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  • domenica 17 dicembre 2017

In una cosa l’Arabia Saudita non sta cambiando: la pena di morte

I dati sulle condanne eseguite nel 2017 mostrano come al principe ereditario questa riforma non sembri importare molto, anzi

Mohammed bin Salman durante una conferenza stampa a Riyadh, 25 aprile 2016 (FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images)

Da mesi si parla di come l’Arabia Saudita stia provando a cambiare soprattutto grazie all’ambizioso piano di riforme economiche presentato dall’erede al trono Mohammed bin Salman (o MbS, come viene chiamato) nell’aprile 2016, il “Vision 2030”, il cui obiettivo principale è rendere l’Arabia Saudita indipendente dal petrolio entro il 2030. Al piano fanno riferimento anche una serie di riforme sociali, alcune delle quali sono state solo annunciate e altre già introdotte: MbS ha detto di voler tornare a una versione moderata dell’Islam, il governo ha aperto a diverse nuove forme di divertimento prima proibite, per esempio i concerti o la proiezione di film, ed è stato emanato un decreto che permetterà alle donne di guidare e di assistere a eventi sportivi dal vivo. Sulla pena di morte, invece, sembra che il governo non abbia intenzione di cambiare orientamento.

Insieme a Cina, Iran e Pakistan, l’Arabia Saudita è tra i maggiori paesi al mondo per numero di condanne a morte, spesso utilizzate come strumento della repressione politica e anche contro i responsabili di reati non violenti. BuzzFeed ha scritto un articolo in cui dice di aver ottenuto in esclusiva da un gruppo di attivisti britannici per i diritti umani, Reprieve, i dati delle condanne a morte eseguite in Arabia Saudita nel 2017 (dati ufficiali non ce ne sono: il regime non ne diffonde). Da queste informazioni, ancora parziali, risulta che quest’anno il numero di condanne eseguite sarà pari o addirittura superiore a quello del 2016 e a quello del 2015. Nel 2017 l’Arabia Saudita ha ucciso 137 persone, 11 delle quali nelle ultime due settimane. L’anno scorso in Arabia Saudita sono state uccise dallo Stato almeno 158 persone, con un aumento del 76 per cento rispetto al 2014.

La maggior parte dei condannati a morte sono stati decapitati, ma le autorità saudite hanno usato anche la fucilazione e in alcuni casi i cadaveri dei condannati uccisi sono stati esposti in pubblico. Nel 2016 il rapporto di Amnesty International parla di almeno 154 persone uccise dallo Stato dopo una condanna a morte, 3 donne e 151 uomini: 81 persone giudicate colpevoli di omicidio, 47 di terrorismo, 24 di aver violato le leggi sugli stupefacenti, una di rapimento e tortura e una di stupro. La direttrice di Reprieve, Maya Foa, ha spiegato: «Queste cifre dimostrano che con Mohammed bin Salman il governo saudita non ha intenzione di porre fine alle condanne a morte come strumento per annientare il dissenso».

Da anni la monarchia saudita sta cercando di riprendere parte del potere che alla fine degli anni Settanta aveva ceduto al clero più radicale. MbS sembra voler accelerare questo processo adottando alcune importanti azioni concrete ma anche con le dichiarazioni sulla necessità di tornare a un Islam più moderato, e dunque meno aderente alla sharia, la sacra legge che prevede la pena di morte anche per l’adulterio o per l’apostasia. Oltre i due terzi delle condanne a morte del 2017 sono avvenute però nei cinque mesi successivi alla nomina di Mohammed bin Salman a principe ereditario, avvenuta lo scorso giugno. Ali Shihabi, direttore di Arabia Foundation, gruppo con sede a Washington citato da BuzzFeed, ha spiegato: «La pena capitale, prevista dalla sharia, è piuttosto difficile da sradicare, e non ho sentito dire nulla in proposito a MbS».

BuzzFeed nota anche che quasi tre quarti delle esecuzioni capitali del 2017 sono state effettuate dopo la visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Riyadh, lo scorso maggio. Poco dopo la visita di Trump, infatti, quattro persone sono state uccise per aver partecipato a proteste politiche, mentre a 14 altri manifestanti sono state confermate le sentenze capitali. Scrive BuzzFeed che in occasione della visita di Trump il segretario americano del Commercio Wilbur Ross aveva fatto riferimento con soddisfazione alla mancanza di proteste in Arabia Saudita durante la visita del presidente.

Nel 2017 in Arabia Saudita almeno 54 persone straniere sono state uccise perché accusate di reati legati alla droga: tra loro c’erano almeno 10 persone che probabilmente contrabbandavano narcotici dopo averli ingoiati. Diversi detenuti sono stati poi uccisi in uno stesso giorno: il 28 novembre, per esempio, sono state messe a morte sette persone. «Questo è insolito: in passato, le esecuzioni delle condanne tendevano a essere individuali» e non di gruppo, ha notato Maya Foa, che ha anche spiegato come diverse persone in attesa di essere uccise fossero state condannate solo perché organizzatrici o partecipanti a manifestazioni di protesta: «Ed è perverso descrivere il principe ereditario come un riformatore, quando minaccia di giustiziare dei giovani il cui unico crimine è stato quello di partecipare alle proteste che chiedevano una riforma».

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