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  • venerdì 12 gennaio 2018

La Cina contro i cristiani, di nuovo

Il governo cinese ha fatto demolire una delle più grandi chiese evangeliche del paese, e non è la prima volta

Immagine tratta da un video che mostra la demolizione della megachiesa a Linfen (China Aid via AP)

Questa settimana in Cina è stata demolita con escavatrici e cariche esplosive una delle più grandi chiese evangeliche del paese, una “megachiesa” che accoglieva fino a 50mila cristiani. La chiesa si trovava nella città di Linfen, in provincia di Shanxi, a ovest di Pechino, ed era stata costruita grazie a circa 2 milioni e mezzo di euro raccolti tramite le donazioni dei fedeli. Non è la prima volta che in Cina si verifica un episodio del genere. Sotto la presidenza del potente Xi Jinping, il governo cinese ha avviato negli ultimi anni un’intensa campagna contro i cristiani, distruggendo chiese e campanili e rimuovendo molti simboli religiosi da qualsiasi tipo di edificio: il Partito comunista cinese vede infatti il cristianesimo come parte della filosofia occidentale, e come una minaccia alla sua autorità.

In passato la comunità di cristiani della chiesa demolita a Linfen aveva avuto diversi scontri con il governo locale: per esempio nel 2009 centinaia di poliziotti e semplici civili avevano assaltato l’edificio, sequestrato le Bibbie e arrestato i suoi leader, che erano stati poi condannati per occupazione illegale della terra e disturbo dell’ordine pubblico. Di storie simili, comunque, si era parlato anche in anni più recenti. Nell’aprile del 2014, per esempio, la comunità cristiana di Wenzhou, nella Cina sudorientale, assistette alla distruzione della chiesa di Sanjiang, la cui costruzione era stata completata solo nel 2013 dopo dodici anni di lavori. I funzionari locali dissero che la demolizione era stata decisa perché la chiesa violava le regole stabilite nel piano urbanistico cittadino, ma per la numerosa comunità cristiana locale era stato un atto di persecuzione del governo cinese.

Si stima che in Cina ci siano 60 milioni di cristiani, molti dei quali si riuniscono in congregazioni indipendenti come quella della megachiesa distrutta a Linfen. In teoria la Costituzione cinese riconosce la libertà religiosa di tutti i cittadini, ma nella pratica le cose vanno diversamente. Per colpire le comunità cristiane locali, le autorità accusano spesso i loro leader di cose che non c’entrano nulla con la religione, per esempio di reati legati allo sfruttamento della terra o all’ordine pubblico.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, durante il periodo chiamato “rivoluzione culturale”, in Cina la pratica della religione cristiana e di tutte le altre religioni era effettivamente vietata. Leader religiosi, missionari e semplici praticanti venivano perseguitati, multati e a volte torturati ed uccisi. A partire dalla metà degli anni Novanta, la posizione del Partito Comunista si ammorbidì, le persecuzioni si attenuarono così come gli attacchi e le demolizioni delle chiese. In questi ultimi anni, però, il Partito comunista ha ricominciato a guardare con diffidenza il cristianesimo, che è stato percepito sempre di più come una minaccia alla tendenza centralizzatrice del potere del Partito comunista.

Tra i funzionari cinesi c’è oggi una certa ansia che alcune religioni cristiane possano ricevere sostegno finanziario o essere influenzate dall’estero. Il protestantesimo è anche legato al dibattito nazionale sui “valori universali”: alcuni protestanti cinesi sostengono per esempio che libertà come quella di espressione siano date da Dio, e quindi non possano essere tolte dallo Stato. Molti di loro hanno finito per lavorare come avvocati in diversi casi importanti riguardanti la difesa dei diritti umani.

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