#8217;s the economy, stupid</em>, divulgata da James Carville, paraguru di allora, per dirla con i sapientoni di casa nostra. Carville è poi diventato commentatore politico fisso di CNN. Stesso destino per Karl Rove, il suo omologo di Bush, al lavoro per FoxNews. Axelrod è più organico a MSNBC, la terza grande allnews americana. Queste tre televisioni sono il territorio chiuso entro cui si è animata l&#8217;ultima elezione americana. Complessivamente nel <em>prime time</em> fanno tre milioni di telespettatori, l&#8217;uno per cento della popolazione. Nel nostro paese si dice, invece, che la televisione formi il 75 per cento del consenso. Gratis. Partecipando semplicemente ai programmi che si sono moltiplicati in questa fase, invece di spendere milioni di dollari nell&#8217;industria dello spot da 30 secondi. La televendita elettorale in America è senza limiti di spesa ma limitata nei dibattiti (pochi e decisivi) e giocata ormai nel quotidiano molto di più online. La vecchia televisione non informa più ma megafona, amplifica quello che proviene dalla rete. Quindi non sembrano esperienze paragonabili, l&#8217;italiana e l&#8217;americana. Ed è questo il limite strutturale delle consulenze estere di Monti (anche quella inglese). Ma vent&#8217;anni dopo <em>The War Room</em>, le campagne elettorali sono diventate meno semplici e sempre più ricche di collaborazioni composite e, anche, sorprendenti.</p>
<p>Da noi, a dire il vero, ci si diverte non solo con i paraguru americani ma anche con i Casaleggio, i Gori. Ma con Axelrod è partita una gara fessa e patriottarda a difendere il paese dall&#8217;invasione dell&#8217;americano. È possibile però traslocare in un mese una struttura e una idea che in America richiedono anni di preparazione e una raccolta di fondi incomparabile? È impresa ardua e appare soprattutto difficile la costruzione di una narrazione ottimista, una visione che vada oltre l&#8217;economia domestica, per tuffarsi in un progetto che includa i giovani, la grande rimozione italiana. Quello che ha fatto Axelrod con Obama, costruendo a pezzo a pezzo un mosaico con una prospettiva, un disegno. I guru servono a questo. A ricondurre a unità le varie specialità che in una campagna elettorale moderna concorrono a &#8220;emozionare&#8221; nella scelta elettorale. Quello che aveva fatto Renzi. E prima ancora Grillo. Anche con i loro guru.</p>
<p>Oggi leggiamo sul <em>Los Angeles Times</em> un commento a proposito del cambio del capo degli <em>speechwriters</em> della Casa Bianca, quelli che scrivono i discorsi per Obama. Jon Favreau, 31 anni, andrà a scrivere per Hollywood, come ha già fatto il suo collega Jon Lovett. Dice il <em>Los Angeles Times</em> di Favreau :«He can write comedy, history, drama, suspense». Insomma sa scrivere di tutto. Spulciando i commenti alla notizia su <em>Politico</em> vedo che un lettore ha aggiunto «sì, sa scrivere anche fiction». Vi viene in mente uno in Italia così? L&#8217;unico che non ha bisogno di guru?</p>
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		<title>Quentin Tarantino spara alla storia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jan 2013 09:33:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho visto Django unchained - il film di Tarantino uscito in America il giorno di Natale &#8211; in un cinema di Philadelphia, nel quartiere in cui continua a crescere una delle università più antiche d&#8217;America. A ogni ammazzamento, spappolamento, azzoppamento la &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2013/01/02/quentin-tarantino-spara-alla-storia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto <em>Django unchained -</em> il film di Tarantino uscito in America il giorno di Natale &#8211; in un cinema di Philadelphia, nel quartiere in cui continua a crescere una delle università più antiche d&#8217;America. A ogni ammazzamento, spappolamento, azzoppamento la sala reagiva ridendo e applaudendo. Un gruppo di ragazzi afroamericani con felpe e cappellini della locale Penn University, nella fila sotto la mia, era veramente divertito e alla fine commentava entusiasta. (La prima ufficiale del film era saltata per la quasi contemporaneità con la strage di bambini nel Connecticut.)</p>
<p>Tarantino non è più un ragazzone indipendente da Hollywood. Nel 2009 <em>Bastardi senza gloria</em> raccolse 120 milioni ai botteghini americani e nell&#8217;ultimo fine settimana Django è stato battuto di un soffio solo da <em>Lo Hobbit</em>. Il film è riassumibile in una frase recitata che spiega chi è Django, lo schiavo liberato <em>to kill white people and get paid for it</em> (<em>per ammazzare dei bianchi ed essere pagato per farlo</em>). E questa citazione porta dritta dritta all&#8217;altra che è quella celebre alla fine de <em>L&#8217;uomo che uccise Liberty Valance</em> di John Ford, di cinquanta anni fa : <em>This is the West, Sir. When the legend becomes fact, print the legend</em> (<em>questo è il West, signore. Dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda</em>). <em>Django</em>, il film, sta dentro queste due frasi e ci sta bello largo. Tarantino, notoriamente, ha detto di non amare John Ford (il grande John Ford) e di essere invece un cultore di Sergio Corbucci (che da noi nessuno, con poche eccezioni, si fila più). Di Ford però dovrebbe apprezzare almeno la citazione sulla leggenda che si fa realtà perché è questo che fa il suo film con il supereroe Django.</p>
<p>Ambientato nel West delle consuete Alabama Hills della California, senza indiani pellerossa e sette anni anni prima dell&#8217;inizio della Guerra Civile, il film entra dentro la grande ferita americana non risolta dall&#8217;elezione di Obama: quella della schiavitù. E lo fa senza le moine politicamente corrette di sempre di Hollywood. Samuel L. Jackson &#8211; l&#8217;attore icona di Tarantino (che se non vince l&#8217;Oscar è uno scandalo) &#8211; racconta provocatoriamente la storia dello schiavo nero reificato nel lavoro della piantagione dal padrone bianco, riscrivendo dolorosamente un pezzetto di storia sulla questione. Non ho capito, come tanti, la polemica di Spike Lee, che ha accusato Tarantino di avere usato a profusione il termine offensivo <em>nigger</em> per gli schiavi neri del film, dicendo che «È stato un olocausto, non uno <em>spaghetti western</em> di Sergio Leone». A metà Ottocento i neri non venivano chiamati <em>afroamericani</em>. È uno schifo (storicizzato) ma è così.</p>
<p><em>Django</em> è un western perché Tarantino ha sempre fatto western. È il prodotto della sua formazione di <em>dropout</em> al primo anno di liceo. Il prodotto del mito fermo alla regressione buoni-cattivi e della cultura del genere &#8211; lo spaghetti western, la nostra serie A retrocessa in serie B &#8211; di gerarchie coltivate nelle cineteche e nei filmforum delle parrocchie di destra e sinistra. Io ero scosso a tratti dalla violenza che in <em>Django</em> si trasforma in elegia dello sterminio. Mio figlio, 15 anni, mi sfotteva: più a suo agio di me con dialoghi e personaggi ibridati da cartoni e videogiochi. Certo, per due ore e quarantacinque minuti, l&#8217;allegoria tarantiniana vi lascerà divertiti/tramortiti. Fino alla catarsi del lieto fine. A cominciare dalla playlist, costruita a priori, che è l&#8217;architettura portante del film. La musica sottolinea ed evidenzia, entra ed esce come un filo cucito dentro gli spara-spara, senza paura di essere ridondante. Anzi cercando proprio il raddoppio, il triplete, l&#8217;esondazione.</p>
<p>Vent&#8217;anni dopo <em>Le Iene</em> e altri otto film, a 49 anni, Tarantino dice di continuare ad amare l&#8217;analogico e la celluloide. Non usa smartphone e si è concesso un iPad che tratta, pare, distrattamente e con lunghe pause. Quentin Tarantino è un bravo ragazzo, all&#8217;antica. Che non a caso, anche lui, ha detto di essere cresciuto con il J.D.Salinger del giovane Holden.</p>
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		<title>Il concertone di anziani per Sandy</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 09:27:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alle 19.30 su 37 televisioni in America è partito il concerto del 12-12-12 per le vittime di Sandy, al Madison Square Garden. Scorrono le immagini della catastrofe, le parole di speranza. Come quelle del pezzo che apre, di Bruce Springsteen, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/12/13/il-concertone-di-anziani-per-sandy/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alle 19.30 su 37 televisioni in America è partito il concerto del 12-12-12 per le vittime di Sandy, al Madison Square Garden. Scorrono le immagini della catastrofe, le parole di speranza. Come quelle del pezzo che apre, di Bruce Springsteen, <em>Land of Hope and Dreams</em>. A seguire gli inni al Jersey Shore, le spiagge &#8220;più inclusive&#8221; dice Springsteen ( ci vanno tutti, ricchi e poveri ) in un&#8217;introduzione dagli echi obamiani. E arriva il vicino di casa Bon Jovi per <em>Born to Run</em>. Sullo schermo appaiono i live tweets, i numeri per fare donazioni.</p>
<p>Billy Crystal (di Long Island) introduce come ad una serata Oscar, mischiando humour e dramma. Saluta i governatori Cuomo e Christie e ci dice che siamo in due miliardi, nel mondo, stasera, stanotte. Un dollaro a testa, solo un dollaro a testa chiede, che gestirà il Robin Hood Relief Fund, il salotto buono della filantropia di New York. Ci sono dentro gestori di hedge funds, CEO, presidenti di consigli di amministrazione e Gwyneth Paltrow, Lloyd Blankfein di Goldman Sachs e Harvey Weistein, il produttore, i Rolling Stones e Lady Gaga. La fondazione gode di un immacolato e massimo giudizio annuale di chi, nel mondo filantropico, assegna le stelle , come ai ristoranti. Quelli di Robin Hood gestiscono il denaro che ricevono come un&#8217;impresa e lo distribuiscono a no profit su progetti specifici. Sono famosi per esercitare un controllo rigido sui risultati ottenuti e per avere tolto fondi a chi non li raggiunge, applicando una metrica non flessibile a una materia di solito gonfia di drammi non quantificabili. Robin Hood è il circolo esclusivo della città , il club in cui le pop stars incontrano i banchieri, che raggiunge le periferie che i suoi benefattori non saprebbero trovare nemmeno con il GPS.</p>
<p>«Tutti vecchi rockers» dice mio figlio andandosene in camera quando si materializzano i Rolling Stones in promozione tour , dopo Adam Sandler che ci era piaciuto parecchio ( a sorpresa). Ho dovuto spiegargli chi è Roger Waters e lui mi ha detto che se non c&#8217;eè Kendrick Lamar (il rapper che il <em>New York Magazine</em> ha messo al primo posto nella classifica pop dell&#8217;anno) non è roba per lui. Però mi aveva chiesto di chiamarlo per Eric Clapton. Una sola donna, Alicia Keys. Un solo afroamericano, Kanye West (lanciato dal grande Chris Rock). Prima però ci commuoviamo tutti in casa quando Jon Stewart saluta il capo della polizia di Seaside, New Jersey, dove sono morti in 34 con Sandy. Seaside la cittadina che ha ospitato i ragazzotti di <em>Jersey Shore</em>. Agli Who mio figlio mi ha detto un ciao definitivo. E sono rimasto a vedere le presentazioni di Jimmy Fallon, Stephen Colbert, Steve Buscemi. Riflettendo sulla rottamazione dei musicisti. In certi casi iTunes e i video d’epoca You Tube potrebbero bastare e avanzare.</p>
<p>Quando le telecamere vanno sul pubblico scoprono solo bianchi. 30 milioni l&#8217;incasso della serata al Madison (biglietti da 150 a 2500 dollari). Più 27 cinema nella città. Su Itunes vedo già al primo posto la raccolta con 24 pezzi. Il successo annunciato fa bene alle vittime di Sandy . E questa è cosa buona. Sulla musica abbiamo tutti idee diverse e pure questa è cosa buona. Ma probabilmente andiamo tutti d&#8217;accordo quando accade una magia come quella in cui il pulitino e carino Chris Martin invita Michael Stipe dei REM. Che appare (<em>Losing my religion,</em> il pezzo) e scompare di nuovo per tornare a fare il pensionato musicista.</p>
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		<title>L&#8217;isola dei famosi: dal buio di Manhattan</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 14:00:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;isola di Manhattan è spaccata in due. Upper East Side e Upper West stanno bene (il nord). Dalla quarantesima strada fino a tutta downtown (il sud) è nero pece. Senza corrente a cui è appiccicata tutta la nostra vita (non &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/10/31/lisola-dei-famosi-dal-buio-di-manhattan/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;isola di Manhattan è spaccata in due. Upper East Side e Upper West stanno bene (il nord). Dalla quarantesima strada fino a tutta downtown (il sud) è nero pece.<br />
Senza corrente a cui è appiccicata tutta la nostra vita (non solo luce e quindi tv, connessioni varie, frigorifero, gas, riscaldamento ma da ieri anche senza acqua per chi come noi abita al decimo piano). Ferme la consegna posta e la raccolta della spazzatura, nella metà dell&#8217;isola bladerunnerizzata. Il deli coreano sotto casa resiste impavido aperto 24 ore e mi assicura che tutto quello che vende è fresco mentre il supemercato una strada sotto è chiuso.<br />
Nulla di drammatico. Si sopravvive, passando più tempo nell&#8217;altra parte della città, quella illuminata. Certo non facciamo salti di gioia. Intorno a me, nel palazzo, nelle strade vedo solo gente paziente che attende il ritorno della città delle mille luci. Io ho più un&#8217;abitudine a prendermela con qualcuno, in questi casi. Il sindaco, la corporation che ci dà la luce, ecc. Il sindaco, soprattutto, che bulleggia ogni cinque minuti in televisione e ha detto a Obama di stare a casa che lui ha troppo da fare e intralcerebbe i lavori in corso. Al contrario del governatore del New Jersey, Chris Christie che, probabilmente per altri calcoli politici futuri, ha detto che Obama fa bene ad andare nelle zone colpite.<br />
Gli americani in genere convivono audacemente con i disastri naturali e New York ha capito in un recente passato di non essere inattaccabile.<br />
Due, quattro, cinque giorni al buio ancora, non si sa. Sta cambiando anche il corso della campagna elettorale e si discute se sia un bene o un male per il presidente in carica che, nella illuminatissima Casa Bianca, segue la catastrofe meglio del sindaco Bloomberg.<br />
Non scherzo.<br />
Ha stupito moltissimi con cui ho parlato qua a New York come non fossero state approntate difese fisiche superiori alle centrali elettriche e agli ingressi delle metropolitane. E, soprattutto,  non si vedono piani di riserva.<br />
Vedo poi che anche i sondaggisti brancolano nel buio dando versioni diverse di questa emergenza. Obama potrebbe godere di questa disattenzione dalle campagne e attenzione sulla catastrofe. Ma non è detto perché Romney viaggia con il vento che soffia alle sue spalle con modalità più confortevoli di Sandy (importanti endorsement di giornali favorevoli a Obama nel 2008).<br />
La televisione generalista ha allungato le ore di news, conservando nei palinsesti molte delle serie che la tengono in piedi. L&#8217;altra, quella allnews, vive il suo classico momento di massima esposizione e vampireggia il disastro.<br />
Questa era una settimana fondamentale per tante cose. Vi risparmio quelle private. Mio figlio, a casa da scuola, senza più una vita iperconnessa, mi appare incredulo. Materiali per riflettere. In questa notte lunga 24 ore in cui l&#8217;isola dei famosi ha perso, per sempre, il suo &#8220;eccezionalismo&#8221;. O, forse, con quello che si avvia ad essere il blackout più lungo della storia delle metropoli moderne, lo ha ancora una volta riaffermato.</p>
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		<title>Servizi pubblici</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2012 22:20:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cosa fa sì che una televisione sia servizio pubblico ? I contenuti, la famosa identità, o chi paga, chi finanzia i contenuti? O forse, come pensano alcuni furbetti del mestiere, l&#8217;ascolto e basta? I nodi emergono ciclicamente in occasioni topiche. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/10/15/servizi-pubblici/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa fa sì che una televisione sia servizio pubblico ?<br />
I contenuti, la famosa identità, o chi paga, chi finanzia i contenuti? O forse, come pensano alcuni furbetti del mestiere, l&#8217;ascolto e basta?<br />
I nodi emergono ciclicamente in occasioni topiche. In America, dove guardo la televisione, le questioni sono esplose con una frase di Romney nel primo dibattito presidenziale, quando ha usato l&#8217;esempio della PBS per dire che la sua amministrazione avrebbe tagliato i fondi a molti programmi federali, tra cui quello che riguarda la televisione comunemente definita pubblica.  I fondi (450 milioni) sono il 15% del budget della entità privata e non profit PBS.<br />
Intanto capire cosa definisce la  PBS come televisione pubblica potrebbe aiutare a immaginare qualcosa anche del futuro della nostra televisione, volendo.<br />
Non bastano i soldi del governo federale citati da Romney (a cui vanno aggiunti il 5% proveniente da governi locali, il 7% da contratti per programmi finanziati sempre da Washington e il 18% di sostegno federale in altre forme comunque dovute). La maggioranza dei soldi arrivano infatti da un mix di fondazioni filantropiche, imprese e contributi volontari di telespettatori (questi raggiungono il 22%). Quindi non è per la formazione del budget che il network di televisioni locali pubbliche &#8211; che, tutte insieme, fanno la cosiddetta televisione pubblica americana &#8211; si può definire semplicisticamente sia servizio pubblico.</p>
<p>È allora per i contenuti che la PBS è ritenuta servizio pubblico? Anche questo è opinabile. Il telegiornale delle sette di sera lungo un&#8217;ora (PBS NewsHour), quello diffuso da tutte le tv locali associate, è realizzato da una società esterna compartecipata, con larghi segmenti di esteri, con scambi con la BBC e altre televisioni e ha due commentatori fissi, Mark Shields e David Brooks, uno più liberal, l&#8217;altro più conservatore.<br />
Tutta la produzione di approfondimenti e inchieste è di grande fattura (orientata liberal). Tutta insieme la programmazione della PBS, con prime serate teatrali, alternate a documentari e inchieste e a serie spesso provenienti dall&#8217;Inghilterrra (Downton Abbey) forma un corpo con una sicura identità. Basta pero&#8217; questo a farne una televisione di servizio pubblico?</p>
<p>Non basta sicuramente la raccolta pubblicitaria, da sempre confinata nelle pause che seguono 50 minuti continui di messa in onda (e poi spot anche per otto minuti di seguito) e recentemente, causa di grande dibattito, infilata a tratti ogni 15 minuti. Pubblicità selezionata e garantita da corporations o fondazioni che già finanziano la stessa televisione. E l&#8217;ascolto? In aumento costante. Nelle classifiche dei primi dieci per molti programmi dedicati ai bambini (e alle madri). Nel primetime poi la PBS supera di parecchio CNN e molti altri concorrenti, esclusi i quattro grandi ( NBC, CBS, ABC, FOX ). L&#8217;ascolto dunque non è indifferente alla costruzione di una identità televisiva ma non è elemento fondante, assoluto, nel breve periodo. È una costruzione lenta.</p>
<p>È allora così la PBS perché mancano le piazze, le  interviste ai citofoni, le macchine rombanti dei politici che si sottraggono alle domande? Perché il ciclo delle lavatrici del caso di cronaca, del delitto della settimana, non viene spalmato a tutte le ore sui palinsesti? Perché non si fa una palude (pop, dicono i furbetti dell&#8217;inizio del post) di pettegolezzo e notizia? Nemmeno per questo perché anche tutta la televisione commerciale americana ha confini e territori blindati, come quelli delle serie fiction, che non sono permeabili all&#8217;attualità più o meno gridata, logorroica, retorica.<br />
La meno noiosa di un tempo PBS è servizio pubblico perché risponde a tutte e tre le domande iniziali. Perché fa quadrare i conti con il poco che ha, perché ha una linea editoriale, perché fa ascolto. Senza canone.<br />
Poi, a pagamento, le serie che mi piacciono me le vado a vedere su HBO e Showtime. Ma questo é un discorso più largo.</p>
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		<title>Le donne americane</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 07:21:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avete mai sentito parlare dei loro mariti, ad un congresso di partito, le mogli di Bersani, Casini, Alfano? Non è la sola differenza con le campagne elettorali americane ma, forse, la più evidente. Le mogli (senza contare nonni, figli, nipoti, parenti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/09/02/le-donne-americane/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avete mai sentito parlare dei loro mariti, ad un congresso di partito, le mogli di Bersani, Casini, Alfano? Non è la sola differenza con le campagne elettorali americane ma, forse, la più evidente. Le mogli (senza contare nonni, figli, nipoti, parenti acquisiti ) saltano sui palchi alla fine dei comizi e, in molti casi, vengono intervistate, tengono discorsi, svolgono campagne parallele a quelle dei consorti. Dipende dalle loro capacità e dal bisogno di determinare una differenza con il candidato avversario o di raccontare il proprio marito, spiegarlo, introdurlo, ammorbidirlo, spacchettarlo in più dimensioni. È quello che sta accadendo come mai prima nella storia con Ann Romney e Michelle Obama. Due storie che più diverse non potrebbero essere.</p>
<p>Sono decisive Ann e Michelle anche e soprattutto perché possono trainare porzioni di voti femminili che nel 2008 segnarono la vittoria di Obama. Vantaggio conservato ancora oggi nei sondaggi (58 a 36 prima di Tampa) nei confronti del nuovo candidato repubblicano ma eroso non solo dall&#8217;irrompere sulla scena televisiva della signora Romney. Il suo discorso alla convention di Tampa dello scorso martedì è stato un successo. I Romneys si sono conosciuti a un ballo del liceo, Ann aveva 19 anni al loro matrimonio e hanno generato 5 figli maschi (molto attivi anche loro nella campagna) che a loro volta hanno prodotto 18 nipoti per Mitt e Ann.</p>
<p>Ann, 63 anni come si suole dire portati alla grande, è passata attraverso diagnosi di un tumore al seno e sclerosi multipla. È apparsa sul palco tenera, emozionata ma decisa a raccontare un Romney più rotondo di quello che vediamo spesso robotico, variabile, incontrollabile (gaffes e umorismo a sproposito) quando esce dal copione e improvvisa. Ha messo in fila una serie di aneddoti familiari che hanno suscitato reazioni opposte. Straordinaria commozione ed empatia tra le delegate della convention (in grandissima parte bianche) e commenti ironici di bloggers e stampa democratici. Perché Ann Romney ha detto cose in cui le midwestern, middle class, middle age casalinghe dei sobborghi si sono riconosciute e perché, dall&#8217;altra parte, si é detto che la vita di due milionari innamorati non pare essere la stessa cosa di quella di due commessi di Walmart. Ann Romney disse nel 1994 che negli anni dell&#8217;università hanno vissuto rosicchiando il mucchietto di azioni che il padre di Mitt aveva donato loro (un blogger meticoloso ha calcolato che erano 377.000 dollari al cambio di oggi). Rimane, al di là dei conti in banca (che pesano) un messaggio d&#8217;amore che puo&#8217; avere un&#8217;eco trasversale non trascurabile nell&#8217;elettorato.</p>
<p>Proprio oggi il magazine del New York Times ha in copertina un estratto di un libro che va contro un luogo comune. Quello che nella crisi siano le donne quelle che soffrono di più. Invece un mercato del lavoro sconvolto dalla recessione ha aperto varchi alla richiesta di manodopera femminile. E poi c&#8217;è una questione che non è solo di numeri e che ci riporta ad Ann e Michelle. L&#8217;essere donne (non dico dell&#8217;abitudine al sacrificio, alla capacità di coprire piu&#8217; ruoli, eccetera, cose che sapete ma che ci dimentichiamo).</p>
<p>Ann ha chiesto di &#8220;amare&#8221; Mitt. Michelle non lo chiede perché &#8220;già amiamo Barack&#8221;. Questo per dire che Obama non ha un problema di &#8220;likeability&#8221; (gradimento), uno di quei sondaggi in cui ancora oggi il vantaggio su Romney è grande (52 a 41). Tanto che alla convention repubblicana tutti quelli che hanno parlato hanno svicolato, ripetendo che Barack è persona gradevole e onesta ma che ha fallito perché non ha mai lavorato veramente in vita sua. È la storia che conosciamo, con altri protagonisti, dei politici di professione e degli imprenditori.</p>
<p>Il tentativo dei repubblicani, come si è capito anche dal discorso di Ann Romney, è di parlare solo di <em>jobs</em>, il lavoro del marito e soprattutto quello ancora meno sicuro dei figli. Senza mai accennare ad aborto, stupro, e quelle istanze economiche-sociali (le donne guadagnano oggi il 77% della paga degli uomini) che hanno permesso ai democratici di continuare a dire che i repubblicani hanno dichiarato &#8220;guerra alle donne&#8221;. Dieci milioni di voti femminili in più degli uomini nel 2008 (56% di donne per Obama, 43% per McCain). Questa è la guerra aperta per andare a prendere la maggioranza dei 100.000 indecisi del Colorado di cui un gran numero sono donne. Come il 3% della fondamentale Virginia o come in North Carolina dove Obama vinse con 14.000 voti in piu&#8217; e votarono 358.000 donne in più degli uomini o la Florida in 597.000 o l&#8217;Ohio in 275.000. Nelle elezioni di midterm del 2010 i repubblicani riuscirono nell&#8217;impresa di annullare questo gap ma da allora la distanza si è di nuovo allargata.</p>
<p>Naturalmente non sono pochi quelli che dicono che non si possono considerare le donne come un blocco elettorale (solo il 35% delle donne sposate e senza laurea per i democratici, percentuale che sale al 69% per le single con laurea). Certo, ma andatelo a dire ai sondaggisti e a chi lavora di statistiche nelle due campagne. Magari poi se lo dicesse una donna sarebbe meglio, visto che è saltato fuori che il 76% dei reporters che hanno raccontato le primarie repubblicane sono uomini.</p>
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		<title>La televisione che verrà e quella che non c&#8217;è più, in America</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 06:27:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[serie tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa è la settimana in cui i grandi network americani presentano ai pubblicitari la televisione che verrà, quella della prossima stagione 2012-2013. Ogni giorno un network fa una festa con anteprime e annunci di rinnovi di serie. È, come ha scritto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/05/15/serie-tv-2012-cancellate/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la settimana in cui i grandi network americani presentano ai pubblicitari la televisione che verrà, quella della prossima stagione 2012-2013. Ogni giorno un network fa una festa con anteprime e annunci di rinnovi di serie. È, come ha scritto il <em>New York Times</em>, la settimana della moda della televisione.</p>
<p>La torta da dividere è da 60 miliardi di dollari e si scommette, si compra spesso sulla fiducia. Quest&#8217;anno la novità è l&#8217;ingresso della televisione sul web. Con tanta, tanta roba e grandi investimenti. Siamo ancora a una fettina della torta che ha un obiettivo di tre miliardi di dollari nella prossima stagione ma il terreno comincia a tremare sotto i piedi dei grandi capi dei network. Aol, Google (YouTube), Hulu, Microsoft, Vevo, Yahoo hanno spinto gli stessi network a pensare programmi originali per la rete, anche con loro star. Un&#8217;idea che una Rai meno affetta da elefantiasi dovrebbe abbracciare subito. Nascono nuovi studios che lavorano solo per il web e si respira un&#8217;aria da conquista del West, con startup che fioriscono con i soldi della Silicon Valley. Da David Fincher a Richard Linklater, ci si sono buttati in tanti e la rete in questa fase sta diventando selettiva perché i soldi investiti cominciano a pesare (ad esempio i cinque milioni per ognuno dei cento canali di YouTube). Le televisioni collegate al web (saranno 350 milioni nel 2015) e gli abbonamenti DVR, che acquisti dai providers locali, stanno erodendo ascolti alla televisione in diretta (una caduta verticale nelle ultime dodici settimane, fino al 15 per cento in meno). La storiella per cui ognuno di noi si fa il suo palinsesto ormai è realtà. Mio figlio ormai mi sfotte quando guardo la televisione alle ore canoniche, quelle che si leggono sui giornali alla pagina dei programmi tv. Gli adolescenti guardano sempre più televisione (2,5 per cento in più quest&#8217;anno) ma su diverse piattaforme. L&#8217;eccezione dello sport live rimane l&#8217;ultima trincea della televisione tradizionale.</p>
<p>I grandi network hanno paura anche per altro. Il calo di ascolti di programmi-traino come sono stati <em>American Idol</em> e <em>Dancing with the Stars</em> può avere un effetto di trascinamento al basso di tutti i palinsesti. CBS ha cancellato <em>Unforgettable</em>, <em>A Gifted Man</em> e <em>NYC 22</em>, che mi piace. ABC cancella <em>Awake</em> e annuncia <em>The Carry Diaries</em>, <em>Sex and the City</em> negli anni Ottanta. J.J.Abrams ci riprova con <em>Revolution</em>, dopo l&#8217;affondamento di <em>Alcatraz</em>. Anche <em>Terra Nova</em> e <em>The River</em> di Spielberg chiudono subito. XFactor non è stato il successo sperato e <em>House</em> e <em>Desperate Housewives</em> hanno chiuso per sempre. Fox ha rinnovato <em>Touch</em>. Attesa per <em>1600 Penn</em> di NBC, ancora, dopo <em>Veep</em>, un&#8217;altra comedy sulla Casa Bianca.</p>
<p>La consueta moria di shows (il 70 per cento non superano, in media, la prima stagione) è la forza della televisione americana. Anche gli show bocciati generano comunità di fedeli che protestano, scrivono, terremotano i social network e, in alcuni casi, scendono addirittura in piazza, se non in luoghi dove si ritrovano per visioni comuni del programma cancellato. Poi si continunano  a vendere gli show bocciati nel mondo e noi siamo grandi acquirenti di quelli che non passano lo sbarramento di ascolti della Nielsen. Nello stesso tempo gli studios provano a reinventarsi ogni anno. Ma manca l&#8217;idea forte, come fu l&#8217;irruzione dei reality. Ora troviamo uno spezzatino di storie di mestieri pericolosi, strani ma veri e un&#8217;epidemia di programmi sul cibo e la ricerca/sistemazione della casa.</p>
<p>I talent show cominciano a essere tanti e si giocano più che sul format sul casting dei giudici. Gli antichi generi ospedaliero e poliziesco tengono botta ma non producono più rivoluzione. Insomma si galleggia in un pensiero debole televisivo generalista, concedendo sempre più spazio a canali come AMC, HBO e Showtime che non dovendo riempire l&#8217;arco della giornata ma solo il <em>primetime</em>, possono permettersi di concentrarsi sulle serie che in questi anni abbiamo amato, ormai quasi tutte loro (con poche eccezioni come <em>The Good Wife</em>).</p>
<p><em>Procter and Gamble</em>, la multinazionale dei detersivi e non solo, è il termometro del gradimento televisivo e, nonostante una flessione del 5,1 per cento, nel 2011 ha continuato ad esser il più grande investitore (1,7 miliardi di dollari) nella tv ma ha anche cominciato ad andare sui nuovi canali della rete. La televisione che verrà un giorno e non si chiamerà più nemmeno televisione. Intanto Olimpiadi e elezioni per la Casa Bianca ridisegnano dei palinsesti ansimanti. Almeno fino a novembre. Poi servirebbe un&#8217;idea forte alla televisione generalista. Altrimenti proseguirà la spalmatura sui mille canali delle tivù di nicchia. Che è un bene e non un male.</p>
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		<title>New York underground, quella che cresce</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 13:41:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Manhattan è l&#8217;isola della crescita verticale, quella che a visitarla è consigliato orientare lo sguardo verso il cielo. Per noi che veniamo dalle città orizzontali è un aggiustamento che non riesce sempre facile. Come può capitare a chi improvvisamente si &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/04/22/new-york-underground-quella-che-cresce/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manhattan è l&#8217;isola della crescita verticale, quella che a visitarla è consigliato orientare lo sguardo verso il cielo. Per noi che veniamo dalle città orizzontali è un aggiustamento che non riesce sempre facile. Come può capitare a chi improvvisamente si trova ad usare lenti multifocali progressive. Può capitare di avere mal di testa, di tanto in tanto.</p>
<p>L&#8217;isola che non vediamo è quella su cui camminiamo, quella che corre sotto di noi e che è di nuovo bucata, perlustrata, immaginata come ai tempi della inaugurazione della prima linea della metropolitana nel sottosuolo della città, nel 1904. Recentemente il Village Voice ha fatto emergere, con un lungo pezzo, il mondo dei minatori urbani che ignoravamo. Dei nove grandi cantieri aperti sottoterra l&#8217;unico conosciuto era quello della subway della Second Avenue, la linea della metropolitana che manca ad est della Fifth Avenue e che correrà di fronte a Brooklyn. Chi scava nel sottosuolo di Manhattan, se lavora tutto l&#8217;anno, porta a casa circa centomila dollari l&#8217;anno. Questi minatori metropolitani sono un&#8217;aristocrazia operaia che si passa in molti casi il lavoro da generazioni. Gli incidenti non sono frequenti ma nel novembre dello scorso anno una caduta di un masso ha ucciso un operaio di 26 anni, a pochi passi dal padre. Senza contare i problemi di salute.</p>
<p>Incuriosito da questo mondo sottoterra, sono andato a visitare una piccola mostra nella Lower East Side che racconta per immagini e disegni l&#8217;idea di due architetti. Quella di costruire un parco sotterraneo, che hanno chiamato Low Line, per richiamare l&#8217;altro, popolarissimo, lo High Line, quella striscia verde di camminamento che corre sopraelevata per una ventina di blocchi ad ovest di Manhattan, su una linea ferroviaria degli anni Trenta, abbandonata.</p>
<p>È stato un dipendente della subway a raccontare a Dan Barasch, uno dei due promotori del parco sotterraneo, dell&#8217;esistenza di una stazione sotto Delancey Street, utilizzata dal 1903 al 1948 per un servizio di navette che collegava Brooklyn a Manhattan, attraverso il Williamsburg Bridge. La mostra che ho visto è titolata &#8220;Let There Be Light&#8221; (Fa&#8217; che ci sia luce). Non servirebbe un intervento divino per illuminare il parco del sottosuolo ma quasi, fibre ottiche e tecnologia solare. È questa combinazione di archeologia industriale e Blade Runner ad avere acceso fantasie e denari. Non si contano i pezzi usciti sulla stampa e i servizi televisivi. Vi risparmio le metafore sul ventre della città, l&#8217;intestino della metropoli che nella crisi indica vie d&#8217;uscita (occupazione, commercio, turismo). </p>
<p><em>Shopping centers</em> scavati nel sottosuolo sono sparsi in Canada e Stati Uniti e dallo stesso cubo della Apple sulla Fifth Avenue si scende, non si sale. Ma il progetto dei due immaginifici ideatori del parco Low Line è andato oltre. Ha aperto una discussione, una possibilità, non solo ingegneristica. Alle radici della città verticale si aprirebbe un mondo nuovo, che odora di antico (le citazioni sono arrivate fino all&#8217;antico Egitto). La città delle torri, simbolo della crescita e diseguaglianza, si è fermata. Ma solo in superficie. Sotto, New York è un incrocio di lavori in corso e di lavori lanciati nel futuro. Ben scavata vecchia talpa.</p>
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		<title>Mad Men, la storia di passaggio</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 07:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A New York è stato difficile sfuggire all&#8217;attesa della quinta stagione di Mad Men, dopo 17 mesi di pausa. Cartelloni sugli autobus, vetrine con collezioni in stile Mad Men di Banana Republic e citazioni di Brooks Brothers, smalti per le &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andreasalvadore/2012/03/26/mad-men-la-storia-di-passaggio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A New York è stato difficile sfuggire all&#8217;attesa della quinta stagione di Mad Men, dopo 17 mesi di pausa. Cartelloni sugli autobus, vetrine con collezioni in stile Mad Men di Banana Republic e citazioni di Brooks Brothers, smalti per le unghie e rossetti  di Estée Lauder, Barbie, sigarette, alcolici, copertine di settimanali e addirittura numeri monografici, ospitate del cast ovunque.</p>
<p>Sono intanto naufragate le serie televisive (Pan Am, The Playboy Club) che hanno fotocopiato, male, quegli anni (Sessanta). Mad Men ci ha sommerso con un&#8217;infinità di pre-critiche, di quadri d&#8217;epoca, di cartoline con schizzi biografici. Mi hanno colpito le donne che ne hanno scritto. Per chi ne ha parlato con la madre e con le amiche, e per chi l&#8217;ha vissuto, quel mondo è &#8220;doloroso&#8221;, non glamour come appare. Un mondo di maschi, bianchi, in cui solo pochissime donne non facevano le assistenti e le segretarie. In attesa di matrimonio. Con eccezioni, come le pochissime Peggy Olson che ce la facevano, pagando prezzi diversi, sempre alti.</p>
<p>Il cofanetto che ho della seconda stagione contiene due DVD in più. Uno è storia di quegli anni e l&#8217;altro è un documentario in due parti: &#8220;Nascita di una donna indipendente. Dalle casalinghe alle donne che lavorano&#8221;. Così il collegamento con la storia è chiaro a tutti, anche per chi ha faticato a trovarlo dentro la serie. Meno implicito il legame tra la messa in onda della prima stagione tra l&#8217;estate e l&#8217;autunno del 2007 e la campagna di Obama per le primarie democratiche. Oggi non sono pochi quelli che evidenziano una complementarietà delle due &#8220;discese in campo&#8221;, che si sarebbero alimentate a vicenda. Una lettura televisionista forzata che ha giovato soprattutto a Mad Men.</p>
<p>AMC, la rete che ospita Mad Men, era un magazzino di repliche prima della serie vincente. Ora è un magazzino di idee e prodotti che circolano per il mondo, realizzati con budget infinitamente più piccoli di quelli dei colossal di HBO, come Boardwalk Empire, con cui competono, caratterizzati da lavori maniacali sugli interni, i dettagli, la scrittura. La perfezione della ricostruzione sembra superare a tratti quella della scrittura. Ci ritroviamo a fissare la scrivania di Draper, una borsetta di Betty, le scarpe di Roger e quasi non ci importa cosa si dicono. La <em>New York Review of Books</em>, che distrusse lo show nell&#8217;ultima stagione, ha scritto che Mad Men ci dice molto più cosa siamo noi oggi invece di cosa furono quegli anni. Ci racconta la plastica di cui siamo foderati, il narcisismo che ci ha tolto la capacità di vedere gli altri.</p>
<p>La storia in Mad Men è solo sottotrama che spunta da un giornale, un televisore, una frase. Le storie esplicitamente narrate sono quelle che accadono nell&#8217;ufficio, dove si prova a costruire identità non solo professionali e a immaginare identità collettive per vendere pubblicità, l&#8217;abito che di solito veste le identità. Matthew Weiner, il creatore della serie e già scrittore-producer per i Sopranos, ha fatto dire a Faye , rivolta a Don, le parole che stanno sotto tutto il suo lavoro : «A te piacciono solo gli inizi (o i preliminari)». Una specie di dichiarazione programmatica per dire che lui è bravo a fare le cornici, a creare l&#8217;ambiente. Weiner ha chiuso la questione con «Non siamo History Channel».</p>
<p>Don Draper oggi avrebbe 86 anni. La serie dovrebbe coprire l&#8217;arco degli anni Sessanta, non andare oltre. Tanto Mad Men potrebbe vendersi bene per i prossimi trenta anni. Questa sera la soap, perché questo sono ormai le drama series condannate a durare molte stagioni, ci ha consegnato un inizio con una manifestazione per i diritti civili che passava per Madison Avenue. Sghignazzando i giovani Mad Men hanno gettato sacchetti d&#8217;acqua dalla finestra sugli afroamericani che sfilavano sotto. Arrivato Draper in ufficio, se la rideva pure lui. Due ore dopo, alla fine, troviamo l&#8217;agenzia piena di uomini e donne di colore che hanno risposto a un annuncio &#8220;spiritoso&#8221; per un posto di lavoro, prendendolo per vero. Così passa la storia per Madison Avenue nel 1966. La prima serata doppia, con due episodi, se n&#8217;è andata. 94 minuti più 26 di pubblicità all&#8217;interno (molta Chrysler). Una manna dal cielo per i new Mad Men al servizio degli old Mad Men.</p>
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