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  • lunedì 15 gennaio 2018

Sabato abbiamo rischiato grosso

La storia di un aereo civile abbattuto per errore nel 1983 mostra perché il falso allarme delle Hawaii avrebbe potuto causare disastri

(AP Photo)

Sabato scorso, per 38 minuti, gli abitanti delle Hawaii hanno creduto di essere sotto attacco. Alle 8 di mattina, per errore, l’Hawaii Emergency Management Agency, l’agenzia governativa che gestisce questo tipo di emergenze, ha diffuso un messaggio in cui allertava la popolazione di un imminente attacco con missili balistici. «Missili balistici in arrivo sulle Hawaii, cercate rifugio. Questa non è un’esercitazione», era scritto nel messaggio ricevuto da tutti i cellulari delle isole. Considerate le attuali tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, e la capacità di colpire il suolo americano che quest’ultima ha acquisito nell’ultimo anno, in molti hanno preso sul serio il messaggio e ci sono state scene di panico in tutte le isole.

Secondo il giornalista del New York Times Max Fisher c’è un parallelo tra quello che è accaduto alle Hawaii sabato e la storia del volo Korean Airlines 007, abbattuto per sbaglio dall’Unione Sovietica nel 1983 (qui potete leggere tutto il thread). Il punto principale è che le continue minacce che si sono scambiati Trump e la Corea del Nord e, soprattutto, le minacce di lanciare un attacco preventivo da parte del primo, potrebbero avere conseguenze reali e molto pericolose per tutto il mondo: non solo per il rischio di un attacco diretto ma anche e soprattutto per il rischio di un errore.

La storia del KAL007, la sigla del Boeing 747 abbattuto dai russi, iniziò la mattina del 31 agosto 1983, quando l’aereo decollò da Anchorage, in Alaska, diretto a Seul, in Corea del Sud. A causa dei forti venti e di un errore di navigazione, l’aereo finì fuori rotta: il pilota automatico impostò un percorso che nel giro di poche ore lo avrebbe portato sullo spazio aereo sovietico. L’aereo oltrepassò la linea del cambio di data, che corre in mezzo al Pacifico, e poco dopo i russi si accorsero della sua rotta. Fecero decollare quattro aerei da combattimento con il compito di intercettare il 747, ma una serie di problemi tecnici ritardò l’intercettazione. Poco prima delle 16 il 747 sorvolò la penisola della Kamčatka e in pochi minuti uscì nuovamente dallo spazio aereo sovietico. La sua rotta, però, lo avrebbe rapidamente portato in un’altra porzione di cielo che i russi consideravano di loro pertinenza: quella sopra l’isola di Sakhalin.

I comandanti dell’aviazione russa, da quello responsabile dell’intero estremo oriente a quello della base da cui erano partiti gli aerei, erano tutti molto agitati. Pochi giorni prima diversi aerei militari statunitensi erano entrati nello spazio aereo sovietico durante un’esercitazione molto aggressiva e ne erano usciti senza danni. Diversi ufficiali avevano perso il posto di lavoro per quell’episodio e, il pomeriggio del primo settembre, nessuno aveva voglia di fare la loro fine. I piloti sovietici ricevettero allora l’ordine di sparare alcuni colpi di avvertimento. Anni dopo, uno dei piloti raccontò che sparò in tutto più di duecento colpi di avvertimento, ma che trattandosi di munizioni perforanti, e non traccianti o incendiarie, è probabile che i piloti del KAL007 non si accorsero di nulla. Di sicuro i piloti dell’aereo non si resero mai conto della deviazione dalla rotta né comunicarono al controllo di terra di essere seguiti da quattro aerei da combattimento sovietici.

Poco prima delle 18 l’aereo stava per uscire dallo spazio aereo sopra Sakhalin, la seconda porzione di cielo russo che aveva violato in poche ore. Ai comandanti sovietici rimaneva poco tempo per decidere cosa fare. Proprio in quel momento, i piloti del KAL007 presero quota per risparmiare carburante. La manovra portò l’aereo a rallentare e i piloti dei caccia russi si trovarono improvvisamente in difficoltà: i loro aerei non potevano diminuire ulteriormente la loro velocità senza precipitare. Entro pochi minuti sarebbero stati costretti ad abbandonare l’inseguimento. Informato della situazione, il comando supremo della difesa dell’estremo oriente diede l’ordine di abbattere l’aereo. Uno dei caccia fece una manovra spericolata che lo porto alle spalle del KAL007 e lanciò un missile.

La testata esplose a cinquanta metri dalla coda dell’aereo, spedendo schegge e frammenti nella fusoliera del 747. Secondo le indagini successive nessuno dei passeggeri rimase ferito nell’esplosione e gran parte di loro rimase cosciente, con indosso le maschere a ossigeno, mentre per i 12 minuti seguenti i piloti cercavano di riprendere il controllo dell’aereo prima di schiantarsi in mare. Morirono tutte le 269 persone a bordo, 240 passeggeri e 29 membri dell’equipaggio.

Quello che avrebbe potuto essere semplicemente un tragico incidente, nei giorni successivi divenne una crisi internazionale. Nel 1983 la tensione tra le superpotenze aveva raggiunto un livello che non si vedeva dalla crisi dei missili cubani del 1962 (alcuni storici chiamano questo periodo la “Seconda guerra fredda”). Secondo gli storici, buona parte della responsabilità fu del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, che dopo essere stato eletto nel 1980 aveva adottato una retorica molto dura nei confronti della Russia, oltre a promuovere un intenso riarmo del suo paese e azioni militari sempre più provocatorie, come quelle che avevanoi portato a sorvolare lo spazio aereo sovietico poco prima dell’incidente del KAL007. È probabile che Reagan e il suo entourage non avessero chiaro quanto la leadership sovietica prendesse alla lettera i suoi discorsi e quando guardasse con preoccupazione alle sue provocazioni.

Gli archivi aperti dopo la caduta dell’Unione Sovietica e le testimonianze dei protagonisti di quegli anni hanno rivelato che la leadership russa viveva in un clima di paranoia, ed era convinta che gli Stati Uniti avessero un piano per lanciare un attacco nucleare preventivo contro l’Unione Sovietica. Somme ingenti vennero spese in programmi di intelligence, come il famoso RYAN, che avrebbero dovuto rivelare in anticipo i segnali di un attacco preventivo. Molte delle fonti su cui si basava RYAN erano inutili, ma i continui allarmi e sospetti che procurava finirono col tenere i leader dell’URSS ancora più sul chi vive. L’abbattimento del volo KAL007 portò la loro agitazione quasi al punto di fargli scatenare una guerra.

Come ricorda Fisher, il giornalista del New York Times, l’estremo oriente era un luogo distante da Mosca, un po’ come lo sono le Hawaii da Washington. Nelle prime ore dopo l’incidente i leader russi avevano solo poche e frammentarie informazioni su quello che stava accadendo sopra i cieli dell’isola di Sakhalin. Allo stesso modo è facile immaginare che anche il presidente Donald Trump, che non sembra essere il più attento o stabile dei presidenti, avesse poche e frammentarie informazioni su cosa stesse accadendo alle Hawaii sabato scorso.

Nell’atmosfera paranoica del 1983, i leader sovietici pensarono che l’incidente del KAL007 fosse tutta una macchinazione statunitense per avere una scusa con cui lanciare un attacco preventivo contro l’Unione Sovietica. Gli americani capirono che i russi erano nervosi e iniziarono a pensare che l’abbattimento del volo potesse essere un segnale che erano loro, invece, quelli che si preparavano a un attacco preventivo. Il clima tra Stati Uniti e Corea del Nord ricorda molto quello del 1983. È probabile che i leader nordcoreani si aspettino un attacco da un momento all’altro, ma di fronte a un comportamento insolito dei loro avversari è facile che anche gli americani si convincano che la Corea del Nord ha intenzione di attaccare.

In questo contesto anche un errore come quello di sabato alle Hawaii può fare danni molto grossi. Come scrive Fisher, quando ci sono di mezzo missili balistici con testate nucleari, il tempo per prendere una decisione – una volta che una delle due parti ha deciso di colpire – si misura letteralmente in una manciata di minuti. Da allora la situazione non è cambiata: un missile nordcoreano impiegherebbe circa mezz’ora per arrivare sulle Hawaii o sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Rilevare gli indizi che anticipano un lancio può aggiungere forse un’ora di tempo a questo conteggio. Significa che in 90 minuti le informazioni su un possibile attacco andrebbero elaborate, valutate e consegnate al presidente Trump, ovunque si trovi in quel momento. Trump avrebbe poco tempo per ordinare una rappresaglia nucleare. Questo ragionamento vale ancora di più con la Corea del Nord. Cosa sarebbe accaduto se il leader nordcoreano Kim Jong-un avesse interpretato l’allarme diffuso alle Hawaii come un tentativo americano di giustificare un attacco preventivo contro il suo regime?

Se la leadership nordcoreana si convincesse di essere a un passo da un attacco statunitense che metterebbe fine al suo regime, con ogni probabilità cercherebbe di impedirlo lanciando a propria volta un attacco preventivo. Sabato scorso, come nel 1983, le persone dotate di sangue freddo hanno prevalso, impedendo di arrivare al punto di non ritorno. Ma quando ci sono di mezzo le armi nucleari è sufficiente commettere un solo errore perché le conseguenze siano sentite in tutto il resto del pianeta.

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