Sembra che la Cina voglia sganciarsi un po’ dai bitcoin

Circolano documenti che pianificano una riduzione delle operazioni locali di “estrazione”, per ragioni energetiche ma non solo

Un tecnico in un centro di estrazione di Bitcoin nel Sichuan.(EPA/LIU XINGZHE/CHINAFILE )

Secondo alcuni documenti diffusi online e descritti come ufficiali, e in parte confermati da importanti testate internazionali, la Cina vorrebbe ridurre le attività di estrazione di bitcoin sul suo territorio, una strategia che potrebbe avere conseguenze rilevanti nel settore e nel valore della criptovaluta sul mercato.

L’estrazione di bitcoin è quel procedimento con il quale gli utenti di Bitcoin contribuiscono con i propri computer alla potenza di calcolo necessaria per verificare e approvare le transazioni della criptovaluta. Agli utenti che contribuiscono a questo processo, che mantiene Bitcoin attivo e sicuro, vengono distribuiti un certo numero di bitcoin. Se all’inizio per estrarre bitcoin bastavano normali computer domestici, le enormi dimensioni raggiunte dal sistema hanno reso l’estrazione un’attività industriale, svolta da società specializzate in grandi capannoni pieni di computer e ventole di aerazione. Questi centri consumano enormi quantità di energia: in totale i processi di estrazione consumano annualmente più di interi stati di piccole dimensioni, tipo l’Irlanda, e circa lo 0,8 per cento di quella consumata negli Stati Uniti.

La maggior parte di questi capannoni è in Cina, che contribuisce secondo le stime a più dei due terzi della potenza totale di calcolo necessaria a mandare avanti Bitcoin. Ma la Cina sembra ora avere intenzione di ridurre forzatamente l’attività delle società di estrazione di bitcoin sul suo territorio. Elly Zhang, dirigente della società di software per criptovalute Blockchain, ha diffuso su Twitter un documento del Gruppo per la Prevenzione dei Rischi Economici di Internet, un ente nazionale cinese che si occupa delle regolamentazioni economiche di internet, che invita le amministrazioni locali a «guidare» le società di estrazione di bitcoin verso «un’uscita controllata» dal settore.

Prima della diffusione del documento, una fonte di Reuters aveva detto che la Banca Centrale Cinese aveva parlato della necessità di limitare l’attività di estrazione in un incontro a porte chiuse con il Gruppo per la Prevenzione dei Rischi Economici di Internet, che è stato confermato anche da Bloomberg. Il documento ufficiale dice che l’estrazione ha causato «un enorme dispendio di risorse e un aumento della speculazione», e suggerisce alle amministrazioni locali di applicare le limitazioni con norme legate al consumo di elettricità, all’occupazione del suolo, alle tassazioni e alla tutela dell’ambiente. Un altro documento ufficiale, la cui autenticità è stata confermata da Quartz, prescrive alle amministrazioni locali delle regioni occidentali della Cina di preparare un rapporto mensile sullo stato della riduzione delle attività di estrazione.

Secondo Bloomberg, le autorità cinesi sono preoccupate perché le società di estrazione di bitcoin hanno tratto vantaggio dai prezzi vantaggiosi dell’elettricità in alcune aree del paese, ma hanno finito con il danneggiare la rete locale di distribuzione. La decisione di ridurre le attività di estrazione sembra avere principalmente ragioni di ottimizzazione dell’energia elettrica a livello nazionale, e di miglioramento della distribuzione nelle aree meno servite. Ma secondo Quartz l’intenzione è anche quella più generale di porre un limite al settore delle criptovalute, che si porta dietro grandi rischi per i piccoli investitori, che in Cina sono moltissimi.

Non sarebbe la prima volta che la Cina adotta delle misure drastiche per limitare il settore delle criptovalute. Lo scorso settembre vietò le ICO, cioè le operazioni con cui le nuove criptovalute si finanziano vendendo proprie unità in cambio di altre criptovalute, principalmente bitcoin ed ethereum, fuori da qualsiasi regolamentazione e potenzialmente pericolose per la stabilità dei mercati, oltre che contro gli interessi di banche e fondi investimenti. Poco dopo, la Cina vietò del tutto gli scambi di criptovalute ai suoi cittadini sulle piattaforme cinesi, costringendo gli operatori a spostarsi all’estero.

Lo stesso stanno già facendo alcune società che si occupano di estrazione di bitcoin, secondo Bloomberg: Bitmain, una delle più importanti, ha aperto uffici a Singapore e centri di estrazione negli Stati Uniti e in Canada, dove ne inaugurerà uno anche BTC.Top. ViaBTC invece ha scelto Stati Uniti e Islanda. C’è anche però chi ha dei dubbi sulle reali dimensioni dell’operazione del governo cinese, perché i centri di estrazione, pur destabilizzando talvolta la rete elettrica, pagano moltissimo in bollette e in tasse. C’è poi chi fa notare la difficoltà che avrebbero le autorità a localizzare i moltissimi piccoli centri di estrazione di natura “domestica”, diffusi soprattutto nelle aree montuose del Sichuan e dello Yunnan.

Se davvero le attività di estrazione in Cina dovessero diminuire, senza essere compensate subito da quelle nel resto del mondo, rallenterebbe il processo di distribuzione di nuova valuta, con la conseguenza che il valore dei bitcoin potrebbe aumentare di nuovo, dopo il picco raggiunto a dicembre. Sembra invece più remota la possibilità che il sistema Bitcoin subisca rallentamenti significativi nelle transazioni.

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