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  • lunedì 1 gennaio 2018

La Cina vuole imparare a giocare a hockey, da zero

E si sta facendo aiutare dalla Russia: per arrivare preparata alle Olimpiadi di Pechino 2022 con una nazionale che non faccia figuracce

(Kevin Frayer/Getty Images)

Il paese che ospita le Olimpiadi invernali ha un posto riservato in ogni torneo di squadra. La Cina, che ospiterà le Olimpiadi del 2022, è una superpotenza sportiva e non avrà problemi a presentare atleti competitivi in ogni disciplina, tranne una: l’hockey su ghiaccio, forse lo sport di squadra più seguito fra quelli presenti alle Olimpiadi invernali. Al momento la nazionale cinese maschile è 37esima su 48 nel ranking mondiale, e il movimento nazionale dell’hockey è praticamente inesistente. Da un paio d’anni però si sta muovendo qualcosa: lo hanno raccontato Charles Clover e Max Seddon sul Financial Times.

Fino a poco tempo fa, la Cina rischiava davvero di fare una figuraccia, presentandosi con una nazionale semi-amatoriale per uno sport che altrove – soprattutto in Nord America e Scandinavia – è praticato da decine di migliaia di professionisti. Il problema principale è che l’hockey non è molto popolare in Cina: ad oggi lo praticano a livello amatoriale solo un migliaio di adulti, e non esiste una vera e propria tradizione sportiva. Come in molti altri campi, il governo ha però deciso di intervenire con un piano specifico: da qui al 2022 verranno costruiti 500 nuovi impianti di pattinaggio sul ghiaccio, mentre diverse scuole stanno introducendo nei propri curriculum gli sport invernali e organizzando gite per assistere a partite di hockey.

Ma il tentativo di rendere l’hockey uno sport popolare ruota soprattutto intorno alla squadra di club della Kunlun Stella Rossa di Shanghai, creata con l’appoggio della Russia, uno dei paesi storicamente più forti nell’hockey. Nel giugno del 2016 il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping si accordarono per uno scambio di cui avrebbero beneficiato entrambi: i Kunlun avrebbero giocato nella Serie A russa e sarebbero stati allenati da un russo, nella speranza di attirare giocatori di fama mondiale, far crescere i talenti cinesi e ampliare la popolarità dello sport in Cina. In cambio, la Russia avrebbe rafforzato i propri legami con uno dei suoi stretti alleati, soprattutto in funzione antiamericana. Come per cementare questo scambio, il presidente della Serie A russa di hockey Gennady Timchenko – vecchio amico di Putin, da tre anni oggetto di sanzioni americane – ha persino comprato una quota dei Kunlun.

Se l’hockey diventasse popolare anche in Cina sarebbe un’ottima opportunità di crescita per il movimento, che conta circa un milione di sportivi in tutto il mondo. Il problema è che non tutti sono convinti che l’hockey possa sfondare da quelle parti. Zhao Xiaoyu, un ex banchiere cinese che è stato nominato presidente dei Kunlun, sostiene che uno sport “maschio” come l’hockey possa far bene a una generazione di bambini che tende ad essere viziata dai genitori, anche per via della cosiddetta politica del “figlio unico” in vigore fino a qualche anno fa. Altri invece fanno notare che di solito i cinesi non apprezzano gli sport violenti e dove è incentivato il contatto fisico, e che le famiglie della classe media a uno sport di squadra potrebbero preferire uno individuale, in cui il bambino riceve tutte le attenzioni del suo allenatore.

Anche il piano di usare i Kunlun per aumentare la popolarità dello sport e far crescere i talenti cinesi non sta funzionando alla grande. Dopo un buon inizio sotto l’allenatore russo Vladimir Yurzinov, che si è ritirato a marzo di quest’anno, la squadra ha ottenuto una serie di cattivi risultati sotto “Iron” Mike Keenan, una leggenda dell’hockey americano. Keenan è stato licenziato qualche settimana fa, e al momento i Kunlun sono undicesimi nel girone est del campionato, a 18 punti dalla zona playoff.

I Kunlun non stanno nemmeno riuscendo a fare da “serbatoio” per la nazionale cinese. La maggior parte dei giocatori viene da paesi stranieri come il Canada, la Svezia e la Russia, e solo uno di loro ha origini cinesi e parla correntemente il mandarino. I giocatori reclutati perché di origini cinesi con l’intento esplicito di integrarli nella nazionale, inoltre, non sembrano intenzionati ad abbandonare la loro nazionalità per ottenere quella cinese (la Cina non ammette la possibilità di avere la doppia nazionalità). Ai giochi asiatici invernali che si sono tenuti a febbraio a Sapporo, in Giappone, la nazionale cinese ha perso tre partite contro altrettante squadre mediocri – Corea del Sud, Giappone e Kazakistan – senza segnare neppure una rete.

Eppure, qualcuno intravede uno spiraglio. In una recente partita di campionato russo contro i Jokerit di Helsinki, una forte squadra finlandese, allo stadio Sanlin di Shanghai c’erano circa 2.500 spettatori, metà della capienza dello stadio. Alexei Ponikarovsky, un giocatore ucraino dei Kunlun, ricorda ancora quando nella prima partita casalinga della stagione scorsa vennero a vederli solo 200 spettatori: «sembrava un allenamento. Ora invece stiamo percependo dell’interesse vero. È un buon segno», ha raccontato al Financial Times.

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