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  • martedì 28 novembre 2017

La truffa ai danni del Washington Post andata male

Una donna ha detto di avere avuto da adolescente rapporti con Roy Moore, il candidato di estrema destra al Senato in Alabama, ma era tutta una messa in scena per screditare il giornale

La giornalista Stephanie McCrummen del Washington Post (a sinistra) durante il suo incontro con Jaime Phillips - The Washington Post

Il Washington Post ha pubblicato un lungo articolo nel quale racconta un tentativo di truffa nei confronti dei suoi giornalisti da parte di una donna che si era messa in contatto con il giornale dicendo di essere stata messa incinta – quando aveva 15 anni – da Roy Moore, il candidato Repubblicano che in Alabama cerca l’elezione a un seggio in Senato accusato da più donne di averle molestate quando erano adolescenti. Insospettiti dalle modalità con cui la donna aveva scritto al giornale e dalle informazioni vaghe, con molte contraddizioni, i giornalisti del Washington Post hanno indagato trovando legami tra la donna e Project Veritas, una controversa organizzazione di estrema destra che usa trucchi e inganni per ottenere dichiarazioni imbarazzanti da chi lavora nei mezzi d’informazione, specialmente se con un approccio critico nei confronti di Donald Trump e della destra. Da settimane diversi siti e organizzazioni di destra in Alabama cercano di screditare le donne che accusano Moore e il Washington Post.

Il 9 novembre scorso il Washington Post aveva pubblicato un articolo molto documentato sul comportamento di Moore, nel quale si diceva che il candidato al seggio in Senato ebbe incontri di natura sessuale con una ragazzina di 14 anni e altre ragazze minorenni. Le testimonianze delle donne – che non si conoscono tra loro e sono state trovate dal Washington Post, non sono andate loro dal giornale – sono coerenti e solide, tanto che lo stesso Partito Repubblicano ha tagliato i fondi verso Moore e diversi dirigenti del partito hanno detto che dovrebbe farsi da parte. Il giorno seguente Beth Reinhard, una delle autrici dell’articolo, aveva ricevuto una strana email firmata da una certa Lindsay James che chiedeva informazioni su come offrire la propria testimonianza su Moore. Dopo essersi scambiate diversi messaggi, la donna aveva acconsentito a incontrare di persona la giornalista, alla quale aveva confidato il suo presunto vero nome: Jaime Phillips. Nei messaggi prima dell’incontro aveva spiegato di vivere a New York, ma che sarebbe stata a Washington per il Giorno del Ringraziamento e che si sarebbero potute incontrare in un locale di un centro commerciale.

La storia di Phillips non sembrava molto lineare: alla giornalista aveva raccontato di avere cambiato spesso città di residenza con la sua famiglia, di essere poi finita da una zia a Talladega in Alabama e di avere iniziato a seguire un gruppo giovanile di una parrocchia, dove avvenne l’incontro con Moore nel 1992. Phillips aveva spiegato che all’epoca aveva 15 anni e che tra i due era iniziata una “segreta relazione” sessuale: «Sapevo che non era la cosa giusta, ma non m’importava». Sempre secondo la sua versione, a un certo punto era rimasta incinta e Moore l’aveva convinta ad abortire, portandola in una clinica nel Mississippi.

Reinhard era però rimasta sorpresa dalle richieste fatte da Phillips su come la pensasse lei su questa storia e su cosa si potesse fare per fermare politicamente Moore. In un messaggio inviato dopo l’incontro, per esempio, Phillips aveva chiesto a Reinhard di garantirle che grazie alla sua storia Moore avrebbe perso l’elezione: la giornalista aveva risposto dicendole che non poteva certo prevedere che impatto avrebbe avuto un eventuale articolo. Aveva anche spiegato che le informazioni fornite da Phillips richiedevano approfondite verifiche e che sarebbero stati utili documenti per avvalorare le sue dichiarazioni. La conversazione tramite messaggi era proseguita con Phillips che continuava a chiedere garanzie e rassicurazioni alla giornalista, in modo piuttosto insistente, proponendo di incontrare anche un’altra giornalista che aveva lavorato all’articolo su Moore: Stephanie McCrummen.

Con l’aiuto di altri giornalisti, Reinhard aveva iniziato a indagare su Phillips e il suo passato, per trovare elementi che potessero confermare o smentire la storia. Ed è così che ha trovato una pagina online di una campagna di finanziamento a nome Jaime Phillips dello scorso maggio, con questo messaggio:

Mi trasferisco a New York! Ho accettato un lavoro presso il movimento conservatore che combatte le bugie e le falsità dei mass-media dominanti della sinistra (“main stream media”). Utilizzerò le mie capacità come ricercatrice ed esperta di verifica dei fatti per aiutare il movimento.

I giornalisti del Washington Post hanno notato che pochi mesi prima, a marzo, Project Veritas aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook un annuncio nel quale diceva di essere alla ricerca di 12 nuovi “giornalisti sotto copertura”. Tra i requisiti erano indicati la temerarietà e la capacità di “fingersi un’altra persona, ottenere accesso a determinate persone e persuaderle a rivelare informazioni”. Era inoltre richiesta la capacità di sapersi inventare una storia credibile e di sapere utilizzare particolari attrezzature, come registratori nascosti.

Project Veritas si promuove come un’organizzazione che dal 2010 ha l’obiettivo di “indagare e mettere in evidenza la corruzione, comportamenti scorretti, sprechi e disonestà”. Ha finora raccolto più di 4,8 milioni di dollari, su cui non paga le tasse perché è registrata come attività senza scopo di lucro, e ha oltre 38 impiegati più decine di volontari. È gestita da James O’Keefe, un uomo di 33 anni che ha contatti con la testata di destra Breitbart e che già in passato aveva organizzato strane iniziative, talvolta al limite della legalità, per provare le sue tesi con esiti spesso fallimentari. La Trump Foundation di Donald Trump risulta essere tra i donatori dell’organizzazione, almeno fino al 2015 quando versò 10mila dollari in un fondo riconducibile a Project Veritas.

Incrociando altre informazioni, i giornalisti del Washington Post avevano concluso che la Phillips dell’annuncio online potesse essere con molta probabilità la stessa Phillips incontrata a Washington. Stephanie McCrummen ha allora accettato la proposta di Phillips di vedersi per chiarire altri elementi della sua storia. Al loro incontro, che è avvenuto ad Alexandria (Virginia), McCrummen si è presentata con due colleghi, che facendo finta di niente si sono seduti in un tavolo vicino per riprendere di nascosto la scena.

Phillips ha esordito chiedendo nuovamente assicurazioni sul fatto che la sua storia potesse impedire a Moore di essere eletto, poi si è lamentata del fatto che Trump avesse sostanzialmente dato il suo sostegno al candidato. Dopo averle chiesto di vedere un documento per confermare la sua identità, McCrummen ha mostrato a Phillips una stampa della pagina della raccolta fondi di maggio, chiedendole conto delle informazioni che conteneva e spiegandole che qualcuno stava riprendendo la scena. Phillips ha provato a inventarsi una risposta, fornendo altre false informazioni che in seguito i giornalisti del Washington Post hanno potuto facilmente smentire. McCrummen ha invitato Phillips più volte a raccontare la sua vera storia – chi l’avesse mandata lì e con che scopo – ma lei si è alzata, ha detto di non essere più disposta a dare risposte e se n’è andata. La sera stessa la pagina online dove aveva chiesto finanziamenti è sparita.

Ieri, dopo altri giorni di indagini, i giornalisti del Washington Post hanno avuto l’ultima conferma. Notando che Phillips vive in una zona a poco meno di 30 chilometri dalla sede di Project Veritas a Mamaroneck (New York), l’hanno seguita da casa sua per vedere dove andasse a lavorare. Come previsto, Phillips ha raggiunto gli uffici di Project Veritas. Poco dopo O’Keefe, che si trovava all’esterno, ha rifiutato di rispondere alle domande del Washington Post.

L’episodio dimostra – oltre all’accuratezza con cui lavora il Washington Post e le verifiche a cui sottopone le informazioni che riceve – il livello di menzogne e falsità che alcuni gruppi cercano di diffondere online e attraverso i giornali tradizionali, nella speranza di riuscire a ingannarli, screditarli e di fare passare il messaggio che i mezzi d’informazione di destra siano più affidabili di quelli che definiscono “main stream media”. Il caso di Roy Moore è in questo senso emblematico. Dopo la pubblicazione dell’articolo in cui si parlava di un suo rapporto con una quattordicenne, il Washington Post ha ricevuto attacchi di diverso tipo attraverso una campagna di disinformazione molto agguerrita. Un account su Twitter ha diffuso per esempio una storia falsa – ma molto ripresa – secondo cui il Washington Post offrì mille dollari a una donna per inventarsi una testimonianza contro Moore. L’account è stato in seguito cancellato, ma la notizia è comunque circolata molto sui media alternativi di destra. Qualcuno ha inoltre finto di essere un giornalista del Washington Post e ha chiamato un parroco in Alabama dicendo di essere alla ricerca di “informazioni che possano danneggiare” Moore, in cambio di denaro. Dal Washington Post, che non paga mai le sue fonti, non è mai partita una simile chiamata.

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