Tre risposte su Banca d’Italia e il PD

Per capire la notizia in prima pagina sui giornali di oggi, che ha fatto dire a Renzi che «il problema delle banche non era il PD» ma la Banca d'Italia (è vero?)

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Da ieri si è tornato a parlare di Banca d’Italia e della sua vigilanza sulle crisi bancarie degli ultimi anni. La ragione è stata l’audizione in Commissione banche (qui avevamo spiegato cos’è e come funziona) di Roberto Rossi, procuratore di Arezzo che sta indagando sul fallimento di Banca Etruria. Rossi ha criticato Banca d’Italia e in parte scagionato il padre della sottosegretaria Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi, che fu un importante amministratore della banca subito prima del fallimento. Per questa ragione molti dirigenti del PD, tra cui il segretario Matteo Renzi, sono tornati a criticare con forza Banca d’Italia (c’erano già state pesanti in critiche all’epoca della riconferma del governatore Ignazio Visco).

Venerdì mattina proprio Renzi ha detto: «Il problema delle banche non era il PD. La commissione d’inchiesta ieri lo ha dimostrato: avevamo ragione noi, qualcosa non ha funzionato». Mentre ieri mentre l’audizione di Rossi era ancora in corso, “fonti vicine a Matteo Renzi” avevano dichiarato all’ANSA che quello che stava accadendo «ha dell’incredibile, dell’inenarrabile: emerge che anche nel caso di Banca Etruria Bankitalia non ha vigilato mai nulla». È una questione particolarmente delicata, sia perché riguarda da vicino la sottosegretaria Boschi, tra i principali collaboratori di Renzi, sia perché il governo Renzi è stato spesso attaccato dai suoi avversari politici per aver gestito male le crisi bancarie, causando danni a migliaia di risparmiatori.

Cosa ha detto di nuovo Roberto Rossi?
Non molto, in realtà: nel corso dell’audizione ha fatto due affermazioni importanti, ma note e già ripetute in altre occasioni. Ha definito «singolare» il fatto che, secondo lui, nel 2013 i vertici di Banca d’Italia consigliarono a Banca Etruria, già in grossissime difficoltà, di fondersi con Banca Popolare di Vicenza, un altro istituto che, secondo Rossi, a quell’epoca si sapeva che sarebbe stato presto destinato a fallire a sua volta. Ha anche detto che la maggior parte delle perdite e dei crediti deteriorati (cioè che la banca non è più riuscita a farsi rimborsare) furono contratti dalla banca nel periodo 2008-2010, cioè prima che il padre del ministro Boschi assumesse incarichi direttivi nell’istituto.

Secondo il PD, queste due affermazioni dimostrano che la crisi di Banca Etruria fu colpa della mancata vigilanza di Banca d’Italia e che Pierluigi Boschi non ebbe alcuna responsabilità nella crisi. Molti però hanno criticato le dichiarazioni del magistrato, perché Rossi dal 2013 al 2015 è stato consulente legislativo della presidenza del Consiglio, chiamato prima da Enrico Letta e poi confermato per due mandati da Matteo Renzi. Durante il suo incarico nel 2014 e nel 2015, Rossi era alle dirette dipendenze di Antonella Manzione, capo dell’ufficio legislativo ed ex comandante della polizia municipale di Firenze. Il CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, ha deciso che questa consulenza non è in contrasto con il fatto che Rossi conduca le indagini su Banca Etruria.

Come andarono le cose?
Facciamo un passo indietro: come si arrivò alla crisi e al fallimento della banca? Nel 2012 e nel 2013 la Banca d’Italia fece due ispezioni in Banca Etruria. Scoprì che la banca si trovava in grosse difficoltà e che i suoi amministratori avevano commesso gravi errori di gestione. Banca d’Italia comminò pesante multe ai manager, tra cui anche al padre del ministro Boschi, e ordinò loro di cercare un partner con cui fondersi per evitare il peggio. L’unica offerta di fusione arrivò da Banca Popolare di Vicenza, ma fu giudicata insoddisfacente dai manager di Etruria, che quindi rifiutarono di metterla ai voti dell’assemblea degli azionisti.

Gli ispettori, però, non sapevano che la situazione a quel punto era già molto peggiore di quanto avevano scoperto. Diversi incagli, perdite e crediti deteriorati erano stati nascosti e non sarebbero emersi fino alle ispezioni del 2014-2015, che portarono al definitivo commissariamento della banca (cioè al licenziamento dei manager sostituiti con persone scelte dalla banca centrale). Il fatto che alcune informazioni importanti furono nascoste agli ispettori di Banca d’Italia è stato accertato dalla magistratura di Arezzo, che però ha assolto i vertici della banca perché, a sua avviso, non ci fu “dolo”, ma commisero soltanto alcune sviste ed errori. Dopo il commissariamento, la banca fu sottoposta a una procedura di “risoluzione”: gli azionisti persero tutti i loro soldi, così come buona parte di chi aveva sottoscritto obbligazioni della banca. Ora Banca Etruria e le altre tre banche popolari “risolte” nel 2015 sono in mano a un commissario che cercherà di risanarle per poi rivenderle.

Come risponde Banca d’Italia?
Ieri fonti di Banca d’Italia hanno dettato all’ANSA una replica molto dura al procuratore Rossi, in cui sostanzialmente ripetono quanto la banca centrale ripete aveva già scritto in un comunicato nel novembre del 2016. Banca d’Italia non chiese mai, almeno ufficialmente, ai manager di Banca Etruria di fondersi con Popolare di Vicenza, e il commissariamento non scattò in seguito alla mancata fusione ma perché le ispezioni rivelarono una situazione sempre più grave e irreparabile. È probabile che Banca d’Italia consigliò, ma solo informalmente, di accettare l’offerta della Popolare di Vicenza. Secondo diversi testimoni, infatti, negli ultimi anni Banca d’Italia aveva consigliato spesso a banche in difficoltà una fusione con Popolare di Vicenza, che veniva percepita come una realtà stabile e in crescita. Anche i manager di Veneto Banca, un altro istituto che si è trovato in grossa difficoltà, furono consigliati di fondersi con Vicenza.

In entrambi i casi però – sia Veneto Banca che Banca Etruria – Popolare di Vicenza fece offerte di fusione molto aggressive, che non prevedevano alcuno spazio per i vecchi manager e per i vecchi azionisti. Le offerte furono così entrambe respinte. Nel caso di Veneto Banca, a respingerla fu l’assemblea degli azionisti. In quello di Etruria, per evitare di correre rischi, i manager non misero nemmeno ai voti la proposta.

È molto probabile che Banca d’Italia suggerisse queste fusioni perché non aveva un’idea chiara dalla situazione alla Popolare di Vicenza (entrata in crisi e acquistata per 50 centesimi di euro da Intesa Sanpaolo). Secondo i dirigenti del PD, ma quasi tutti i partiti sono concordi, la responsabilità di questa “miopia” è degli ispettori e dei dirigenti di Banca d’Italia. Fonti della banca centrale, però, sottolineano come i loro poteri ispettivi siano molto più limitati di quanto si ritenga in genere. Per esempio gli ispettori non possono ordinare perquisizioni e per lavorare hanno bisogno della collaborazione di impiegati e dirigenti della banca. Inoltre ogni ispettore è responsabile dei suoi rapporti e relazioni e, in caso di errore, può essere citato in tribunale dalla banca.

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