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Formidabile il Mondiale dell’82!

8 luglio 2012

Formidabile il Mondiale dell’82!

Ero da pochi mesi maggiorenne e avevo da poco fatto un’altra grande conquista: la patente. Con la mia Panda nera fiammante scorrazzavo con gli amici per la Versilia in quell’estate lontana. Eravamo nell’Era del Cinghiale Bianco e sul ponte sventolava la bandiera tricolore. Si perchè dopo aver visto i gol di Rossi, Tardelli e Altobelli, nella torrida e caotica veranda di una pizzeria di Viareggio, ci spostammo col branco nella vicina Bussoladomani a Lido di Camaiore a festeggiare con addosso tutti i nostri vessilli bianchi, rossi e verdi. Al teatro tenda andava in scena il concerto di Franco Battiato, un altro dei miei miti adolescenziali.

Fu naturalmente fantastica quella serata. Il maestro catanese si adattò all’unicità di quei momenti prestando musiche e parole all’entusiasmo patriottico che aveva pervaso tutto e tutti. Neanche la spirtualità celestiale dell’”Aria sulla quarta corda” di Bach interpretata dal violino di Giusto Pio riuscì a sospendere l’atmosfera caliente di quel delirio collettivo.

Era da tempo immemore che gli Azzurri non vincevano qualcosa per cui la felicità, rimasta repressa per troppe generazioni, fu doppia, tripla. Schemi, atteggiamenti tattici, scelte stretegiche sarebbero state ricostruite molti anni dopo. Il quel momento c’era solo la voglia di gioire nell’inseguire con gli occhi un pallone che correva veloce dai piedi di Tardelli a quelli di Gentile per arrivare telecomandato sulla testa magica di Paolo Rossi, con Schumacher a farfalle. Un gol indimenticabile che faceva giustizia del rigore sbagliato da Cabrini e che rimetteva in play un nastro che si era improvvisamente inceppato.

Certamente si parlava della “melina” dell’Italia, dell’opportunismo di Pablito, della classe di Scirea, ma erano dettagli. La sostanza era altrove: nell’urlo impazzito di Tardelli, nell’esile corpo di Altobelli che si faceva beffe dei goffi difensori tedeschi nel più classico dei contropiede, nel triplice “campioni del Mondo!” di Nando Martellini.

Alla fine della loro carriera ho avuto modo di frequentare per lavoro quasi tutti gli eroi di Madrid, quando si sono riproposti in mestieri dove il valore aggiunto dato da quell’impresa fosse palpabile: allenatori, direttori sportivi, responsabili di settore giovanile, commentatori televisivi, addirittura presidenti di club (come Dino Zoff, il mito tra i miti). Sono oggi persone normali, anche semplici, forse addirittura succubi dell’immagine che si portano appresso. Sono i simboli di un’epoca allegra, felice, spensierata. Per tutti noi rappresentano il sogno, l’impossibile che diventa realtà. Francamente non li vorremmo vedere sporcarsi le mani nelle attività quotidiane di tutti noi comuni mortali. Li vorremo tenere per sempre nel nostro Pantheon dei miti pagani.

Negli anni successivi durante le mie tante esperienze professionali nell’universo calcio sono tornato a volte sulle emozioni di quella serata ma più rivissute in quella forma così intensa e istintiva.

Quella partita e quel Mondiale rimangono lo sparticque del mio modo di sentire il calcio. Tutte le vittorie successive sono state inquinate dalla razionalità, dalla necessità di dover vedere la partita con occhi diversi. C’è infatti un prima e un dopo quell’11 luglio 1982.

Un prima fatto appunto di emozioni genuine: le lacrime di bambino quando vidi per la prima volta in carne ed ossa Boninsegna a Coverciano, l’incredulità nell’entrare per la prima volta nella curva dell’Arena Garibaldi e scoprire che il campo era verde (e non grigio come avevo sempre visto in tv), la gioia per il gol di Barbana all’Ardenza in un derby storico coi cugini labronici.

Eppoi c’è stato un dopo ’82 fatto di studio, analisi, interessi personali, rapporti di lavoro. Un calcio più distante dal piacere effimero e dal godimento fine a se stesso.

C’è stata anche un’altra Italia-Germania importante nella mia vita, questa volta vissuta in prima persona come match-analista nello staff di Marcello Lippi. Parlo naturalmente della semifinale della WC2006. Molte le soddifazioni e le gratificazioni personali legate a quel match, una vittoria a cui sento di avere dato il mio contributo attivo. Ma niente a che vedere con la gioia travolgente di quel giorno in Versilia.

C’è una differenza sostanziale tra queste due partite nel mio io. Della finale spagnola mi ricordo tutto quello che ho fatto dal fischio finale in poi (la pizzeria, il concerto, il ritorno in città, la notte pazza). Nessun flashback della vigilia. Della semifinale di Dortmund ho in testa tutto quello che ho fatto prima (la vivisezione delle partite precedenti, l’improvvisa squalifica di Frings, le discussioni con lo staff tecnico, i 40 minuti di video-analisi fatta personalmente con Francesco Totti, i calci piazzati visti e rivisti con Buffon). Del dopo non ho ricordi particolari, solo il pensiero fisso sul cosa sarebbe potuto succedere il giorno dopo tra Francia e Portogallo, la partita che avrebbe deciso l’ultimo ostacolo che avremmo dovuto superare, nella finalissima di Berlino, prima di poter sentire ancora l’urlo “Campioni del Mondo!”.

 

 

  • gianmarco

    Personalmente ho fatto, nell’82, un percorso al contrario: prima il concerto, Rolling Stones a Torino (il mio primo concerto..e che concerto! avevo solo 14 anni) poi la finale. Anch’io ricordo tutto di quella giornata e poco del 2006.
    Non so se questo dipenda dalla (nostra) età o dal fatto che quella vittoria assume storicamente un significato diverso. L’Italia era da 50 anni poco meno che non vinceva un mondiale e solo una volta era arrivata in finale. L’82 fu una svolta.

  • epicuro

    Avevo 14 anni ed ero in campeggio non ricordo più dove. Una focosissima (e un po’ in carne) rossa emiliana mi impose il primo bacio della mia vita. Quando me ne andai avevo anche “l’amante”. Fu indubbiamente un’estate istruttiva.

  • Pingback: Italia ’82, Adriano Bacconi racconta la sua finale su Il Post | Adriano Bacconi

  • sakamurabo

    Question articolo appare su http://saymight.blogspot.com

    E’ un’estate che arriva coi colori del passato sulla spiaggia di Pineto. Una vita che vengo qui, ogni estate. Non ne ricordo nemmeno una lontana. Qui ci sono cresciuto felice, con i picnic della domenica in pineta e il bagno interminabile dopo le ore di attesa per la digestione. Qui ho esultato per i gol di Pablito ai mondiali di Spagna dell’82 le giornate erano calde e pigre. Si rimaneva a giocare tra le vie ed il cortile della casa dei nonni che avevano le finestre di alluminio anodizzato sempre spalancate e le serrande abbassate a far entrare mille puntini vibranti di luce. Dalle casse mono della Tv il suono afono giungeva fino alla strada di sotto e assieme allo sbattere dei piatti ti richiamavano al pranzo. Si doveva fare la “pennichella” ma poi di nuovo a giocare e a guardare Brunello agghindarsi per uscire con la 132. Giornate infinite. La sera senza un briciolo di forza eri esanime, stremato e pieno.
    Deve essere successo qualche cosa che non ho capito molto bene, in seguito.
    In pochi anni il mondo ha accelerato. ’82,83,84,85…90 e subito mi ritrovai tra i banchi ‘grunge’ della scuola superiore con le gomme appiccicate da secoli, tutto era rabbia, era forza e dimostrazione e il mondo sembrava un fumetto disegnato a carboncino, nero nero.
    D’inverno ci si riscaldava il cuore e le mani nell’autobus delle 6.40 per Cento. Le macchine aumentavano di anno in anno. Meglio se prendevi l’autobus delle 6.20 per Finale Emilia, il giro era più lungo ma stavi meno a morire di freddo fuori dalla stazione con la neve e le porte che non si chiudevano.
    L’anno successivo (o forse già ne erano passati tanti) pure i cartelli sulle strade erano aumentati, pubblicità soprattutto e io mi immaginavo piccoli imprenditori gravidi di nuove teorie di marketing che armati di picchetti e martelli disseminavano la notte di piccole costellazioni di annunci caotici. Perdevano di importanza i limiti di velocità impossibili che sbucavano sui tratti di strada in corrispondenza delle fabbriche, i 30 all’ora davanti alla WM schiacciato dalla pubblicità di una mercedes da 220 km/h, le tute blu con i cestini blu schiacciate dal cielo di piombo nell’Emilia lontana dal mare.
    La gente era ancora lenta come in passato ma insorgevano i primi sintomi della Velocità. Le donne iniziavano tutte a lavorare e i figli venivano educati da baby-sitter intraprendenti.
    Lenta lenta la velocità si faceva strada. E i maccheroni con il ragù o gli spaghetti alla chitarra erano rimasti solo quelli delle nonne.
    Nel calcio scomparve la zona mista di Bearzot, gli allenatori si scoprirono molto più preoccupati e grigi anche in “Eccellenza”. Dalle città scomparvero i parcheggi liberi. Come per protesta il risultato fu la proliferazione delle automobili e degli automobilisti.
    Si andava tutti in centro con la macchina e il centro chiudeva al transito. Chiudevano le linee regionali dei treni, anche. I bus verso la città divennero sempre meno ma molto più comodi. E noi ci trasferivamo tutti a Bologna a studiare e a divertire così che i prezzi degli affitti aumentano alla grande. In città non c’erano case per tutti. Conveniva comprarsela, una casetta e a rimediare ci pensarono le immobiliari come Raggi , Acer, Coopcostruttori…che iniziarono il un nuovo ventennio di palazzoni e di cemento armato, tutte case nuove e di lusso e da 35 mq a prezzi di lusso per la gioia delle banche. Fuori dal centro si chiamavano villette a schiera o bifamigliari ma erano condomini con il giardino, piu’ grandi delle case del centro ma ai prezzi delle case del centro. La periferia divenne piu’ comoda per i parcheggi. Il credito al consumo divenne realtà. Si compravano televisori impianti e dolbysurround 5.1, uno nuovo ogni anno per la gioia di altre banche (sempre nuove e sempre a cambiar nome) mentre mia nonna ancora aveva in casa ‘un telefunken che quando lo accendevi scorreggiava ma che si vedeva benissimo’.
    E poi, si laureavano tutti – in media ci volevano 7 anni- si partiva con gli aerei costosi e si arrivava a Londra e a Berlino a cercare fortuna ma si incontravano distributori di flayer laureati e senza una Lira, una Sterlina o un Marco in tasca, ma con una serata in discoteca garantita. Così si stava poco e male nell’ostello troppo caro a Notting Hill e si ritornava alle città o alle campagne conosciute che però non sembravano più le stesse.
    Il Bar Centrale ora è gestito da cinesi e al posto della grappa c’è quel liquore di radice strana.
    Il caffè è più buono ma di notte tutti staccano la macchina e nessuno può servirtelo. Il vino è sempre più raffinato e per berlo ci serve un corso da sommelier però è sempre meno caro (se si fa eccezione per il pachi) che non è piu’ conveniente andarselo a prendere sfuso da Riziero, nessuno ora imbottiglia più e anche mio nonno, troppo stanco dopo un’intera vita di lavoro, preferisce bere senza troppo faticare. La bolla speculativa ha travolto la finanza ma nessuno ha capito che c’è una crisi perché alla televisione Berlusconi fa dire che tutto va benissimo. Che la pagherà qualcun’altro e che torneremo ad essere grandissimi imperialisti delle Finanze. Le leggi sono diventato l’unico strumento per creare nuovi posti di lavoro per chi deve farle rispettare (la 626 ora TU84 ad esempio). Visto che ora c’è la Privacy vengono predisposte nuove misure di sicurezza per garantirla ai meritivoli e toglierla agli ingrati e ai delinquenti, nuove dichiarazioni per il trattamento dei dati personali, nuove telecamere per strada, nuovi volti delle forze dell’ordine. Alla polizia hanno tagliato i fondi, verrà sostituaita dai militari diciottenni meno cari e senza troppe pretese, volontari per necessità economica e perché credono nel dio della chiesa che la patria difende e protegge. Un tale che si chiama Lele Mora è diventato inaspettatamente il più grosso benefattore tra i benefattori ancora di più di Padre Pio che ora è roba da mamme e socere e perché sono tutti d’accordo che la suoneria di faccetta nera sul suo telefonino di diamanti sia di certo la chiave per diventare puttana o puttaniere in diretta da Maria de Filippi, un male da poco viste le promesse.
    Non so, forse questa è un epoca di fallimento.Ci sono tante cose belle nei supermercati di cui pochi sanno davvero che farsene. Forse manca un secondo prima di riprendere il controllo dei nostri gesti, delle nostre parole, dopo aver perso l’equilibrio dalla corsia del centro commerciale. E ci verrà voglia di rialzarci, magari in un pomeriggio di sole con le finestre che lasciano passare mille lucette sulle pareti della stanza dei nonni. E tornerà quell’odore di cose che andavano conservate, di pranzi che ‘non ne avevi voglia’ ma erano belli e pieni di suoni caldi, di parole dolci di cui non capivi il senso ma che erano buone come un panettone fatto in casa, di quelle giornate in cui c’era un tempo per tutto e la mente poteva volare lontana quando seduto sotto il pino di Marco da Pistoia vedevi l’orizzonte e il suo mare blu e non sapevi se ti ci potevi tuffare.