Cosa si dice del manifesto firmato da Catherine Deneuve su uomini, donne e molestie

Una critica al movimento #MeToo che ha suscitato molte reazioni, anche in Italia

Due giorni fa su Le Monde è stata pubblicata una lettera firmata da un centinaio di artiste e accademiche francesi, fra cui la celebre attrice Catherine Deneuve, e molto critica con il movimento #MeToo contro le violenze e le discriminazioni sulle donne. Il succo della lettera è che le persone che hanno appoggiato #MeToo siano diventate troppo intransigenti e «puritane» nei confronti della relazione sentimentale e sessuale fra uomo e donna, e che le accuse di questi mesi nei confronti dei presunti molestatori abbiano creato un clima ostile agli uomini. La lettera ha provocato comprensibilmente moltissime reazioni e critiche.

La lettera è intitolata «Difendiamo la libertà di infastidire, indispensabile alla libertà sessuale» e contiene frasi molto forti già nei primi paragrafi, in cui si dice che il movimento #MeToo «ha avviato sulla stampa e sui social network una campagna di delazioni e accuse pubbliche a uomini a cui non è stata lasciata la possibilità di rispondere o difendersi, e che sono stati messi sullo stesso piano di aggressori sessuali». Il testo prosegue accusando le donne che hanno denunciato gli abusi di avere criminalizzato «l’aver toccato un ginocchio, o il tentativo di un bacio», e insiste sul fatto che durante il corteggiamento esiste un’area grigia che non si può tagliare con l’accetta, di qua la molestia e di là l’approccio innocente: «di questo passo avremo un’app sullo smartphone che due adulti che vorranno andare a letto insieme useranno per spuntare esattamente quali atti sessuali accettano di fare e quali no». La traduzione integrale della lettera si può leggere qui.

Anche i giornali italiani hanno discusso molto i contenuti della lettera, con toni diversi. I più benevoli in Italia sono stati il Foglio – molto scettico col movimento #MeToo sin dall’inizio – e Michele Serra, che nella sua rubrica quotidiana su Repubblica spiega che le firmatarie «mettono a fuoco i rischi di puritanesimo, caccia alle streghe, dagli all’untore, sessuofobia che la campagna si porta dietro».

Affidandoci al buon senso, e sapendo quanto sia insidioso avventurarsi in un campo minato, avevamo già detto, in parecchi e anche parecchie, che un conto è la violenza sessuale o la molestia manesca, specie se aggravate da abuso di potere; un conto la comunicazione maldestra del proprio eros (dicevano le vecchie zie, liquidatorie, a proposito di svariati atteggiamenti umani: “quello lì è solo un gran maleducato”).
Ora ci è di conforto quanto dicono diverse signore francesi, la più nota delle quali è Deneuve, a parziale correzione della nota e meritevole campagna americana # MeToo. Parziale perché riconoscono, le francesi, essere un gran bene che di queste cose si parli, per l’annosa questione del dare voce a chi non ne ha; e però mettono a fuoco i rischi di puritanesimo, caccia alle streghe, dagli all’untore, sessuofobia che la campagna si porta dietro.

Natalia Aspesi, intervistata dal Foglio, ha difeso la lettera sostenendo da una parte che le molestie sono «invenzioni», e dall’altra che i comportamenti molesti sono «difetti maschili», quindi inevitabilmente connaturati all’identità degli uomini: «La molestia è un’invenzione. Da ragazzina vedevo signori nascosti nei portoni che tiravano fuori l’uccello: era una roba di cui non importava nulla, era un difetto maschile dal quale bisognava difendersi. La Deneuve appartiene a una generazione che, come la mia, ha imparato a difendersi dalla violenza».

Le critiche alla lettera sono state molto più visibili; in Francia, per esempio, un altro centinaio di femministe ha risposto punto per punto ai principali argomenti della lettera in un articolo scritto per France Info. Le critiche, qui e altrove, sembrano concentrarsi sul fatto che Deneuve e le altre firmatarie mettano nella stessa categoria un’amplissima serie di gesti, dalla molestia all’avance più innocente, finendo per far confusione e banalizzare il punto vero della questione, dal caso Weinstein in poi, che non sono i corteggiamenti goffi ma stupri, molestie e abusi di potere. Nella lettera, infatti, non c’è traccia di un elemento ricorrente nei casi di questi mesi: l’asimmetria di potere fra l’uomo che compie le molestie e la donna che le subisce, che quasi sempre si trova in una posizione di inferiorità.

Come ha fatto notare Anais Ginori su Repubblica, «una cassiera di supermercato non sarà forse mai così serena come la scrittrice libertina Catherine Millet, altra firmataria dell’appello, davanti alle drague maladroite, il corteggiamento maldestro del suo capo reparto». Altri ci sono andati giù in maniera più pesante: Asia Argento, una delle principali accusatrici del produttore americano Harvey Weinstein, ha scritto su Twitter che Deneuve e le altre firmatarie «hanno mostrato al mondo come interiorizzare la misoginia le abbia lobotomizzate».

Sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista ha individuato una posizione intermedia e ha messo un po’ di punti fermi. Il primo è che «la violenza sessuale è riconoscibile, netta, chiara», quando si parla di stupri, e che chi «cerca di apparire bella, desiderabile, seducente, attraente, esercita semplicemente un diritto inalienabile nelle società moderne. Chi sostiene il contrario e nega questo diritto è un imbecille». Il secondo affronta la cosiddetta «zona grigia», e dice che «noi maschi ce la cantiamo, perché lo sappiamo benissimo, lo sappiamo per intuito, sensazione, esperienza, dove sta il confine. E il confine è il consenso».

Si capisce anche che noi maschi facciamo finta di non capire quando il no è no. E se insistiamo, non è perché siamo presi da impulsi sessuali veementi e incontrollabili, ma semplicemente perché mal sopportiamo l’umiliazione del rifiuto. «Ma come, osa resistere al mio fascino?», «Dice no ma in realtà è un sì» e via consolandoci con questa rappresentazione grottesca e auto-millantatrice, se così si può dire, di noi stessi. Questo capitolo si può tenere fuori dalla discussione? La zona grigia può restare grigia, ma il punto del consenso è quello fondamentale. Spingersi oltre, forzando la resistenza altrui, non è un eccitante gioco di ruolo, è una carognata. Tanto lo sappiamo dove si situa quell’«oltre».

Il terzo punto, scrive Battista, è l’abuso di potere.

«Il ricatto per cui o ti adegui alle mie condizioni oppure perdi il lavoro è una roba che noi maschi dovremmo considerare con aperta ripugnanza. Si è sempre fatto? Basta, non si fa più. Il produttore o il regista che scarta la giovane attrice perché non ha ceduto fa schifo, punto. O il luminare medico che fa cacciare la giovane infermiera precaria. O il super capoufficio che estorce un disgustato sì alla sua segretaria. O il direttore di un supermercato con la cassiera con contratto a tempo determinato. Ci sono momenti della storia in cui quello che appariva normale un minuto prima, un minuto dopo appare come una porcheria. Il momento attuale è uno di questi e non credo che ne venga messa a rischio la nostra virilità o la libertà sessuale di tutte e di tutti. Fare i minimizzatori su questo punto è sbagliato.

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