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Il collegio visibile

18 gennaio 2012

Se anche Paul Krugman, sul New York Times, scrive un editoriale a proposito delle trasformazioni che internet sta introducendo nella comunità accademica – in particolare per quanto riguarda la convalida e la comunicazione dei risultati scientifici – forse significa che bisogna cominciare a prendere sul serio quelli che negli ultimi anni hanno parlato con insistenza di “open science”, sottolineando la crescente arretratezza di certe prassi consolidate del mondo scientifico.

La prima rivista scientifica, la Philosophical Transactions of the Royal Society, nacque nel lontano 1665. Verso la metà del Seicento, un gruppo di scienziati inglesi (all’epoca li si sarebbe chiamati filosofi naturali) si era entusiasmato al metodo sperimentale esposto nei decenni precedenti da Francesco Bacone, e aveva preso a riunirsi periodicamente per scambiarsi idee e conclusioni derivanti dall’applicazione di quel metodo allo studio dei fenomeni naturali. Nelle sue lettere, il chimico Boyle si riferiva a quelle riunioni con l’espressione invisible college, collegio invisibile. Erano una cosa a metà strada tra il club di gentiluomini e la società segreta: gente che se la passava bene e che si dilettava a capire come funzionava la natura, per poi raccontarselo davanti al fuoco, tra un té e e una battuta di caccia. Da quelle riunioni nacque la Royal Society e, per mettere ordine alle corrispondenze tra i membri, il primo segretario della società si inventò di stampare un bollettino: le Philosophical Transactions, appunto.

Da lì si è arrivati, nei secoli, a Nature e a Science. Ma il meccanismo della revisione paritaria e delle riviste scientifiche, pur adeguandosi ai tempi nella forma, è rimasto piuttosto simile a quello iniziale nella sostanza. È un modo che la comunità accademica si è dato per mettere nero su bianco e disseminare tra i suoi membri i risultati delle ricerche, e per decidere quali ricerche rispettano i requisiti minimi di aderenza al metodo scientifico e di corretta pratica professionale. Fondamentalmente, un modo per essere ammessi nel club.

Nel suo articolo, Krugman racconta efficacemente la prassi in atto nel mondo degli economisti. Ma penso che ogni studioso, in altre discipline, potrebbe condividere la sua sintesi. Fino a non molto tempo fa, le persone attive e di riconosciuta autorità internazionale in un certo campo di ricerca erano un numero tutto sommato piccolo, si conoscevano tutte tra loro, e agivano da garanzia e da selezione nei confronti dei nuovi arrivati. Le riviste scientifiche si limitavano a sancire uno stato di fatto, a cristallizzare per i posteri lo stato della ricerca in un certo momento storico, e a fornire pezze d’appoggio concrete – in termini di numero di pubblicazioni – per assicurare la carriera accademica degli studiosi più validi.

Ora, sono sempre di più quelli che si chiedono se l’ultimo passaggio ha ancora senso, nell’epoca di internet. C’è davvero bisogno di pagare piuttosto salatamente la pubblicazione su una rivista, e di pagare poi di nuovo la consultazione o l’acquisto delle riviste stesse? Da laureando, ho fatto in tempo a vedere gli ultimi fuochi dell’epoca in cui risultati e articoli circolavano per posta: si veniva a sapere quello che aveva fatto il tuo collega americano dopo settimane, a volte mesi, e l’unico modo di essere aggiornato sulle novità era fare il giro dei congressi più importanti: il “collegio invisibile” di quei tempi. Anche allora, la pubblicazione su una rivista era solo l’ultimo atto: ma lo scarto temporale tra il momento in cui si veniva a sapere di una scoperta e la sua pubblicazione non era così drammatico.

Oggi, le notizie viaggiano a una velocità che rende l’articolo, una volta stampato, già vecchio. Gli incontri di persona sono ancora importanti, certo, ma la possibilità di comunicare via internet rende gli scambi virtuali, tra gruppi separati geograficamente, molto più efficaci. E realtà come ResearchGate (definita una sorta di Facebook per scienziati) stanno iniziando a proporsi, neanche tanto velatamente, come il nuovo club a cui bisogna accedere per essere accademicamente rilevanti e per diffondere i propri risultati tra le persone giuste.

Stiamo forse assistendo ai primi segni della trasformazione dell’accademia in un collegio visibile?

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  • minimacademica

    Come ricorda Clay Shirky nel suo intervento su “The edge” del 2010, i chimici si affermarono sugli alchimisti perché il loro collegio invisibile era in effetti *più visibile* di quello degli alchimisti. Gli scienziati, a differenza degli alchimisti, usavano la stampa e la revisione paritaria – cioè, allo stato della tecnologia dell’epoca, avevano una comunicazione assai più pubblica e trasparente di quella segreta dei loro rivali, che furono rapidamente soppiantati.

    Quanto ai ricercatori accademici italiani, in questo momento sono paralizzati dalla valutazione della ricerca, ferma ai modelli della stampa e della sua “pubblicazione”, con articoli selezionati ex ante e con accesso protetto da una barriera economica. Questi modelli, confrontati alle possibilità di disseminazione e di revisione ex post offerte dalla rete, sembrano ormai più consoni al mondo riservato degli alchimisti che a quello pubblico degli scienziati. Non ci può essere scienza aperta senza accesso aperto.

    Spero di non sia spammoso segnalare che in Italia la Crui, molto prima che la cosa finisse sul NYT, aveva fatto proprie delle linee guida per l’accesso aperto visibili qui: http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=894

    Approfittiamo di quello che abbiamo in casa :-).

  • artikid

    Fantastico.Non leggevo a proposito del Collegio Invisibile dai tempi della serie a fumetti “The Invisibles” di Grant Morrison.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Invisibles

  • pifo

    Da una eventuale crisi dei meccanismi sostanzialmente “chiusi” che hanno fino ad oggi regolato il dibattito scientifico, la scienza, a mio parere, non puo’ che trarre beneficio perche’ questi meccanismi, negli ultimi decenni, si sono in qualche modo fossilizzati, calcificati, determinando in qualche ambito una vera e propria forma di patologico conformismo per il quale non si lavora a cio’ che puo’ rappresentare una linea interessante e logica di sviluppo ma soprattutto a cio’ che “puo’ essere pubblicato”. Il risultato e’ un universo della letteratura scientifica “inflazionato” da articoli sui soliti argomenti. Vedo l’apertura quindi come una tendenza non solo positiva ma necessaria. Ho pero’ delle riserve a considerare le possibilita’ offerte dalla rete come “immuni” da certi tipi di tendenze. Non vedo ad esempio la “visibilita’” che un collegio di scienziati connessi in rete garantirebbe rispetto a quello definito da Boyle. Sappiamo ad esempio che la rete “promuove” e favorisce dei fenomeni di aggregazione su base sostanzialmente empatica. Non oso immaginare cosa accadrebbe se tali meccanismi, alla “mi piace” per intenderci, fossero trasferiti sul piano proprio del dibattito scientifico. Non dimentichiamo poi che il processo di avanzamento del pensiero scientifico non e’ democratico e quindi poco aperto per natura.
    Saluti.

  • http://piccoladorrit.blogspot.com piccoladorrit

    “Il risultato e’ un universo della letteratura scientifica “inflazionato” da articoli sui soliti argomenti.”
    Ciò accade naturalmente dentro la scienza normale, dove i problemi da risolvere ma perfino i fatti da scoprire sono in genere individuati e riconosciuti dentro la cornice scientifica accolta, perciò la proposizione di nuove linee di ricerca sarà sempre a sua volta problematica a fronte delle teorie dominanti.
    Saluti e complimenti per un blog che si occupa di scienza in una visione “aperta”. http:piccoladorrit.blogspot.com