10 cose grosse successe nel mondo nel 2017

Tra dieci anni, se volessimo raccontare com'è stato il mondo nel 2017, di cosa parleremmo?

Un bambino di etnia rohingya sul camion di una ONG locale, vicino al campo profughi di Balukali - Cox's Bazar, Bangladesh, 20 settembre 2017 (Kevin Frayer/Getty Images)

Scegliere le dieci cose più grosse e importanti successe nel 2017 nel mondo non è per niente facile; farlo senza trascurare nulla è praticamente impossibile. Per questo abbiamo pensato di usare un criterio non troppo sofisticato: tra dieci anni, se volessimo raccontare com’è stato il mondo nel 2017, di cosa parleremmo? Ci ricorderemmo probabilmente degli eventi improvvisi che hanno condizionato la storia di un paese, o di una comunità, oppure di eventi così grandi o violenti da avere avuto conseguenze su un intero pezzo di mondo.

Il 2017 è stato l’anno della sconfitta dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, della pulizia etnica dei rohingya in Myanmar, delle prime decisioni di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e della fine del regime di Robert Mugabe in Zimbabwe. Ma è stato anche l’anno del movimento #MeToo, con le tantissime donne che negli ultimi mesi hanno denunciato le molestie sessuali subite nella propria vita. #MeToo è iniziato dopo le accuse al produttore cinematografico Harvey Weinstein e tra le altre cose è stato scelto dalla rivista Time come Persona dell’anno del 2017.

La sconfitta dello Stato Islamico in Siria e in Iraq 
Il 2017 è stato l’anno dell’inesorabile declino dello Stato Islamico (o ISIS) in Iraq e in Siria. A luglio l’esercito iracheno, alleato degli Stati Uniti e di decine di milizie sciite legate all’Iran, ha riconquistato Mosul, la più grande città irachena finita sotto il controllo dell’ISIS durante la rapida avanzata dell’estate 2014. Tre mesi più tardi, a ottobre, è caduta anche Raqqa, città del nord della Siria a lungo considerata la capitale dello Stato Islamico. Oggi il Califfato non esiste praticamente più: l’ISIS controlla ancora qualche territorio nella Siria orientale e nell’Iraq occidentale, ma non sembra avere la forza per poter ribaltare la situazione a suo favore.

Una mappa della situazione attuale in Siria e in Iraq. Lo Stato Islamico è indicato in grigio, le forze governative siriane e irachene e rispettivi alleati sono indicati in rosso, i curdi siriani e iracheni in giallo, i ribelli siriani in verde chiaro (Liveuamap)

Questo non significa che l’ISIS sia stato sconfitto del tutto, né che si possa parlare di una pacificazione completa della Siria e dell’Iraq, dove stanno già emergendo nuove tensioni e conflitti. Lo Stato Islamico ha cominciato da tempo a trasformarsi tornando a essere quello che era prima della costruzione del Califfato, cioè un gruppo terroristico e di insurgency (l’insurgency è un tentativo prolungato di combattere un governo tramite tecniche di guerriglia). È riuscito anche a estendere la propria presenza fuori dal Medio Oriente, come dimostra la guerra che si è combattuta per diversi mesi tra ISIS ed esercito regolare a Marawi, sull’isola filippina di Mindanao. È invece difficile dire cosa ne sarà degli attentati pianificati o ispirati dall’ISIS in Europa: l’impressione è che lo Stato Islamico abbia molte meno risorse per pianificare un grande attentato, anche perché le intelligence europee sono sempre più preparate; non si può comunque escludere niente, tantomeno altri attentati compiuti da cittadini europei che si sono radicalizzati da soli di fronte a un computer.

Il primo anno di Trump
Per lunghi tratti è stato imbarazzante e sopra le righe, come ipotizzavano in molti dopo la sua elezione. Nel suo primo anno Trump ha preso una marea di decisioni, molte delle quali hanno isolato gli Stati Uniti sul piano internazionale, e diffuso una serie incalcolabile di informazioni false. Nel frattempo ci siamo abituati a tutto: alle sue espressioni buffe, infantili e rabbiose insieme, alle gare di stretta di mano con i leader stranieri, a quella capigliatura che nessuno riesce a decifrare. E a molte altre cose ben più importanti, certo: come l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi (che sono oggi l’unico paese al mondo a essersene tirato fuori), i momenti di imbarazzo con Angela Merkel e Shinzo Abelo spettacolino messo in piedi a Porto Rico, l’insulto ricevuto dal suo stesso segretario di Stato, l’intervista data per difendere Vladimir Putin, e così via. A meno di sorprese, dovremo continuare a farci i conti ancora per parecchio.

(Chip Somodevilla/Getty Images)

La pulizia etnica dei rohingya in Myanmar
Ad agosto è cominciata una delle crisi più gravi di tutto il 2017: le brutali uccisioni e persecuzioni – qualcuno parla di “pulizia etnica” – contro i rohingya, minoranza etnica di religione musulmana che abita le zone occidentali del Myanmar. La crisi è cominciata con gli scontri tra esercito birmano e ribelli rohingya nello stato del Rakhine, che hanno costretto centinaia di migliaia di civili a lasciare le loro case e a cercare rifugio nei campi profughi del vicino Bangladesh. Le violenze commesse dai soldati birmani sono state enormi: stupri, uccisioni indiscriminate, incendi di interi villaggi, per dirne alcune. Secondo gli ultimi dati diffusi da Medici Senza Frontiere, dal 25 agosto al 25 settembre scorso le persone di etnia rohingya morte a causa della crisi sono state circa 9mila.

Alcuni profughi di etnia rohingya al confine tra Myanmar e Bangladesh. La foto è stata scattata dal canadese Kevin Frayer, che è stato scelto come miglior fotografo di news del 2017 dalla rivista Time anche per il suo forte reportage sulla crisi del rohingya (Kevin Frayer/Getty Images)

La crisi che coinvolge i rohingya non è ancora finita. A novembre i governi di Myanmar e Bangladesh hanno firmato un accordo per il ritorno dei rohingya in territorio birmano, che però finora non è stato applicato. Le violenze dell’esercito birmano, inoltre, sono appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione del Myanmar, che crede che i rohingya stiano cercando di sfruttare il fatto di essere musulmani per ottenere le simpatie della comunità internazionale. I militari sono sostenuti anche dal governo la cui leader è la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che nel corso degli ultimi mesi si è attirata moltissime critiche da parte di osservatori e governi occidentali per le sue posizioni sui rohingya. È un conflitto, quello tra i rohingya e gli altri abitanti dello stato del Rakhine, che va avanti dalla Seconda guerra mondiale, senza che per ora ci siano soluzioni in vista.

La crisi politica in Catalogna
In poco meno di tre mesi in Catalogna sono successe cose così incredibili e inaspettate da sembrare la sceneggiatura di un film, invece che la realtà politica di una delle regioni più ricche d’Europa.

L’1 ottobre si è tenuto un referendum sull’indipendenza della Catalogna organizzato dal governo catalano guidato da Carles Puigdemont, ma considerato illegale dalla magistratura e dal governo spagnoli. La polizia spagnola è intervenuta con cariche e violenze ai seggi, provocando la reazione stupita di mezza Europa. Da lì la situazione è precipitata rapidamente. Il governo spagnolo del primo ministro conservatore Mariano Rajoy ha deciso l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione per «riportare la normalità in Catalogna», articolo che non era mai stato usato nella storia della Spagna post-franchista. Il Parlamento catalano ha approvato una cosa simile a una dichiarazione d’indipendenza, ma due giorni dopo Puigdemont e altri ministri del suo governo sono andati in Belgio per non essere sottoposti alla giustizia spagnola. Mezzo governo invece è finito in prigione, accusato di ribellione e sedizione.

Centinaia di migliaia di persone partecipano a una manifestazione a Barcellona organizzata per chiedere la scarcerazione degli ex ministri catalani e di due leader indipendentisti, l’11 novembre 2017 (AP Photo/Emilio Morenatti)

Il 21 dicembre si sono tenute le elezioni anticipate in Catalogna, convocate eccezionalmente da Mariano Rajoy. Hanno rivinto gli indipendentisti, che ora hanno i numeri per formare un’altra maggioranza parlamentare, anche se il primo partito è stato Ciutadans, di centrodestra e unionista. È difficile dire come finirà tutta questa storia, anche perché, come hanno dimostrato gli ultimi tre mesi, in Catalogna la politica è in grado di fare accelerate notevoli e inaspettate. Non è chiaro nemmeno se in futuro l’Unione Europea cambierà le sue posizioni sulla crisi catalana: finora ha sostenuto, senza alcuno sbandamento, che è esclusivamente una questione interna spagnola.

La fine del regno di Robert Mugabe in Zimbabwe
A metà novembre in Zimbabwe è finito il regno di uno dei dittatori più longevi e conosciuti in tutto il mondo, Robert Mugabe. Nella notte tra il 14 e il 15, Mugabe è stato preso in custodia dall’esercito zimbabwese, intervenuto per evitare che alla morte del presidente il potere andasse alla moglie, Grace Mugabe. È stato una specie di colpo di stato, anche se molto inusuale: non è stato sparato nemmeno un colpo, non c’è stata resistenza e le dimissioni forzate di Mugabe sono arrivate nel giro di una settimana, quando ormai sembrava inevitabile il suo impeachment. Mugabe era al governo da 27 anni.

L’ex presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, fotografato il 21 gennaio 2014 (AP Photo/Tsvangirayi Mukwazhi)

Dall’inizio di dicembre lo Zimbabwe ha un nuovo presidente: si chiama Emmerson Mnangagwa, è stato vicepresidente di Mugabe e ha promesso l’inizio di una «nuova e fiorente democrazia». Nonostante l’euforia di molti zimbabwesi, non è detto che la situazione in futuro sarà migliore. Anche Mnangagwa, come il suo predecessore, è accusato di violazioni sistematiche dei diritti umani e di corruzione. Per esempio fu capo dei servizi segreti durante gli anni Ottanta, quando migliaia di civili, per lo più appartenenti all’etnia Ndebeles della regione occidentale di Matabeleland, furono massacrati dall’esercito. In Zimbabwe comunque sono fissate nuove elezioni per il 2018. Mnangagwa ha detto di non volerle rimandare, nonostante tutto quello che è successo: sarà il candidato del partito di Mugabe, ZANU-PF.

#MeToo
Due articoli pubblicati dal New York Times e dal New Yorker incentrati sul produttore cinematografico Harvey Weinsten, accusato di molestie sessuali da decine di donne, hanno avviato un dibattito mondiale sulle violenze e le discriminazioni nei confronti delle donne. Il caso Weinstein sta facendo ripensare ad aziende, enti pubblici e soprattutto a un sacco di persone in tutto il mondo quali comportamenti e approcci siano accettabili e quali no. Decine di donne hanno cominciato a raccontare le violenze che avevano subito in passato, magari da uomini più potenti di loro. Tra i personaggi famosi accusati di molestie ci sono Louis CK ,Dustin Hoffman e Kevin Spacey.

Il dibattito è arrivato anche in Italia, ma in modo più obliquo: Asia Argento, un’attrice italiana fra le principali accusatrici di Weinsten, ha subito dai giornali italiani più circospezione che interesse per le sue accuse. Le accuse di molestie hanno riguardato celebrità come il regista Fausto Brizzi, accusato da diverse donne di approcci violenti.

(ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

L’escalation di tensione tra Corea del Nord e Stati Uniti (e alleati)
Il 2017 della Corea del Nord è iniziato con l’uccisione di Kim Jong-nam, fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, ed è finito con nuove e più severe sanzioni economiche approvate dal Consiglio di sicurezza dall’ONU. In mezzo ci sono stati diversi test nucleari e missilistici e un’intensa guerra di parole con il presidente americano Donald Trump, che a differenza del suo predecessore ha cominciato a rivolgersi al regime nordcoreano con poca prudenza e molta aggressività. Per dirne una: a settembre, durante un discorso fatto all’ONU, Trump ha parlato di distruggere completamente la Corea del Nord.

Il 2017 è stato l’anno in cui ci si è chiesti più volte: e se il regime nordcoreano lanciasse la bomba nucleare? E se invece decidesse di usare l’artiglieria? Cosa succederebbe?

Soldatesse nordcoreane durante una parata militare il 15 aprile a Pyongyang (AP Photo/Wong Maye-E)

Uno degli eventi più importanti dell’anno in Corea del Nord è stato il primo lancio di un missile balistico intercontinentale, cioè un tipo di missile che se lanciato dal territorio nordcoreano potrebbe colpire gli Stati Uniti continentali. È stato un evento che ha lasciato stupefatti diversi analisti, che non si aspettavano che il regime nordcoreano sviluppasse così presto quel tipo di tecnologia. La cosa più preoccupante è che al momento non si vede una fine della crisi, anzi, sembra essere entrati in una specie di vicolo cieco. È più che probabile che la tensione con la Corea del Nord prosegua anche nei prossimi mesi.

Gli enormi cambiamenti in Arabia Saudita
Il 2017 dell’Arabia Saudita è stato incredibilmente movimentato e confuso, molto ambizioso ma con risultati per ora contrastanti. C’è un uomo in particolare che ha avuto un impatto enorme su tutto quello che è successo nell’ultimo anno: si chiama Mohammed bin Salman, è il responsabile del più ambizioso programma di riforme mai pensato per l’Arabia Saudita e da giugno è anche il principe ereditario, ovvero colui che prenderà il posto di re Salman dopo la sua morte.

Mohammed bin Salman, a sinistra, bacia la mano al principe Mohammed bin Nayef la mattina del 21 giugno al palazzo reale della Mecca, dopo che era stato nominato nuovo principe ereditario da re Salman (Al-Ekhbariya via AP)

Mohammed bin Salman ha dato impulso a enormi cambiamenti. Ha avviato importanti riforme economiche con l’obiettivo di diversificare l’economia saudita, oggi quasi del tutto basata sull’esportazione di petrolio, ma ha anche promesso cambiamenti epocali nella vita di tutti i giorni dei sauditi: ha annunciato l’introduzione di nuove forme di divertimento prima proibite, come i concerti, e l’abolizione del divieto per le donne di guidare, e ha detto che vuole tornare a un Islam moderato. Allo stesso tempo, però, ha emarginato i suoi avversari politici e ha fatto arrestare imprenditori ed ex ministri per rafforzare il suo potere.

Finora, comunque, l’ascesa di Mohammed bin Salman si è sentita soprattutto in politica estera. L’Arabia Saudita è diventata sempre più aggressiva nel tentativo di frenare l’Iran, che da un po’ di tempo a questa parte sembra essere presente un po’ ovunque in Medio Oriente. Il regno saudita, per esempio, ha spinto per isolare il Qatar, un altro stato arabo del Golfo Persico, e ha costretto il primo ministro Saad Hariri a dimettersi dal suo incarico, dando inizio a una crisi piuttosto seria che ha destabilizzato per diverse settimane la politica libanese.

Le devastazioni a Porto Rico per gli uragani Irma e Maria
A settembre Porto Rico, territorio non incorporato degli Stati Uniti, è stato colpito da due uragani, prima Irma e poi Maria. I danni sono stati enormi: case distrutte, strade impraticabili, mancanza di acqua potabile ed elettricità, e ponti crollati. Nei giorni successivi si sono aggiunte le lentezze con cui l’amministrazione Trump si è mossa per portare gli aiuti e una crisi umanitaria sempre più grave. Le autorità hanno detto che i morti per i due uragani sono stati poco più di una sessantina, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. A dicembre il New York Times ha pubblicato un’inchiesta dopo avere raccolto informazioni dagli obitori dell’isola, e ha concluso che i morti potrebbero essere almeno 1.052. Se fosse così, quello che è successo a Porto Rico sarebbe il disastro naturale più grave dell’intero 2017.

Angel Rodriguez sul divano della sua casa, distrutta dall’uragano, nel quartiere San Lorenzo di Morovis, 30 settembre 2017. Rodriguez ha detto che pioveva e pioveva. «Avevo davvero paura la notte dell’uragano, ma la cosa importante è essere vivo» (AP Photo/Ramon Espinosa)

Il problema più grande di Porto Rico sembra essere la mancanza di energia elettrica, un problema che condiziona altri servizi, come la fornitura dell’acqua e i sistemi per depurarla e i mezzi di comunicazione, a partire dalla rete cellulare che continua a essere poco affidabile. Tra ottobre e novembre almeno 100mila persone hanno lasciato l’isola per stabilirsi altrove negli Stati Uniti, per lo più in Florida. Nel frattempo qualcosa si è fatto: per esempio a fine ottobre hanno riaperto alcune scuole, ma per la ricostruzione ci vorrà ancora molto tempo.

I migranti, di nuovo
Il 2017 è stato anche l’anno in cui il flusso dei migranti dalla Libia verso l’Italia è finito sulle prime pagine di tutto il mondo; sia perché l’immigrazione è diventata via via sempre più centrale nel dibattito politico e pubblico, sia per le inchieste più influenti sull’argomento realizzate dai grandi media internazionali. In estate era stata Associated Press a raccontare che il governo italiano e alcune milizie armate libiche avevano stretto un accordo per fermare le partenze dei barconi (accordo sempre negato dal governo italiano, ma dato per certo da tutti gli esperti di immigrazione). Mesi dopo, un servizio di CNN sul ritorno della schiavitù in Libia è stato ripreso in tutto il mondo. L’approccio del governo italiano è stato lodato o criticato – ma comunque commentato – da tutti i governi occidentali.

(ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images)

Sin dall’accordo del governo italiano con le milizie libiche, il numero delle partenze di migranti dalla Libia è diminuito moltissimo: nel 2017 sono arrivati in Italia via mare 120mila migranti, contro i 180mila del 2016. Il numero dei morti in mare è diminuito di parecchio, ma rimane il problema del rispetto dei diritti umani in Libia, che riguarda decine di migliaia di migranti che da mesi vengono trattenuti nei cosiddetti “centri di detenzione” delle città costiere.

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