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I nuovi mistici di partito

25 giugno 2012

Uno dei miei studenti è segretario di un circolo del PD nella zona dei Castelli Romani. Ha circa 24 anni, è nato l’anno prima del 1989 e naturalmente non ha fatto in tempo ad iscriversi al PCI o alla FGCI. Dunque non è mai stato un comunista italiano, neanche giovanissimo, per quanto del comunismo italiano conosca molto per averlo studiato e per essersi interessato ai racconti di coloro che c’erano. Fa politica con passione, nel tempo libero, e qualche giorno fa mi ha spiegato di essere radicalmente contrario alle primarie. “Tolgono potere agli iscritti” – mi ha detto – “non è giusto che chi dedica al partito molte ore al giorno tutti i giorni non possa deciderne il leader e la linea politica”. “E poi” – ha concluso – il partito va protetto dalle scalate esterne della società civile”.

Immagino che questo mio studente abbia seguito da vicino i lavori dell’assemblea di “Rifare l’Italia”, l’area interna al PD nella quale va definendosi la nuova mistica di partito. Una mistica che non è del Partito Democratico e del suo specifico profilo politico, ma della forma partito in quanto tale. Parafrasando – spero correttamente – il senso di “Rifare l’Italia”: il toccasana per la malattia italiana sarebbe nella piena restituzione della dignità politica al partito organizzato così come l’Italia lo ha conosciuto prima della Seconda Repubblica; l’antipolitica nella quale siamo avvolti sarebbe l’ultima incarnazione del sovversivismo antiparlamentare che ha attraversato larga parte della storia italiana, come sempre alimentata da poteri tanto forti e occulti quanto irresponsabili; la cosiddetta “società civile” avrebbe conosciuto una stagione di enorme popolarità nel discorso pubblico italiano perché usata strumentalmente (dai suddetti poteri forti e irresponsabili) come mitologia anti-partitica.

Naturalmente vi sono anche contenuti più direttamente politici, come l’idea che l’identità del PD vada trovata nella rappresentanza del lavoro subordinato e la critica della subalternità al “neo-liberismo” a cui si sarebbe prestato il centrosinistra italiano dagli anni Novanta in avanti. Eppure questi contenuti mi sembrano meno rilevanti della mistica di partito. Perché ideologicamente confusi (la vera tara del post-comunismo italiano è stata nel conflitto tra il tentativo maldestro di realizzare riforme liberali, come unica modalità reale per trovare spazio e funzione nella storia italiana dopo l’Ottantanove, e l’incapacità di spiegarlo a se stesso e ai propri elettori), viziati dalla legittima pulsione all’uccisione del padre (molti dei protagonisti di “Rifare l’Italia” sono entrati in politica come assistenti della generazione DS che ha governato negli anni Novanta e di cui ora vogliono disfarsi), e infine clamorosamente regressivi (persino il PCI degli anni Cinquanta aveva un’ambizione di rappresentanza che andava oltre i confini del “lavoro subordinato” e sono circa cinquant’anni che la socialdemocrazia europea si sforza di incarnare anche le ragioni dell’impresa e della produzione di valore).

La mistica di partito è invece un’autentica novità per la politica italiana dell’ultimo decennio. Ciò che colpisce è innanzitutto che in un ambiente dove Gramsci, la sua idea di immanenza e il suo metodo storico-politico dovrebbero essere stati annusati almeno alla lontana, si scelga una ricostruzione mitologica della più recente storia italiana. Come se prima del 1992 l’Italia avesse conosciuto un’età dell’oro della politica e come se i partiti fossero stati sradicati da qualche forza estranea alla nostra storia nazionale. Anche a me piacciono i partiti, e molto. E credo che una democrazia pienamente funzionante debba alimentarsi di partiti in buona salute. Ma se intorno a noi di questo non c’è più traccia non è colpa di niente altro che non siano le concrete storie politiche di quei partiti e la loro (in)capacità di rendere vitali e pulsanti organizzazioni che hanno perso gran parte della loro forza di attrazione. Immaginare poi che l’antipolitica sia un’invenzione dei poteri forti – ammesso che vi siano e che funzionino come tali – significa più banalmente non accorgersi di quanto sta accadendo fuori dalle nostre stanze, confondere l’affannata conservazione di ruolo e funzione nella quale è impegnata la grande stampa italiana con i fenomeni concreti di indebolimento della nostra democrazia di cui sono protagonisti decine di milioni di italiani che quella stampa non frequentano né conoscono, reinventarsi un nemico buono per tutte le stagioni invece di fare i conti con i fallimenti della propria tradizione storica e politica.

Il partito al quale i nuovi mistici dedicano tanta venerazione è naturalmente un’entità del tutto astratta, pura e chiusa nella sua perfezione idealtipica e per niente bisognosa di aggiustamenti sostanziosi per essere restituita alla libertà. Sembra sufficiente evocarne il nome, contro le mistificazioni dei suoi troppi nemici, perché essa torni tra noi viva e vitale. Eppure quell’entità ha avuto una sua concreta incarnazione nella storia italiana, abitando le nostre valli per un periodo sostanzialmente limitato: grosso modo tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Settanta, quando il partito di massa ereditato dal fascismo ha goduto della salute migliore. L’Italia ne ha poi conosciuto una versione molto particolare, ben diversa da quella di altre grandi democrazie europee e legata (nella nascita così come nella morte) alle forme altrettanto particolari del nostro welfare nazionale. Si può davvero resuscitare quel modello, rivendicando tra l’altro la sua orgogliosa contrapposizione ad una “società civile” vissuta come fonte di pericolose contaminazioni? Certo che sì, a patto di adeguarsi ad una navigazione altrettanto orgogliosamente minoritaria nelle maree della crisi nazionale. D’altra parte la storia della sinistra italiana è ricca di piccole pattuglie piene di fierezza e mosse da un fortissimo senso di autonomia politica, da separatezza dal resto del mondo, da autosufficienza e volontarismo. Quel volontarismo a sfondo irrazionalista di cui Mario Tronti è stato uno dei principali teorici all’epoca del suo operaismo, molti anni prima di ricevere l’incarico di introdurre i lavori di “Rifare l’Italia”.

Se al fondo di questa nuova mistica di partito si intravede Bordiga assai più di Gramsci, la motivazioni più ragionevoli di questa mobilitazione sembrano essere altre e ben diverse dalla genealogia della sinistra italiana. Da una parte “Rifare l’Italia” si candida a rappresentare un pezzo reale del PD, forse quello che più di altri garantisce al Partito Democratico la sua mirabile capacità di tenuta: il mondo degli amministratori, dei funzionari e più in generale dei professionisti che vivono ogni giorno di politica e che comprensibilmente temono di perdere legittimità e sostentamento. Dall’altra, è vero che ogni nuova generazione politica ha diritto a scegliersi lo strumento su cui far leva per schiodare i padri dalle loro sedie. La scommessa della generazione dei Veltroni e dei D’Alema, alla metà degli anni Ottanta e prima del crollo del Muro di Berlino, fu sul superamento dell’ortodossia proporzionalista del PCI e dunque sull’orizzonte maggioritario come chiave per le riforme istituzionali. Coloro che oggi scalano il PD con l’ambizione di “Rifare l’Italia” (o con quella, non meno immodesta, di “rifare il PCI” come ha scritto qui Stefano Menichini), scommettono su una mistica di partito che da domani possa dare sostanza e vocazione al principale partito della sinistra italiana. Insieme agli auguri di buona navigazione, sia lecito nutrire qualche dubbio sulla capacità di rappresentare qualcosa che vada al di là dei confini di un piccolissimo segmento della società italiana.

  • wiz.loz

    Bisognerebbe chiedere al 24enne segretario del circolo PD se applicherebbe lo stesso principio non solo alla selezione dei candidati per le elezioni, ma anche alle elezioni stesse. Perché lasciare che degli elettori che non si sono mai impegnati direttamente non è giusto nei confronto degli iscritti che dedicano tempo ed energie al partito. Quindi limitiamo il diritto di voto agli iscritti ai partiti… o meglio agli iscritti che fanno anche militanza attiva?

  • fausto57

    @WUZ.LOZ Perché le elezioni sono un fatto pubblico e il voto un diritto di ciascun cittadino. I partiti sono associazioni private di soci ed è quindi legittimo pensare giusto che la propria leadership e i propri rappresentanti siano scelti dagli iscritti. Io personalmente sono per le primarie aperte a iscritti e elettori (che partecipando si divhiarano tali), ma anche l’altra posizione è legittima e nulla ha a che vedere con il diritto di voto universale delle elezioni.

  • marquinho

    @wiz.loz e fausto57
    io sarei per una terza via:
    - per le cariche pubbliche effettuerei primarie aperte a chi si registra in un albo degli elettori di quel partito o di quella coalizione;
    - per gli incarichi di partito riserverei le votazioni solo agli iscritti.

  • loremaf

    Le riflessioni di Andrea Romano sono molto condivisibili, il suo giovane allirvo non si è accorto che il PD è scalabile più facilmente di altri, la sua scelta è irreversibile al dilà di quello che pensano e praticano il gruppo rifare l’italia. Dovrebbero invece stabilire regole di maggior rigore sul programma e sulle primarie, che siano vere e non edulcorate per questo (bersani) o quello (renzi), in giro vi è anche altro e probabilmente più promettente.
    Altra cosa vorrei chiedere al prof. Romano, ma Italia Futura a cosa si ispira, quali sono i suoi segretari di circolo, i suoi militanti, o almeno suoi sostenitori, per farne parte basta un conto in banca oppure essere possessore di derivati, come considerano il lavoro dipendnete nel gruppo di italia lavoro, come considerano i giovani e le donne precarie che in ogni strada si incontra nel nostro paese?

  • uqbal

    Sì, anche l’altra opzione è legittima, ma le primarie non sono un premio per la militanza. Servono a sondare l’elettorato e per costringere i candidati a confrontarsi preventivamente con una platea quanto più ampia possibile -col positivo effetto collaterale che chi vince le primarie è già un “vincente”.
    Per come sono strutturate le primarie, il partito mantiene comunque un saldo controllo sui candidati, quindi la militanza non va persa o sprecata: nelle primarie non c’è rischio che vinca -o anche solo si presenti- un candidato “infiltrato”. Anche se vince un candidato che non piace ad un militante, i principi di fondo del partito non cambiano (con Renzi sembrerebbe di sì, ma sono chiacchiere) e la militanza mantiene il suo senso.
    La possibilità peraltro che il partito sostenga un candidato che al militante non piace sussiste anche in mancanza di primarie. Anzi: un seguito tra militanti e funzionari di partito è necessario per raggiungere la quota di membri dell’assemblea competente richiesta per presentare la candidatura, seguito che non è richiesto affatto nel caso in cui le nomine siano calate dall’alto (Calearo et sim…).

  • noemail

    Be’ dire che i partiti sono associazioni private mi pare decisamente sbagliato. E’ come dire che la RAI è una emittente privata. Vivono entrambi di finanziamento pubblico e perciò sono entrambi soggetti che svolgono attività pubbliche. Sarebbe bello tendenzialmente che i partiti sapessero valorizzare le proprie migliori risorse e i dirigenti fossero chiamati a sceglierle per farle crescere. purtroppo non funziona in questo modo, le scuole non ci sono più e si seleziona per appartenenza e basta con questa fortissima personalizzazione della politica. Le primarie APERTE ai cittadini servono x tentare di spezzare strutture altrimenti impenetrabili e perpetue…

  • fausto57

    @NOEMAIL La questione non è quel che dico io oppure dici tu: i partiti politici sono associazioni private esattamente tanto quanto lo è una qualunque associazione culturale o di volontariato (che pure possono godere di finanziamenti pubblici e rimangono associazioni private). La Rai è una società pubblica perché è di proprietà dello Stato, non perché riceve soldi pubblici. Ovviamente altro discorso è che sarebbe di molto auspicabile una legge ad hoc per i partiti che ne regolasse svariati aspetti (trasparenza, democrazia interna, etc etc) in ragione della particolare funzione che la costituzione affida loro.
    Le associazioni di promozione sociale (private) e le organizzazioni di volontariato (private) se vogliono iscriversi ai rispettivi albi (per poetre poi accedere ad alcune opportunità che lo stato in quel caso gli riconosce) devono rispettare delle ben precise leggi che dettano loro una serie di regole fondamentali. Cosa che invece per i partito non esiste. E questo non va bene. Forse domani non sarà più così, ma oggi è così: associazioni private senza regole.

  • jacopofiori

    Prof Romano, sarei molto curioso di chiedere al suo studente cosa ne pensa di tutti quei circoli in cui, come nel mio (il Berlinguer di Cagliari), per tutto il 2011 c’erano una cinquantina di iscritti di cui solo 10-15 realmente attivi. Poi però con le dimissioni del segretario a metà Dicembre e la previsione di nuove elezioni di circolo nel 2012, negli ultimi 15 giorni del tesseramento (15-31 Dicembre) le tessere sono magicamente diventate 120.
    Chissà Perchè. Forse la gente ha ritrovato l’amore e la passione per la Politica dopo il 15 Dicembre?
    E’ così cieco il suo studente da non vedere che le tessere sono utilizzate dai capibastone per spartirsi i posti di potere nel partito, da quelli che contano di più sino alle segreterie dei circoli cittadini?
    Una tessera costa 15 Euro, un consigliere regionale sardo prende 15 mila euro al mese. Se esprimiamo la sua potenza economica in tessere sono mille tessere al mese. E’ un sistema che può funzionare questo? Il suo studente in quanto militante attivo può sentirsi garantito da un sistema del genere? Crede che sia giusto che le truppe cammellate tesserate all’ultimo secondo non in base a un’adesione autonoma, ma in base al volere del dinosauro di turno, possano avere diritto di voto mentre gli amici che mi aiutavano ad organizzare le iniziative al circolo, seppur senza tessera, non abbiano diritto di voto?
    Provi a rivolgere queste domande al suo allievo.
    Con stima,
    jacopo Fiori, PD Cagliari

  • marquinho

    @Jacopofiori
    perché il dinosauro con 15000 euro mese che può pagare 100 o mille nuove tessere non può forse rimborsare 7500 contributi alle primarie da due euro?. I casi di Napoli e Palermo non le dicono niente? Un tesseramento anomalo è sempre più facile da individuare che un’affluenza anomala alle primarie. E la figura di m. è inferiore se sei costretto all’annullamento del voto.
    Se i suoi amici che la aiutavano a organizzare le iniziative non hanno diritto di voto, perché non iscritti, la colpa è solo sua che non è riuscito a convincerli a fare un’iscrizione. Conosco il tipo: gente con un portafoglio pieno di tessere (tennis, piscina, arci …) e di fidelity card (che permettono alle società emittenti di fare una profilazione accurata dei consumi), ma convinte che tesserarsi per un partito sia una cosa limitante e disdicevole.
    OK, opinioni legittime, ma poi non si pianga quando si viene esclusi dai processi decisionali.

  • wiz.loz

    @MARQUINHO: il problema è che certe cariche di partito devono essere quelle che si presentano alle elezioni. Questo è particolarmente vero per la candidatura a premier (per quanto sappiamo che non si elegge il premier ma un parlamento che lo esprimerà, ma semplifichiamo), perché la linea del partito DEVE essere quella del candidato premier.