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  • mercoledì 3 gennaio 2018

Ma esiste, poi, il “pulsante nucleare”?

Trump si è vantato di averne uno «più grande» di quello di Kim Jong-un, ma in realtà non esiste: qual è la procedura per un attacco nucleare

(AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, File)

Dopo aver visto un video in cui il dittatore nordcoreano Kim Jong-un si vantava di avere un pulsante nucleare sulla propria scrivania, il presidente statunitense Donald Trump ha scritto su Twitter di possederne uno «più grande» e «più potente». Non è vero, come molte delle cose che dice Trump: un pulsante del genere non esiste – la procedura per avviare un attacco nucleare è molto più complessa – e l’unico pulsante che Trump ha sulla scrivania di cui abbiamo conoscenza serve a ordinare una Coca Cola.

Non sappiamo se la procedura che permetterebbe a Kim Jong-un di ordinare un attacco nucleare sia così semplice, ma quella in vigore negli Stati Uniti non prevede un pulsante.

Secondo quello che si sa, in ogni posto che visita al di fuori della Casa Bianca il presidente statunitense è accompagnato da un funzionario che ha il compito di portare una valigetta – chiamata anche nuclear football – che contiene il black book, cioè una lista di obiettivi pronta all’uso per un eventuale attacco nucleare, e in qualche caso i codici veri e propri, che sono scritti su una carta di plastica grande più o meno come una carta di credito (chiamata anche “il biscotto”).

Il “biscotto” contiene un codice che il presidente deve comunicare in caso di attacco: prima allo Stato maggiore riunito, cioè all’organo che comprende i capi di ciascuna delle forze armate, poi al comando operativo del Dipartimento della Difesa, quindi al Comando Strategico (USSTRATCOM), cioè il centro che materialmente sovrintende l’arsenale nucleare.

La procedura per avviare un attacco nucleare è comunque piuttosto immediata: non durerebbe pochi secondi, come se ci fosse un bottone, ma solamente qualche minuto. Se una mattina Trump si svegliasse con l’idea di colpire tutti gli obiettivi nordcoreani indicati dall’intelligence e desse materialmente l’ordine, nessuno avrebbe l’autorità per fermarlo. Al massimo qualche funzionario potrebbe rifiutarsi di eseguire gli ordini: in quel caso però compirebbe un reato di tradimento, e il presidente potrebbe licenziarlo e passare l’ordine al suo vice. Tempo fa il Washington Post aveva spiegato che il rifiuto di vari funzionari di eseguire un ordine del genere rallenterebbe certamente l’esecuzione dell’ordine, ma non la impedirebbe.

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