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  • mercoledì 3 gennaio 2018

Il ritorno di Mitt Romney

Si attende l'annuncio di una sua candidatura al Senato, dove potrebbe diventare uno dei leader dell'opposizione interna a Trump

(Drew Angerer/Getty Images)

Ieri sera Orrin G. Hatch, il più longevo senatore Repubblicano in carica, ha annunciato che non si ricandiderà per un ottavo mandato alle elezioni del 2018. Hatch ha 83 anni e ha appena ottenuto uno dei risultati più rilevanti della sua carriera: da capo della commissione Finanze del Senato ha contribuito a scrivere la grande riforma fiscale approvata a inizio dicembre, promessa da anni dal partito. Per i giornalisti politici l’annuncio di Hatch significa una sola cosa: nel prossimo Senato quasi sicuramente ci sarà anche Mitt Romney, ex candidato dei Repubblicani alla presidenza ma soprattutto grande oppositore di Trump sin dai primi mesi della sua candidatura, nel 2015.

Hatch è uno dei due senatori eletti nello Utah, uno stato centrale prevalentemente desertico dove il partito Repubblicano è molto popolare e dove c’è la maggior concentrazione di mormoni, dei parenti un po’ bizzarri delle chiese cristiane. Ma lo Utah è anche lo stato dove si è trasferito Mitt Romney dopo essere stato sconfitto da Barack Obama alle presidenziali del 2012. Romney insomma le ha tutte: è Repubblicano, vive nello Utah, e soprattutto da qualche tempo stava cercando di avere un ruolo più attivo in politica. Romney è anche mormone – lo Utah ha la più alta percentuale di mormoni negli Stati Uniti – ed è molto apprezzato nello stato da quando guidò il comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City.

Secondo il New York Times era stato lo stesso Romney a dire ad alcuni amici che in caso di ritiro di Hatch si sarebbe probabilmente candidato per il suo seggio. L’annuncio dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, ma è dato così per scontato che circolano già i nomi dei suoi collaboratori che faranno parte del comitato elettorale.

In molti si stanno chiedendo quali conseguenze potrebbe avere un eventuale ritorno di Romney alla politica nazionale. È difficile pensare che stia valutando una terza candidatura a presidente: nel 2020 avrà 73 anni, più o meno l’età di Bernie Sanders quando si candidò alle primarie Democratiche del 2015. Più probabilmente Romney potrebbe cercare di guidare l’opposizione a Trump all’interno del partito, visto che ancora non ha trovato un leader: John McCain, il senatore Repubblicano che ha più osteggiato Trump nei primi mesi della sua amministrazione, ha 81 anni ed è gravemente malato.

Romney sarebbe uno dei pochi ad avere la credibilità per farlo, visto che rappresenta tutto quello che Trump non è: moderato, competente, disposto al compromesso e molto religioso, come i leader Repubblicani di una volta. Nonostante nel 2012 ottenne un endorsement proprio da Trump, già nei primi mesi delle ultime primarie Repubblicane fu uno dei primi leader del partito a criticarlo apertamente: a marzo del 2016 lo definì «un imbroglione, una sòla» in un comizio all’università dello Utah, e nelle settimane precedenti alle elezioni disse di stare considerando di votare per Gary Johnson, il candidato del Partito Libertario.

Subito dopo la vittoria di Trump, Romney venne brevemente considerato per la carica di segretario di Stato – girò moltissimo una foto di Trump e Romney a cena, in cui Trump aveva un’espressione diabolica, come se lo stesse trollando – ma nei mesi successivi Romney ha ripreso a criticarlo in pubblico.

Dopo le proteste dei suprematisti bianchi di Charlottesville, difesi apertamente da Trump, Romney lo accusò di «aver fatto esultare i razzisti, piangere le minoranze e preoccupare il cuore dell’America». Trump e Romney si sono trovati di nuovo dalla parte opposta in occasione dell’elezione speciale in Alabama; Trump ha sostenuto il giudice ultraconservatore Roy Moore, accusato da diverse donne di averle molestate quando erano minorenni, mentre Romney fece sapere che l’elezione di Moore sarebbe stata «una macchia per il partito e per il paese».

Trump ricambia il giudizio che Romney ha su di lui, nonostante ultimamente i due si siano sentiti al telefono per parlare dello Utah: durante la campagna elettorale lo ha accusato di essersi fatto “soffocare” da Obama – ne ha persino fatto una imitazione – e per mesi ha cercato di convincere Hatch a ricandidarsi, probabilmente per evitare di ritrovarsi Romney in Senato.

 

Forse è ancora presto per ipotizzare esattamente il ruolo che Mitt Romney potrebbe ritagliarsi una volta eletto, visto che deve ancora annunciare la sua candidatura e che deve ancora essere eletto. Sembra però che se si candidasse davvero, come sembra, vincerebbe piuttosto facilmente: secondo un sondaggio realizzato a dicembre, nello Utah Romney ha un tasso di approvazione vicino al 70 per cento, mentre Trump nel 2016 ha vinto le presidenziali con un margine molto basso per un candidato Repubblicano. Oggi i Repubblicani hanno un solo seggio di maggioranza al Senato, 51 contro i 49 dei Democratici.

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