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  • giovedì 4 gennaio 2018

Il libro che sta agitando la politica americana

È quello che ha causato la lite fra Steve Bannon e Donald Trump: contiene un sacco di storie enormi ma l'ha scritto un giornalista piuttosto controverso

È probabile che le ultime notizie di politica americana che vi sia capitato di leggere provengano tutte dallo stesso libro, che sta molto agitando giornalisti, funzionari e politici: si intitola Fire and Fury: Inside the Trump White House, è stato scritto dal giornalista Michael Wolff e uscirà il 9 gennaio. Ieri però ne sono uscite due anticipazioni: una sul Guardian e l’altra, più lunga, sul New York Magazine. Entrambe contengono materiale che è stato definito «esplosivo»: la prima in particolare ha già causato un litigio pubblico fra il presidente Donald Trump e il suo ex stratega Steve Bannon, la seconda contiene una montagna di aneddoti da cui Trump e i suoi collaboratori escono molto male. I giornalisti americani stanno sfogliando il libro in cerca di spunti e notizie, ma molti stanno anche consigliando di prendere con le molle quello che scrive Wolff, dato che in passato ha dimostrato di non essere completamente affidabile.

Nell’anticipazione pubblicata dal Guardian, Steve Bannon descrive come “sovversivo” e “antipatriottico” un discusso incontro tra i collaboratori e familiari di Trump e un’avvocata russa per ottenere informazioni compromettenti su Hillary Clinton, scoperto questa estate dal New York Times. Bannon critica molto la famiglia di Trump – era già noto che avesse un rapporto di dura rivalità con Ivanka Trump e Jared Kushner – e si dice peraltro sicuro che gli emissari del governo russo abbiano incontrato Trump, cosa che lui ha sempre smentito.

In seguito all’anticipazione, Trump ha pubblicato un durissimo comunicato in cui accusa Bannon di aver «perso la testa», di avere esagerato la sua influenza alla Casa Bianca e di aver fatto perdere ai Repubblicani l’elezione speciale in Alabama (nella quale però anche Trump appoggiava il giudice ultraconservatore Roy Moore). Gli avvocati di Trump hanno anche mandato a Bannon una diffida dal violare un accordo che i due hanno firmato nel 2016, in base al quale Bannon non può rivelare informazioni confidenziali o denigratorie su Trump e i suoi familiari.

Ma l’anticipazione a cui i giornalisti stanno dedicando più attenzioni è quella pubblicata sul New York Magazine, che contiene una selezione di paragrafi contenuti nel libro. Uno dei passaggi più eclatanti racconta che Trump stesso e i suoi collaboratori, fino all’ultimo giorno di campagna elettorale, erano convinti e tutto sommato contenti di perdere, perché la sconfitta avrebbe dato loro nuove grandi opportunità di carriera senza caricarli del peso della presidenza.

Trump non si era limitato a ignorare i potenziali conflitti di interessi delle sue aziende e delle sue proprietà [con il mandato da presidente], si era anche rifiutato di rilasciare la sua dichiarazione dei redditi. Perché avrebbe dovuto farlo? Una volta perse le elezioni, sarebbe diventato incredibilmente famoso, e considerato un martire nella crociata contro Hillary la Corrotta. Anche sua figlia Ivanka e suo genero Jared sarebbero diventate delle celebrità. Steven Bannon avrebbe assunto il ruolo di nuovo leader del Tea Party, Kellyanne Conway quello di commentatrice di punta delle tv via cavo. Melania Trump, a cui suo marito aveva assicurato che non sarebbe diventato presidente, avrebbe potuto tornare alla sua vita poco appariscente. La sconfitta sarebbe andata a genio a tutti. La sconfitta era una vittoria.

Poco dopo le 20 del giorno delle elezioni, quando la tendenza sembrava diventata più solida – Trump poteva vincere davvero – Trump era sbiancato come se avesse visto un fantasma, racconterà più avanti Donald Trump Junior a un amico. Melania stava piangendo: e non erano lacrime di gioia.

L’estratto del New York Magazine contiene altri paragrafi notevoli: come quello in cui l’allora vicecapo dello staff della Casa Bianca, Katie Walsh, paragona Trump a «un bambino», e in generale si racconta di come Trump sia incapace di concentrarsi a lungo o elaborare concetti complessi; o quello in cui il noto magnate australiano Rupert Murdoch consiglia a Trump di ignorare le richieste degli imprenditori della Silicon Valley, e poi dopo aver chiuso una telefonata gli dà del «cazzo di idiota» per non averlo ascoltato; o ancora quello in cui Jared Kushner, a un mese e mezzo dall’insediamento di Trump, realizza di non sapere quali siano le priorità della nuova amministrazione. Stanno circolando altri pezzi del libro, diffusi da giornalisti che l’hanno ricevuto in anteprima: Katy Tur di NBC News, per esempio, ne ha pubblicato uno in cui si racconta che Trump avrebbe l’abitudine di cercare relazioni sessuali con le mogli dei suoi amici, che attira a sé con un metodo particolarmente meschino.

Il problema è che l’autore del libro, Michael Wolff, non è considerato una fonte affidabilissima. Ha iniziato da giornalista al New York Times Magazine, poi ha cercato di fare successo con una società editrice di tecnologia, infine è tornato al giornalismo ma con un ruolo diverso, da critico dei media al New York Magazine. In questa veste Wolff è diventato molto apprezzato per la sua scrittura elegante e coinvolgente, riuscendo a vincere per due volte il prestigioso National Magazine Award.

Al contempo Wolff ha pubblicato libri-inchieste di successo ma anche piuttosto controversi: in Burn Rate, un racconto autobiografico della bolla delle società di tecnologia degli anni Novanta, Wolff incluse lunghi dialoghi – che si trovano anche nel nuovo libro su Trump – difficili da prendere per buoni, visto che come ammesso da lui stesso era solito prendere solo degli appunti su carta. In un profilo che New Republic scrisse su di lui nel 2004, pubblicato quando Wolff era passato a Vanity Fair, si legge che «le scene che si trovano nei suoi articoli non sono tanto ricreate quanto create; sgorgano dall’immaginazione di Wolff piuttosto che da una conoscenza diretta degli eventi. Persino lui sa che il giornalismo tradizionale non fa per lui. Piuttosto, assorbe l’atmosfera e i pettegolezzi che coglie alle feste, per strada, e durante i lunghi pranzi in certi ristoranti».

Wolff, insomma, non è noto per la sua affidabilità, e qualcuno dice di aver già trovato cose false nel suo nuovo libro su Trump, tra altre vere o verosimili o coerenti con le altre già raccontate in questi mesi. Maggie Haberman, una delle più rispettate corrispondenti alla Casa Bianca, ha scritto su Twitter di aver letto tutto il libro e di aver trovato «molte cose vere e molte altre che non lo sono».

Katie Walsh, ex vicecapo di gabinetto alla Casa Bianca, ha detto a Jonathan Swan di Axios di non aver mai paragonato Trump a un bambino.

È certo però che Wolff abbia intervistato decine e forse centinaia di funzionari, giornalisti e politici che hanno avuto a che fare con Trump, che frequenti da tempo gli stessi ambienti di Trump e infine che abbia passato diversi giorni all’interno della Casa Bianca a raccogliere materiale. Sembra anche che stavolta abbia preso delle precauzioni per non essere accusato di avere inventato storie o virgolettati: stando a una fonte di Axios – che potrebbe essere Wolff stesso – avrebbe registrato molte delle conversazioni che sono poi finite nel libro, fra cui anche quelle con Steve Bannon (che finora non ha smentito nessuna dichiarazione che Wolff gli attribuisce nel libro). Una cena tra alti dirigenti Repubblicani di cui racconta i dialoghi, poi, sarebbe stata organizzata dallo stesso Wolff.

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