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Il mito della ricerca applicata

31 gennaio 2012

Agli scienziati, l’idea che quello che fanno debba servire a qualcosa che non sia la ricerca di conoscenza non sembra passare per la testa. Si potrebbe mettere insieme una corposa antologia delle motivazioni che hanno spinto i più grandi scienziati di ogni epoca a dedicarsi alla ricerca: ma senza farla troppo lunga mi limiterei a citare una frase attribuita a Richard Feynman: “La fisica è come il sesso: certo, può dare risultati pratici, ma non è per quello che lo facciamo”. Va’ a sapere se l’ha mai detta davvero. Di sicuro, Feynman era piuttosto esperto in entrambe le attività di cui parla, e ha scritto un libro che si chiama Il piacere di scoprire, quindi ci fidiamo.

Eppure, l’idea che la ricerca scientifica sia valida e degna di essere supportata solo se ha una ricaduta pratica immediata è dura a morire, e anzi sembra diventare sempre più prepotente. È un’idea che nasce da una totale incomprensione non solo delle motivazioni degli scienziati, ma anche del modo di procedere della scienza. C’è sotto il pregiudizio che il sapere scientifico sia una specie di sottoprodotto culturale, buono al massimo a far funzionare telefonini e computer. Si tira in ballo, con ragione, il sistema scolastico di Croce e Gentile per spiegare come mai questo punto di vista abbia potuto attecchire nella nostra classe dirigente, poco familiare con il metodo scientifico ma imbevuta di alate citazioni latine (almeno fino a qualche anno fa: oggi non sanno nemmeno il latino). Ma se si allarga un po’ lo sguardo si vede che, anche fuori dai nostri disgraziati confini, esiste una pressione sempre crescente a occuparsi di ricerche che privilegino l’interesse pratico e il risultato a breve termine.

Ora, il problema è che la scienza in effetti porta molto spesso a risultati che trovano un’applicazione pratica: ma le famigerate “ricadute tecnologiche” che piacciono tanto a politici e investitori non si possono prevedere, né possono servire a indirizzare la ricerca di base. La storia della scienza mostra che la direzione è sempre stata quella opposta: progressi, spesso imprevisti, nella comprensione di base, hanno portato in un secondo tempo a conseguenze tecnologiche. Di certo, se un giorno potremo usare un computer quantistico, lo dovremo più alla curiosità di un Feynman che a qualche fantomatica “filiera dell’innovazione”. Il sapere scientifico non è una collezione di ricette empiriche. Per padroneggiare davvero una tecnologia bisogna prima aver compreso i meccanismi che ne consentono il funzionamento.

Immaginate di poter mettere le mani su un manufatto creato da una avanzatissima civiltà extraterrestre. Magari potreste imparare a usarlo, provando un po’ a casaccio. Potreste forse provare a smontarlo (ci vorrebbe un bel coraggio) e persino riuscire a riprodurlo tale e quale, facendone delle copie identiche. Ma se prima o poi non capite su quale principio fisico si basa, non farete grandi passi avanti. Generazione dopo generazione, potreste tramandare il segreto di quel congegno, ma non sareste mai in grado di farne uno migliore, non sareste mai sicuri di usarlo nel modo giusto (e senza correre rischi) e vivreste col terrore di perderlo per sempre. Diventerebbe una sorta di feticcio.

È un esempio fantascientifico, ma esistono esempi reali nella storia dell’umanità. Ci sono state civiltà tecnologicamente molto avanzate che, per mancanza di un adeguato contesto di sapere scientifico, hanno perso tutto il vantaggio accumulato: è accaduto all’impero cinese a cavallo dell’anno Mille, e può accadere di nuovo. Se c’è una ricetta sicura per il suicidio di una società, è quella di abbandonare la ricerca di una comprensione profonda dei fenomeni naturali per inseguire il mito della cosiddetta ricerca applicata.

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27 commenti

  1. Grazie Amedeo per aver affrontato questo tema. Il post, come fanno notare anche persone sopra, è scritto dal punto di vista di chi lavora in una campo nel quale ci sia una distinzione, per quanto non sempre nettissima, tra teoria e sperimentazione (come nel caso della Fisica), o tra astrazione e applicazioni (come nel caso della Matematica, più vicino alla mia esperienza).

    Riconosco che esiste una pressione nei confronti di chi lavora nel campo delle scienze teoriche. C’è una pressione proveniente dagli organi che elargiscono fondi: in Inghilterra, come osserva Zuliani, ci sono delle “mainstream”, che possono, in linea di massima, essere orientate verso teoria o applicazioni; si deve tenere presente che le “mainstream” privilegiano molto di più i campi applicati (e nel mio caso questo gioca a mio favore). In aggiunta, ogni richiesta di fondi deve contenere sezioni molto dettagliate che descrivano i beneficiari della ricerca e l’impatto che ne conseguirà. E la presenza stessa di queste sezioni la dice lunga sulla posizione degli organismi che elargiscono fondi.

    Mettetevi nei panni di un mio collega, un matematico puro che scriva una grant per l’EPSRC, l’ente che finanzia le nostre ricerche. Date un’occhiata qui

    http://www.epsrc.ac.uk/funding/fellows/Pages/areas.aspx

    e ditemi se non vi sembra che sia sfavorito rispetto a me che mi occupo di matematica applicata. Il problema che pone Amedeo è serio, e va ben oltre l’aspetto dei finanziamenti, a mio avviso.

  2. Magari questo post ha una certa attinenza con il precedente, Il collegio visibile. Nel senso che dei collegi visibili dovrebbero presiedere non solo alla ricerca scientifica in sè ma anche alle sue applicazioni pratiche. Perché il grado di una civiltà si misura proprio da quest’ultime, che altrimenti la scienza risulterebbe qualcosa di esoterico; di più, nelle sue applicazioni pratiche la scienza mostra il suo valore civile – questa è una lezione che ci viene dal Politecnico di Milano – . Si diceva, nel post che precede, che la letteratura scientifica è inflazionata dai soliti argomenti, ecco allora che il campo delle applicazioni pratiche può reciprocamente stimolare la ricerca pura.

  3. stevem says:

    Dalla homepage di Horizon 2020: “Horizon 2020 will tackle societal challenges by helping to bridge the gap between research and the market by, for example, helping innovative enterprise to develop their technological breakthroughs into viable products with real commercial potential. This market-driven approach will include creating partnerships with the private sector and Member States to bring together the resources needed.”
    Tempi magri per la ricerca di base.

  4. fmalfanti says:

    Concordo a pieno sull’impianto del post, lo “scienziato” fa quello che fa solo perché gli piace, è giusto così ed è sempre stato così, per fortuna.
    Ma c’è un ma… ovvero come porre un limite alla spesa di quel folto gruppo di ricercatori confermati/associati/ordinari (e quindi inamovibili) che si dedicano a scoprire cose già scoperte, a volte senza saperlo a volte volutamente.
    Credo che nessuno che abbia frequentato il mondo della ricerca, quella pura e svincolata da qualunque applicazione, senta l’impulso a voler limitare il campo di azione di alcuno. Il lavoro scientifico è quello di allargare i confini, anche impercettibilmente, della conoscenza umana…
    Ma anche il fatto che stiamo mantenendo, ad esempio, schiere di matematici che si dedicano a risolvere problemi già risolti perché la soluzione esistente “non è elegante” dà da pensare…
    Ma è il mondo accademico/scientifico che dovrebbe darsi un’autoregolamentazione, lotterei con tutte le mie forze contro chiunque imponesse “orientamenti” alla ricerca…

  5. ludovica says:

    Concordo con Daniele, il problema esiste. Post interessante che offre molti argomenti di discussione!
    La spinta verso la ricerca applicata e’ considerevole, tenuto conto anche che le modalità’ di finanziamento della ricerca si sono arricchite (nel bene e nel male) e la corsa ai finanziamenti e’ una parte cospicua del carico di lavoro dei ricercatori stessi. E le direttive dei fondi nazionali per la ricerca o dalle varie agenzie europee sono ben precise.

    E’ chiaro che questo e’ limitante e può portare a delle aberrazioni. Spesso si offre il fianco ad inutili giri di parole: a volte forse si farebbe prima a dire perché la problematica e’ di interesse di per se’ anziche’ camuffarlo in vario modo.
    Inoltre ci sono settori che sono messi in difficoltà per ragioni affatto chiare, vedi la matematica pura o la fisica matematica. In un certo senso la tendenza sembra essere quella di far scomparire le università e le discipline pure, e fare fiorire i politecnici e i dipartimenti che si occupano di argomenti a cavallo tra diverse discipline.

    Ci sono differenze settoriali, chiaramente. Penso che sia un principio guida fondamentale il fatto di inquadrare una problematica in un ampio contesto, pensando alle motivazioni trasversali (che possono toccare più discipline) e alle potenziali applicazioni. In più’ in molti settori, ad esempio vedi biologia o medicina, un approccio integrato, tra la modellistica, la simulazione e l’esperimento e’ obbligatorio. Questo richiede di individuare subito la domanda di base ed insieme concepire i possibili sviluppi applicativi, in un ordine che potrebbe persino essere invertito o che quantomeno si nutre in entrambe le direzioni. Tuttavia anche in settori così’ fortemente interdisciplinari ed applicati, la specificità e’ essenziale.
    Tanto per fare un esempio, se per ora non esiste onnicomprensivo framework teorico in biologia, che abbia per dire le funzioni del modello standard con le sue estensioni in fisica, ci si aspetta che contributi fondamentali possano venire dalla fisica e dalla matematica.
    Quale matematica? Strumenti teorici già’ noti o ancora da formulare?
    Probabilmente una combinazione. E questa non e’ sfida da poco. Chi la raccoglie?

    D’altro canto, da questa spinta verso le applicazioni, per certi versi smodata, si sono sviluppate discipline intere come la ricerca traslazionale, per dirne una, che si occupa di accorciare i tempi e le distanze tra la ricerca di base in biologia e medicina e la pratica clinica. In ambito oncologico questo significherebbe poter ottimizzare la cura del paziente.

    Insomma in questa distinzione tra puro ed applicato, si rischia di correre dietro una chimera e la bilancia pende da una parte e poi dall’altra. Svuotare i dipartimenti di fisica teorica o di matematica pura solo perché non sono di moda, e’ una potenziale catastrofe, tanto quanto etichettare le discipline a cavallo tra la ricerca pura e la ricerca applicata quali discipline di serie B.

    In ultimo, concordo sull’osservazione di NN79 che quanto le decisioni “politiche” siano o diventino illuminate dipende anche dagli attori stessi. Mi piace ricordare Joseph Rotblat, premio nobel per la pace, unico fisico a lasciare il progetto Manhattan per dubbi di coscienza profondi sulla natura del progetto. Chi fa ricerca e’ parte attiva del processo.

  6. gpec says:

    “Ma anche il fatto che stiamo mantenendo, ad esempio, schiere di matematici che si dedicano a risolvere problemi già risolti perché la soluzione esistente “non è elegante” dà da pensare…”

    FMALFANTI: dà da pensare a chi non sa cosa sia la ricerca matematica. Spesso un risultato può essere dimostrato, ma non compreso profondamente. Trovare una dimostrazione alternativa di un teorema importante rivela il più delle volte collegamenti profondi e insospettati tra aree separate della matematica, e costituisce un progresso essenziale.

    (Poi tutti sanno che la matematica è una forma d’arte, quindi la ricerca dell’eleganza non dovrebbe stupire nessuno…)

  7. trentasei says:

    Concordo in pieno. È un approccio totalmente diverso, ma a mio avviso vanno tutelati entrambi, in parallelo, anche se quello che va in cerca dei principi primi spesso non porterà a casa nulla, ma quando lo porta pero, spesso segna il passo di una piccola rivoluZione.. L’esempio poi dell’avanzatissima società extraterrestre segna la differenza fra fisici e ingegneri: l’ingegnere non sa perché il semiconduttore si comporta così, ma lo usa per costruire circuiti per schede elettroniche sempre più complesse, il fisico invece vuole sapere perché funziona così, e guarda ai principi della fisica quantistica per poi immaginare altri sistemi più complessi: entrambi -fisici e ingegneri- sono indispensabili, chè uno guarda ai principi primi e l’altro pero pensa a costruirci computer sempre più complessi. (questo come approccio di base, poi crescendo le cose si fondono se le persone sono interessate all’uno o all’altro) (e ora via al flame fisici/ingegneri, con inserimento in fascia dei matematici, via! ;-) )

  8. pifo says:

    @Gpec: assolutamente d’accordo. Quella che molti definiscono con una punta di ironia “eleganza” a volte e’ la differenza tra l’applicabilita’ o meno, in un algoritmo ad esempio numerico, di un certo teorema.

    Ricerca di base e ricerca applicata nel XX secolo e seguenti, una questione che somiglia molto a quella dell’uovo e della gallina:
    Oggi possiamo compiere esperimenti chimici-biologici a gravita’ zero, osservare lo spazio profondo con telescopi extra-atmosferici, perfezionare la tettonica a placche perche’ abbiamo costruito applicazioni per “andare nello spazio” oppure … siamo andati nello spazio per poter fare tutte queste belle cose?
    Alla fine tutto e’ applicativo e tutto … e’ di base.

    Saluti

  9. gpec says:

    XKCD spiega la relatività del termine “ricerca applicata”: http://xkcd.com/435/

  10. midlander says:

    mi pare che confondi il perché fai ricerca con il perché la società dovrebbe supportarla. Nella frase di faynman, magari uno non fa sesso per le sue ricadute pratiche, ma non per questo la società dovrebbe pagarlo per fare sesso ti pare?

    Per carità capisco benissimo l’atteggiamento, anch’io all’università trovavo inconcepibile che “le aziende c’entrassero con quello che facevo”. E siccome la ricerca è l’attività più nobile non dovrebbe essere un dovere della società mantenere i suoi sacerdoti?

    Purtroppo crescendo ti rendi conto che ogni costo è una spesa e per ogni attività umana ci deve essere qualcuno che ne sostiene il finanziamento. Ora, in questi tempi di ristrettezze per convincere qualcuno a scucire i cordoni della borsa devi usare argomenti più solidi di “eh ma la ricerca è fine a se stessa”

    Anche l’altro argomento sull’imprevedibilità delle ricadute è un po’ debole. E’ indubbiamente vero che le ricadute della ricercerca di base sono a lungo termine, ma basta che scorri la lista degli IG nobel e ti accorgerai che qualcuno ha finanziato ricerche tipo la formazione della lanugine nell’ombelico o il ruolo della barba nel mantenimento del calore corporeo

    Insomma non farebbe male rendersi conto che il ricercatore fa parte della società e che il fare ricerca non da automaticamente diritto di essere mantenuti nel pritaneo.

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