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Perché esiste l’universo?

6 settembre 2012

Il libro più interessante che ho letto ultimamente si intitola Why Does the World Exist? (“Perché esiste il mondo?”) ed è costruito (lo dice anche il sottotitolo) come una specie di detective story esistenziale. L’autore, Jim Holt, se ne è andato in giro per il mondo a parlare con cosmologi (Alex Vilenkin, Roger Penrose), fisici (Steven Weinberg, David Deutsch), filosofi (Adolph Grünbaum, John Leslie, Derek Parfit), teologi (Richard Swinburne) e anche con uno scrittore (John Updike), per cercare una risposta alla madre di tutte le domande, ovvero: “Perché esiste qualcosa invece che nulla?”.

Chiunque rifletta un po’ sulla questione (e chi per mestiere studia l’universo e la sua origine ha una certa predisposizione a farlo) finisce prima o poi per trovarsi di fronte a un vicolo cieco. Per quanto ne sappiamo, l’intero universo accessibile alle nostre osservazioni è il risultato di una concatenazione di cause (che sappiamo descrivere scientificamente molto bene) iniziata circa quattordici miliardi di anni fa, con l’evento che chiamiamo Big Bang. Ma cosa ha causato il Big Bang? Qualcuno risponde che non ha senso porsi la domanda, ipotizzando che il tempo sia nato con il Big Bang e che prima non ci sia stato nessun evento precedente: bene, ma allora l’universo è privo di causa? O si causa da solo? È possibile qualcosa del genere? Altri preferiscono pensare al Big Bang come a un evento avvenuto all’interno di un universo più ampio, magari infinito ed eterno. In questo contesto allargato ci sarebbe la possibilità di spiegare il Big Bang con una causa precedente, ma non il fatto che esista un universo ancora più vasto, né l’infinita serie di cause che ha portato al particolare Big Bang da cui ha avuto inizio il nostro universo. E poi, perché le leggi della fisica sono quelle che sono? Su quali fondamenta poggiano? C’è chi si aggrappa a queste difficoltà concettuali per trovarci l’ultimo baluardo del teismo, cavandosela con la convinzione che tutto, in definitiva, sia stato creato da Dio. Ma ciò non fa che spostare il problema: chi ha creato Dio? Insomma, da quando Leibniz ha tirato fuori il principio di ragion sufficiente – ovvero: per ogni verità deve esserci un motivo per cui essa è così e non in un altro modo – sembra inevitabile perdersi in un’infinita serie di domande, attività di cui è campione ogni bambino che ha appena scoperto la parola “perché?”.

Arthur Schopenhauer usava il grado di disagio avvertito di fronte alla questione dell’esistenza come misura della raffinatezza mentale di un persona: “Più si è in basso nella scala intellettuale, meno l’esistenza sembrerà misteriosa”. E poi però aggiungeva che chiunque si illuda di trovare una risposta al problema non è altro che un “folle”, “vanaglorioso” e “ciarlatano”. Be’: se prendiamo per buono il criterio di Schopenhauer, di folli, vanagloriosi e ciarlatani Holt ne ha incontrato più d’uno. Ma anche di persone che il filosofo avrebbe giudicato rozze intellettualmente, dal momento che non vedono dove sia il problema. In effetti, da un punto di vista puramente empirico viene il fondato dubbio che la domanda “Perché esiste qualcosa invece che nulla?” sia semplicemente mal posta, una specie di trappola semantica. Quale evidenze abbiamo, infatti, che possa esistere il nulla? E anche ammesso che sia possibile concepire l’assenza di qualunque cosa, perché il nulla dovrebbe essere più probabile, più semplice, o più naturale di ciò che esiste? Forse non c’è proprio niente da spiegare.

In ogni caso, leggere il resoconto dell’investigazione di Holt è un gran divertimento intellettuale. E d’altra parte, forse le grandi domande esistenziali hanno più a che fare con i limiti delle nostre categorie mentali, e della nostra stessa esistenza, che con la realtà che sta lì fuori.

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  • pendolare

    le stelle sono tante, milioni di milioni…

  • borroso

    perché esiste un perché?

  • manuf

    Il nulla è altamente instabile.

  • gulliver65

    Il mistero dell’universo è lo stesso della nipote di Mubarak.

  • facci

    L’universo… la risposta è entro di te, ma supera le 160 battute.

  • epicuro

    L’unica risposta sensata è quella di Parmenide.

  • http://trentasei.tumblr.com/ trentasei

    Però se non ricordo male, oltre a chi cercava l’Orologiaio che aveva fatto l’orologio (e l’Orologiaio, come dici tu, era causa sui) c’era anche chi come Kant, (e a me piaceva come proposta), poneva la questione in un modo interessante, ovvero quello delle categorie: e se non erro diceva più o meno qualcosa che anche dal punto di vista fisico è ineccepibile: noi filtriamo tutto attraverso le nostre lenti e categorie mentali, che sono tali perchè siamo uomini: ovvero il principio causa effetto, il principio-fine, e altre categorie mentali, e non possiamo, essendo finiti, ad esempio, concepire l’infinito, per cui cerchiamo sempre qualcosa che dia una causa a qualcos’altro; e come qualcuno che abbia delle lenti gialle, vedremo tutto il mondo giallo, necessariamente, senza poter vedere la realtà se non attraverso quest’ottica.

    Tolte le lenti e usciti dalle nostre categorie, non necessariamente deve esserci qualcosa che sia causa di qualcos’altro, insomma. (poi lascio ai nostri amici filosofi, spiegarlo meglio, sempre che ricordi bene). A me piaceva, questa cosa, e la trovo coerente con lo strumento di misura con cui misuriamo qualcosa, che necessariamente misurerà ciò che vede ma anche SOLO ciò che può vedere, per costruzione, limiti, specifiche, essendo cieco di tutto il resto.

    In questo senso, porre sempre un “perchè” o trovare un principio generatore è una questione puramente umana, che probabilmente non ha senso al fine di comprendere l’universo una volta usciti dai limiti fisici della nostra finitezza.

    @epicuro: “L’unica risposta sensata è quella di Parmenide.” Detto da Epicuro è bellissima… ;-)

  • epicuro

    @trentasei
    sai com’è, se non ci si dà una mano tra colleghi… :-D

  • Till Neuburg

    Secondo me, queste domande – giuste, lecite, stimolanti – alla fine non portano molto lontano cioè, paradossalmente, molto lontano. Nel senso di lontano dalla scienza, e molto più vicino alla filosofia. Sebbene io non sia solo laico, ma da sempre tranquillamente ateo e positivista, accetto volentieri il fatto che molte cose non le so, e probabilmente mai le saprò. Le solite domande “Da dove vengo?”, “Esiste l’anima?”, “C’è un’altra vita dopo la vita?”, mi annoiano.

    Sono molto più interessato a capire che cosa è, per esempio, la memoria (sia quella nostra che quella dei microprocessori): dove sta, è strutturata, è dimensionale, perché si perde, si fissa, svanisce, si ricombina, si cancella? È rintracciabile visivamente in un chip? In sostanza, questa malebenedetta “memoria”, alla fin fine, che cosa è?

    Oppure: cosa è, biologicamente, materialmente, geneticamente, l’energia della terra (inteso come terriccio) che alimenta la vita vegetale? Aldilà di formulazioni esclusivamente chimiche (mi riferisco ai cifrari, ai simboli, ai valori quantitativi e combinatori), cosa significa in realtà il parolone “energia”?

    Se leggo con passione, attenzione e rispetto i tuoi quesiti e le tue curiosità, percepisco una domandona che torna sempre quando si ragiona sul tempo, sulle origini, sul prima e dopo, sul gioco universale dell’uovo e della gallina: forse la causalità di tutto (che per me è ovvia) non è intrecciabile in modo obbligato con il concetto di temporalità.

    Chissà, se un giorno, spero presto, il nostro pensare, analizzare, modellare, ci consentirà di spaccare questo apparente sillogismo. Se uno avesse parlato nel medioevo di quarta dimensione, lo avrebbero preso per matto. Oggi è un concetto scontato e assodato.

    Chissà, se questa (spero) imminente “liberazione” dall’apparente ovvietà del prima e dopo, ci farà compiere un allegro e allo stesso tempo serissimo salto di qualità?

    Caro Amedeo, fai conto che io non sono uno scienziato. Ho solo imparato nella mia vita ormai lunghetta, che i paradossi sono quasi sempre più vicini alla realtà delle stesse parole che li esprimono.

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