L’ultima persona che parla il taushiro

Il New York Times ha raccontato la storia di Amadeo García García, l'unico rimasto a saper parlare una lingua amazzonica

Amadeo García García, l'ultimo madrelingua Taushiro (New York Times)

Amadeo García García, peruviano di 70 anni, è l’ultima persona sulla Terra a parlare fluentemente il taushiro, una lingua della foresta amazzonica che è praticamente scomparsa durante l’ultimo secolo. García García vive in un posto isolato del Perù e l’ultima conversazione in taushiro, ha raccontato un lungo articolo del New York Times, l’ha avuta nel 1999, prima della morte dell’ultimo dei suoi fratelli. García García ha anche cinque figli, che però per una serie di storie famigliari sono cresciuti a Porto Rico e non hanno mai avuto veramente la possibilità di imparare il taushiro.

Per evitare che la lingua taushiro vada completamente persa, quest’anno il ministero della Cultura peruviano ha deciso di raccogliere in un database 1.500 parole, 27 racconti e tre canzoni in taushiro e registrare la voce di García García mentre le recita.

La lingua taushiro è – o meglio, era – una delle numerosissime lingue che sono nate e poi si sono differenziate nella grande foresta amazzonica, dove la particolarità del territorio ha portato all’isolamento di diversi gruppi umani. È probabile che nel suo momento di massima diffusione fosse parlata da circa duemila persone. Alla nascita di Amadeo García García – a un certo punto degli anni Quaranta, ma la data non fu registrata ufficialmente – la tribù di cacciatori-raccoglitori che la parlava si era ridotta più o meno a un’unica famiglia, tanto che i suoi membri non avevano veri e propri nomi ma venivano chiamati semplicemente iya, cioè “padre”, iño, cioè “madre”, e ukuka e ukuñuka, cioè “sorella” e “fratello”.

La famiglia di García García ha continuato a vivere in modo tradizionale – andando a caccia con cerbottane, chiamate pucuna, e a pesca su piccole barche, le tenete – fino a quando una serie di malattie, come la malaria e la dengue, non ha provocato la morte di quasi tutti i suoi membri. Il suo stile di vita era tale che nella lingua taushiro non servivano più di quattro numerali: gli equivalenti di “uno”, “due”, “tre” e “molti”.

Fino all’infanzia di García García, la sua tribù era riuscita a mantenere il proprio isolamento, ma i cambiamenti del Novecento le impedirono di continuare a farlo. Prima fu ridotta in schiavitù da un raccoglitore di gomma che stuprò e uccise una delle sorelle di García García. Poi ricevette nomi spagnoli e il cognome García García da un secondo raccoglitore di gomma. Infine nel 1971 la tribù fu “scoperta” da un aereo (il primo che Amadeo García García vide in vita sua) di una compagnia petrolifera interessata a sfruttare le risorse nel sottosuolo della foresta peruviana: la presenza dei taushiro fu segnalata a un’organizzazione cristiana evangelica fondata negli anni Trenta per tradurre la Bibbia in tutte le lingue delle foreste dell’America Latina e così convertirne i parlanti al cristianesimo.

Il contatto con i missionari ebbe un effetto positivo sui taushiro, che in quel momento erano in grossa difficoltà a causa di un’epidemia per cui sette membri della tribù stavano per morire. Il missionario Daniel Velie gli diede della penicillina e quando la tribù si riprese creò un primo vocabolario di taushiro: conteneva 200 parole. Velie fu ringraziato dalla tribù e chiese di poter portare con sé Amadeo García García, che ne era il membro più giovane, per poter studiare la lingua taushiro con lui. Così nel 1972 García García volò su un areo per la prima volta e fu portato a Pucallpa, una città più a est rispetto ad Aucayacu, l’accampamento della tribù nella foresta. Lì conobbe Nectali Alicea, una giovane linguista portoricana che avrebbe voluto salvaguardare la lingua taushiro e invece in un certo senso ne ha determinato la scomparsa alcuni anni dopo.

Dopo aver imparato un po’ di taushiro da García García, Alicea visitò la sua tribù nella foresta, si mise a registrarne le voci e cominciò a scrivere una traduzione della Bibbia. Alla fine riuscì a convertire la tribù al cristianesimo. Anche García García era tornato nella foresta e con sé aveva portato una ragazzina di 12 anni, Margarita Machoa, che presentò ai suoi parenti come la sua futura moglie. Per aver portato Machoa con sé, García García fu denunciato dal padre della ragazzina – che apparteneva a un’altra tribù indigena – e arrestato. Alicea riuscì a farlo scagionare dicendo che la legge peruviana consentiva agli uomini indigeni di sposarsi secondo i propri costumi. García García e Machoa ebbero cinque figli – Margarita, David, Daniel, Jonathan e Amadeo – ma nel 1984 Machoa abbandonò la famiglia: nella foresta non era riuscita a integrarsi all’interno della tribù, di cui non parlava la lingua, e le gravidanze e la cura dei figli erano state troppo dure per una ragazza giovane come lei. Inoltre García García, che all’epoca aveva portato la famiglia a vivere in un villaggio in cui lavorava come muratore, era violento con lei.

García García lasciò definitivamente Aucayacu per andare a vivere vicino a Pucallpa, dove sperava di riuscire a prendersi cura dei suoi figli. Nel frattempo continuava a collaborare con Alicea per tradurre la Bibbia in taushiro. Ma vivendo nella città diventò alcolizzato e non riusciva davvero a occuparsi dei bambini: decise di affidarli a un orfanotrofio quando Margarita, la più grande dei suoi figli, che all’epoca aveva 9 anni, fu quasi rapita da una trafficante di bambini.

La sorte dei figli di García García cambiò quando nel 1989 un assistente sociale chiese ad Alicea di adottarli perché l’orfanotrofio era sovraffollato. Alicea che allora aveva 50 anni e stava per tornare a Porto Rico per occuparsi della madre malata accettò di farlo nonostante sapesse che in quel modo i bambini sarebbero cresciuti lontani dalla loro cultura d’origine e non avrebbero mai imparato il taushiro, dimenticando quel poco che sapevano. La scelta di Alicea è stata molto criticata da altri linguisti: Zachary O’Hagan, un dottorando dell’Università della California che ha partecipato a un progetto di ricerca coinvolgendo García García, ha detto al New York Times che la scelta di Alicea sarebbe stata considerata «eticamente sbagliata» nei circoli accademici. Ma l’ex lingusta missionaria resta convinta di ciò che fece perché già all’epoca pensava che García García non sarebbe riuscito a insegnare il taushiro ai suoi figli e allo stesso tempo non credeva che l’uomo sarebbe rimasto l’ultimo membro del suo popolo.

Nel 1990 Alicea adottò i cinque bambini, cambiò il loro cognome col suo e li portò a Porto Rico. Margarita e Amadeo, che all’epoca aveva 6 anni, si trovarono bene; gli altri tre fratelli meno, soprattutto David, che ricordava la vita nella foresta. Nel 1994 Jonathan e Daniel decisero di tornare a vivere con il padre, nella città di Intuto; David li seguì nel 1996. Per loro però fu difficile cambiare ambiente, anche perché lo spagnolo di García García è sempre rimasto un po’ stentato. I ragazzi avevano anche molti problemi a scuola e non riuscirono a imparare il taushiro. Negli anni successivi gli altri parenti morirono e loro andarono a vivere lontano dal padre, che così è rimasto l’unico a conoscere il taushiro.

La storia della lingua taushiro non è poco comune: nella sola foresta amazzonica del Perù sono scomparse 37 lingue nell’ultimo secolo. Ne restano 47, secondo le stime dei linguisti, e quasi la metà rischia di sparire a breve. Oggi García García vive da solo in una baracca a Intuto, una località isolata nella foresta, più a nord rispetto a dove si trovava Aucayacu. Ha un problema di abuso di alcol, ma continua a collaborare con il ministero della Cultura peruviano per salvare quello che resta del taushiro prima di morire – o prima di perdere la memoria della sua lingua, che da quasi vent’anni non parla con nessuno. Lo scorso febbraio, a Lima, ha ricevuto una medaglia per il suo contributo alla cultura peruviana e nella stessa occasione ha visto per la prima volta sua nipote, una bambina di 6 anni figlia di Daniel.

García García ha raccontato ai giornalisti del New York Times di interrogarsi sulla responsabilità della scomparsa della lingua e se l’estinzione del suo popolo importi o meno. Ha detto che a volte non gliene importa più ma intanto continua a sognare in taushiro.

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