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  • giovedì 7 dicembre 2017

Il Regno Unito deve prendere una decisione

Ci sono meno di due giorni per sciogliere tre punti su Brexit – tra cui la questione irlandese – altrimenti i negoziati con l'Unione Europea saranno sospesi e rinviati all'anno prossimo

Londra, 6 dicembre 2017 (Jack Taylor/Getty Images)

Michel Barnier, il capo negoziatore dell’Unione Europea su Brexit, ha detto che il governo del Regno Unito ha 48 ore di tempo per definire il testo di un potenziale accordo di uscita dall’UE: altrimenti, ha spiegato Barnier, i negoziati non potranno passare alla fase successiva entro dicembre, come previsto, e le trattative riprenderanno il prossimo anno, prospettiva che potrebbe avere però delle conseguenze negative sull’economia britannica. Il termine stabilito da Barnier scadrà la sera di venerdì 8 dicembre, quando ci sarà un nuovo incontro di transizione in previsione della riunione dei capi di Stato e di governo dell’UE del 14 dicembre.

Tra poche settimane dovrebbe iniziare la cosiddetta seconda fase dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La prima fase, non ancora conclusa, riguarda tre grandi questioni:

– i soldi che il Regno Unito dovrà dare all’Unione Europea per gli impegni economici che aveva già preso prima del referendum su Brexit;

– la situazione dei cittadini di altri paesi dell’Unione Europea residenti nel Regno Unito;

– il confine tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

La terza questione è la più delicata e difficile da risolvere, ed è uno dei punti più importanti che l’Unione ha chiesto di chiarire prima di passare alla fase successiva delle trattative. Il governo del Regno Unito non ha ancora trovato una soluzione. La frontiera irlandese è lunga circa 400 chilometri e dopo Brexit resterà l’unico confine terrestre tra l’Unione e il Regno Unito. I problemi da risolvere hanno a che fare con le persone che ogni giorno passano dalla Repubblica di Irlanda all’Irlanda del Nord e viceversa, con le merci che attraversano quello stesso confine, con la sua organizzazione pratica e fisica e con la paura che l’attuale situazione o le possibili decisioni future alimentino vecchie divisioni. Si stima che nelle comunità di confine viva circa un milione di persone. A tutto questo si aggiunge, infine, una situazione politica interna piuttosto fragile: l’Irlanda del Nord è senza governo e Parlamento da quasi un anno e il governo irlandese guidato dal primo ministro Leo Varadkar è entrato in crisi e c’è il rischio che si vada a elezioni anticipate.

(Cosa sarà dell’Irlanda del Nord dopo Brexit)

Il 4 dicembre il Partito democratico unionista (DUP, che sostiene il governo di Theresa May e rappresenta i protestanti dell’Irlanda del Nord) ha posto il veto alla proposta del governo britannico e della Repubblica d’Irlanda (che è membro della UE dal 1973) sul futuro della frontiera irlandese: il piano che May aveva sottoposto al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker chiedeva che, anche dopo la separazione dal Regno Unito, l’Irlanda del Nord restasse parte dell’unione doganale europea, proprio per evitare di ristabilire la frontiera nordirlandese. L’obiettivo sarebbe quindi fare in modo che sia le persone che le merci possano continuare a circolare liberamente in tutta l’isola.

Nello specifico il documento dice che nel caso «non si trovino soluzioni concordate, il Regno Unito continuerà a garantire che rimarrà in vigore l’allineamento normativo»: anche con l’uscita del Regno Unito dal mercato unico europeo e dall’unione doganale, l’Irlanda del Nord manterrebbe tutte le norme che permettono la frontiera aperta con l’Irlanda.

Il governo irlandese aveva fatto sapere che se non fosse stata risolta la questione con l’Irlanda del Nord lasciando un “confine aperto” avrebbe messo il veto sul passaggio alla seconda fase dei negoziati su Brexit. Per il DUP, però, la soluzione proposta non è accettabile: qualche giorno fa aveva detto molto chiaramente che a sua volta non avrebbe approvato alcun accordo su Brexit che portasse alla trasformazione della nazione in un’eccezione rispetto al Regno Unito, una specie di territorio separato da trattare in maniera diversa. «Non appoggeremo alcun accordo che crei ostacoli agli scambi tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito o qualsiasi indicazione che l’Irlanda del Nord, a differenza del resto del Regno Unito, debba rispettare le normative europee».

Questi veti incrociati andranno affrontati e risolti nelle prossime ore. Mercoledì 6 dicembre May ha parlato sia con il primo ministro irlandese Leo Varadkar che con la leader del Partito democratico unionista Arlene Foster, ma le trattative non sembrano aver fatto progressi concreti nonostante Varadkar si sia dimostrato ottimista. Foster ha spiegato invece che non le erano state offerte sufficienti garanzie che l’Irlanda del Nord sarà trattata esattamente allo stesso modo del resto del Regno Unito dopo Brexit. A questo punto per rispettare il calendario o le parti in causa decideranno di ammorbidire le loro posizioni o le trattative con l’Unione Europea saranno rinviate al prossimo anno.

Lo scorso 4 dicembre Jean-Claude Juncker aveva spiegato che sarebbero stati «necessari ulteriori negoziati e discussioni» e aveva parlato, senza dare ulteriori dettagli, di «due o tre questioni» ancora «aperte». Oltre al confine irlandese, una di queste sarebbe proprio la cifra che il Regno Unito dovrà versare all’Unione per coprire gli impegni finanziari presi prima del referendum su Brexit. All’inizio del negoziato le due parti erano molto lontane, poi con il tempo le posizioni si sono progressivamente avvicinate. La richiesta ufficiale dell’Unione Europea è circa 100 miliardi di euro, mentre May lo scorso settembre ne aveva offerti 20. Secondo diversi giornali sono stati fatti dei passi in avanti: il Regno Unito sarebbe disposto ad arrivare fino a 40, l’Unione Europea a 65. Sulla condizione dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, l’ultimo dei tre punti chiave da risolvere nella prima fase di negoziato, May ha invece annunciato che le due parti sono «a un passo» dal raggiungere un accordo.

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