A proposito di esperimenti. Il primo a cui ricordo di aver partecipato si è svolto in prima media. L’apparato sperimentale consisteva di: un vasetto di vetro, un batuffolo di ovatta imbevuto d’acqua, e un fagiolo. Secondo la mia professoressa di scienze, il fagiolo, adagiato sul batuffolo e rinchiuso nel vasetto, avrebbe dovuto germinare nel giro di qualche giorno.
Non so se avete mai visto Topolino e il fagiolo magico, la versione Disney di una classica fiaba. Ci sono Paperino, Pippo e Topolino che se la passano molto male per via di una carestia. Succedono varie cose, tra cui un Paperino completamente fuori di testa per la fame che prima si fa un panino con due piatti e alcune posate, poi cerca di macellare una mucca a colpi d’ascia (i comitati dei genitori erano meno potenti, a quei tempi). A un certo punto, Topolino, che era uscito per vendere al mercato la mucca di cui sopra, torna a casa avendo ricevuto come pagamento una scatoletta contenente tre fagioli magici. Non vi dico come la prende Paperino.
Comunque: i tre vanno a dormire, e di notte uno dei fagioli magici cade in un buco nel pavimento di legno. In breve, succede l’incredibile. Il fagiolo inizia a germogliare prepotentemente, e nel giro di pochi minuti diventa una pianta che non la smette di crescere, assumendo proporzioni gigantesche, finendo per arrivare fino alle nuvole (dove poi si scopre che c’è la casa di un gigante, ma vabbe’).
Be’, dicevo, non so se l’avete mai visto, quel cartone animato. Io, in prima media, lo avevo già visto parecchie volte, e adoravo la scena del fagiolo che cresce: così, quando la mia professoressa di scienze chiuse nell’armadio il vasetto di vetro con il fagiolo adagiato sopra il batuffolo imbevuto, io sperai con tutte le mie forze che il successivo svolgersi degli eventi prendesse una piega simile a quella del cartone. Chissà, magari durante la notte le propaggini del fagiolo avrebbero distrutto il vasetto, fracassato l’armadio in cui era rinchiuso, sfondato i vetri della classe, e si sarebbero arrampicati sempre più su, verso il cielo, verso le nuvole.
Inutile che vi stia a dire che non successe niente di tutto questo. Andò anche peggio. Passarono i giorni, ma da quel fagiolo avvolto nell’ovatta non uscì fuori nemmeno un peduncolo, una fogliolina, un germoglio. Niente di niente. Se ne rimase lì, adagiato nel suo letto di cotone, senza dare alcun segno di vita.
Vi dico la verità. Non ci rimasi male perché le cose non erano andate come nella fiaba (per quanto fossi un bambino non ancora completamente immunizzato nei confronti del pensiero magico, sapevo distinguere la realtà dalla finzione). Mi dispiaceva soprattutto per la mia professoressa di scienze: pensavo che non avrebbe avuto più il coraggio di tornare in classe.
Invece, la professoressa non fece una piega. Tolse i barattoli dall’armadio, guardò noi piccoli studenti e disse semplicemente: «Non sempre gli esperimenti riescono. È così che funziona la scienza.»
La mia professoressa di scienze aveva provato a tirare fuori una lezione da quello che avevamo percepito come un fallimento: lezione che evidentemente, giusta o sbagliata che fosse, un segno deve averlo lasciato, visto che è l’unica cosa che ricordo dell’altrimenti non memorabile periodo trascorso con lei.
E però, se spettasse a me, oggi riformulerei la lezione in modo diverso. Un esperimento non è uno spettacolo di magia, che riesce oppure no. E nessuno – neanche in un caso semplice come quello dei fagioli nel batuffolo – sa con certezza quale sarà il risultato. Tutto quello che gli scienziati possono fare è preparare attentamente le condizioni, osservare i risultati e prendere nota con cura di tutto: poi, confrontare i risultati con le ipotesi che avevano fatto in precedenza. Quella volta, i fagioli non avevano germogliato; ma non significava che l’esperimento fosse fallito, anzi. L’esperimento aveva mostrato che, date tutte le condizioni che avevamo predisposto nell’armadio della classe, oltre a quelle su cui non eravamo potuti intervenire direttamente – dati cioè quella varietà di fagioli, quella temperatura, quel periodo dell’anno, quella quantità d’acqua, quell’intervallo di tempo, eccetera — i fagioli non germogliano.
Se faccio A, succede B. Sia A che B possono essere incredibilmente complicati. Ma, volendo semplificare, è questo il succo di qualunque esperimento.
Quindi, io direi: gli esperimenti riescono sempre. Se siamo bravi, scrupolosi, attenti, pazienti, ci dicono sempre qualcosa su come funziona il mondo. Come funziona: non come ci piacerebbe che funzionasse.
Mi pare un buon punto di partenza, per provare a capire a che serve la scienza.
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PS: C’è stato qualche problema tecnico con i commenti del post precedente, ma ora sono tutti lì.

Ottimo articolo!
Concordo con Wilson. Penso però anche che la visione utilitaristica della scienza, soprattutto per i finanzamenti alla medesima, sia la causa principale di “data torturing” e disonestà da parte degli scienziati, soprattutto negli ultimi decenni. Il progresso della scienza passa anche (se non soprattutto) dalle ipotesi errate e risultati negativi (e dalle botte fortuna) che non vengono MAI pubblicate.
Certo, se guardiamo l’utilità di qualcosa che viene studiato/scoperto oggi magari ci potrà sfuggire a che serve studiare quel fenomeno. Ma se ci portiamo indietro di qualche secolo e pensiamo a chi ha scoperto gli ultrasuoni che non avrebbe mai pensato che oggi sono ampiamente usate nella medicina diagnostica; lo stesso si può dire per i raggi X…. D’altronde, anche la classica mela caduta sulla testa di Newton (ammesso che non sia una favoletta) all’epoca non si poteva immaginare che avesse tanta importanza oggi per l’astrofisica e i viaggi spaziali. La scienza serve!
A Paperino non piace questo elemento. ;)
( ma a me sì)