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Di questo e di altri universi

24 maggio 2012

Questa settimana, Newsweek ha in copertina un’immagine della Nebulosa Elica, talvolta chiamata Occhio di Dio (in effetti ricorda un occhio: se di Dio non lo so). La storia è un articolo di Brian Greene a proposito del multiverso. E già tutto questo mi sembra da segnalare. Newsweek. Copertina. L’universo. Anzi, il multiverso. Bellissimo: cosa si può chiedere di più?

L’idea che il nostro universo non sia altro che uno fra i tanti esistenti si è guadagnata negli ultimi anni sempre maggiore considerazione tra i cosmologi – quantomeno nel sottoinsieme più incline alle speculazioni teoriche. È anche un’idea che per sua natura suscita grande curiosità fuori dagli ambienti accademici: immaginare che potrebbero esserci innumerevoli copie della realtà con differenti leggi fisiche, magari abitate da differenti versioni di noi stessi, è un pensiero con profonde implicazioni filosofiche e perfino religiose. C’è chi ha salutato il concetto di multiverso come il colpo definitivo all’idea che il cosmo sia il risultato di un progetto intelligente. Le proprietà del nostro universo, che a qualcuno potrebbero sembrare misteriosamente pianificate per contemplare l’emergere della vita e di osservatori autocoscienti, nell’ambito del multiverso diventano semplici caratteristiche contingenti – “geografiche”, per così dire – che non dovrebbero sorprenderci più di quanto ci sorprende il fatto di vivere, tra i tanti pianeti possibili, proprio su uno con acqua liquida e un clima temperato.

L’articolo di Greene (che sull’argomento del multiverso ha di recente pubblicato un libro - peraltro l’ultimo in una serie che include anche quelli di Stephen Hawking e John Barrow, tra gli altri) racconta con la consueta chiarezza come si sia arrivati a ipotizzare l’esistenza del multiverso e quali siano i fondamenti teorici dello scenario. Dà anche conto del dibattito che si è sviluppato tra i suoi sostenitori e chi invece lo giudica un’idea apparentemente impossibile da falsificare – qualcuno dei critici più accesi è arrivato a giudicare l’idea del multiverso quasi altrettanto pseudoscientifica di quella del progetto intelligente. Personalmente sono molto combattuto. Qualche tempo fa ho detto a Max Tegmark (un collega cosmologo che ha ideato una classificazione dei vari tipi di multiverso, e che si è spinto a ipotizzare che ci sia un legame tra realtà fisica e strutture matematiche – ma di questo magari parleremo un’altra volta) che mi sarebbe piaciuto capire una volta per tutte se c’era qualche tipo di osservazione che potessimo fare per mettere alla prova l’ipotesi del multiverso. Mi ha risposto che se una teoria ben formulata dal punto di vista fisico prevede ineluttabilmente A, B, C e D, e se A, B e C sono effettivamente verificati sperimentalmente, allora dobbiamo accettare anche la conseguenza D, anche se non saremo mai in grado di verificarla. Non posso dire che mi abbia convinto, ma questo sembra essere anche il parere di Greene, che la mette così:

“Se una proposta che invoca l’esistenza del multiverso riesce a convincerci facendo previsioni su cose a cui abbiamo accesso, cose che stanno nel nostro universo, allora la nostra confidenza sulle sue previsioni riguardo ad altri universi, domini a cui non abbiamo accesso, giustamente crescerebbe a sua volta.”

Ma poi invita a mantenere un sano scetticismo, usando un esempio che mi piace molto:

“Immaginate se, quando la mela cadde sulla testa di Newton, egli non ne fosse stato ispirato a sviluppare la legge di gravità, ma avesse invece ragionato che alcune mele cadono in basso, altre in alto, e noi osserviamo la varietà che cade in basso semplicemente perché quelle che vanno in alto sono da tempo partite per lo spazio profondo. L’esempio è faceto ma il punto è serio: usato indiscriminatamente, il multiverso può essere una via di fuga che distoglie gli scienziati dal cercare spiegazioni più profonde.”

Chiudo segnalando che intorno al minuto 2 del video che accompagna l’articolo l’intervistatore pone l’immancabile domanda: quali sono le applicazioni pratiche di questa roba? (Io l’avevo detto che va sempre così.) Ecco la risposta di Greene:

“Be’, la risposta più semplice è: non ci sono applicazioni pratiche. Stiamo solo cercando di far avanzare i confini della nostra comprensione di quale sia il nostro posto nel cosmo. Detto questo, però, devo farti notare che se negli anni ’20 o ’30 tu avessi avuto su questa stessa sedia le persone che hanno sviluppato la meccanica quantistica, e avessi chiesto loro, “A che ci serve questa roba?” loro ti avrebbero risposto “Probabilmente non a molto, stiamo tentando di capire gli atomi e le molecole, roba lontana dalla vita di tutti i giorni.” Ma il fatto che hai un telefono cellulare, il fatto che hai un personal computer, il fatto che ci sono meravigliose tecnologie mediche che oggi salvano vite in tutto il mondo, tutto questo si basa sul circuito integrato, che viene fuori dalla meccanica quantistica. La meccanica quantistica è responsabile di qualcosa come il 35% del prodotto interno lordo. Che è solo per dire che la ricerca fondamentale in un certo momento storico può avere grandi applicazioni quando gli dai la possibilità di maturare.”

Su questo – comunque la si pensi sul multiverso – è difficile non essere d’accordo con Greene.

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  • schulz

    grazie!

  • http://www.giordani.org Riccardo Giordani

    “se A, B e C sono effettivamente verificati sperimentalmente, allora dobbiamo accettare anche la conseguenza D, anche se non saremo mai in grado di verificarla”. In effetti è così che si fa sempre. Si tratta di scegliere tra D, D2 e ogni altra alternativa teorica indistinguibile sperimentalmente da D, ma che prevede gli stessi effetti. La scelta andrebbe fatta col rasoio di Occam, ma spesso finisce per dipendere da ragioni soggettive.

    E’ possibile che il mondo sia stato creato 6000 anni fa da un creatore che, per motivazioni da noi insondabili, ha seppellito scheletri di dinosauri. Oppure esiste da molto più tempo e c’è stata l’evoluzione. Non possiamo falsificare nessuna delle due ipotesi e scegliamo quella che ci aggrada di più.

    Il modello standard introduce i gluoni per descrivere le interazioni forti, ma secondo il modello stesso non sono osservabili (correggetemi se sbaglio). Potremmo cercare di sostituire i gluoni nel modello con qualcos’altro, fatto chissà come, la cui presenza nel modello comporti gli stessi effetti della presenza dei gluoni. Non ci pensiamo nemmeno, vanno benissimo i gluoni, ma l’affermazione che esistono o che non esistono non è falsificabile. Scegliamo di accettare l’esistenza dei gluoni perché, al momento, ci appare la formulazione più semplice possibile per descrivere le interazioni forti.

    E’ possibile che il multiverso esista e che le leggi della fisica siano deterministiche, oppure che non esista e che le leggi della fisica siano non-deterministiche. Non è possibile falsificare nessuna delle due affermazioni. Un’intelligenza pan-dimensionale potrebbe teoricamente fare misure sul multiverso e validare il determinismo delle leggi della fisica, ma noi non possiamo. Quindi scegliamo di credere che il multiverso esista se ci infastidisce il non-determinismo, mentre scegliamo il contrario se ci infastidisce il multiverso.

    L’importante, come hai scritto, è che queste scelte inevitabilmente soggettive non producano delle vie di fuga. E’ interessante studiare i dinosauri. :-)

    Sbaglio?

  • alessandrosmerilli

    questi stessi problemi se li è posti Giordano Bruno che nel “De l’infinito universo e mondi” scriveva:
    “Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole; ma tanti son mondi quante veggiamo circa di noi lampade luminose, le quali non sono più né meno in un cielo ed un loco ed un comprendente, che questo mondo, in cui siamo noi, è in un comprendente, luogo e cielo”.
    Non è mai stato preso seriamente in considerazione né come filosofo né come scienziato (a parte ovviamente dal sant’Uffizio) vuoi per le implicazioni “magiche” del suo pensiero e soprattutto perché non nutriva alcun interesse per le applicazioni pratiche della teoria di Copernico . Gli interessavano solo le implicazioni filosofiche derivanti dalla perdita del centro e dal naufragio nel mare dell’infinito . Interessantissimo mi pare il suo approdo al sentimento della tolleranza:
    “Vedo bene, che tutti nascemo ignoranti, credemo facilmente d’essere ignoranti; e siamo allevati co’ la disciplina e consuetudine di nostra casa, e non meno noi udiamo biasimare le leggi, gli riti, la fede e gli costumi de’ nostri adversari ed alieni da noi, che quelli de noi e cose nostre. Non meno in noi si piantano per forza di certa naturale nutritura le radici del zelo di cose nostre, che in quelli altri molti e diversi de le sue. Quindi facilmente ha possuto porsi in consuetudine, che i nostri stimino far un sacrificio a gli dei, quando aranno oppressi, uccisi, debellati e sassinati gli nemici de la fé nostra; non meno che quelli altri tutti, quando arran fatto il simile a noi. E non con minor fervore e persuasione di certezza quelli ringraziano Idio d’aver quel lume, per il quale si prometteno eterna vita, che noi rendiamo grazie di non essere in quella cecità e tenebre, ch’essi sono.”
    Insomma più sappiamo e meno sappiamo, basta saperlo.

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