Negli Stati Uniti vogliono smontare la net neutrality

È il principio per cui tutti i contenuti su Internet devono essere trattati ugualmente dai provider, a dicembre si voteranno nuove regole che ne limiteranno l’applicazione

Il presidente della FCC, Ajit Pai (Chip Somodevilla/Getty Images)

Negli Stati Uniti è tornato di strettissima attualità il tema della “net neutrality” (“neutralità della rete”), il principio secondo il quale i fornitori di accesso a Internet (Internet Service Provider, ISP) non possono favorire certi contenuti su altri, rendendo per esempio più veloce il download da un sito di notizie o di video rispetto a quelli di altre organizzazioni. Ajit Pai, il presidente della Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia governativa statunitense che si occupa di vigilare sulle comunicazioni, ieri ha infatti annunciato un piano molto controverso per riformare le regole per gli IPS, che di fatto mette termine alle norme sulla net neutrality volute durante i governi dell’ex presidente Barack Obama. La proposta dovrà essere votata il prossimo 14 dicembre dalla FCC e dovrebbe passare senza particolari difficoltà, considerato che l’agenzia è controllata dai Repubblicani da tempo contrari alla net neutrality. Lo stesso Pai è stato nominato dal presidente statunitense Donald Trump.

Il piano di Pai è di rimuovere gli ISP dal “Titolo II” della legge che consente di sottoporli a maggiori controlli, classificandoli invece come semplici “servizi d’informazione” e quindi con minori vincoli per quanto riguarda l’equa distribuzione dei contenuti online. Nel comunicato che presenta il suo piano, Pai ha scritto che: “Con la mia proposta, il governo federale smetterà di tenere troppo sotto controllo Internet. La FCC chiederà agli ISP maggiore trasparenza sulle loro pratiche, in modo che i consumatori possano decidere di acquistare il piano migliore per loro, mentre gli imprenditori e altre piccole attività potranno ricevere le informazioni tecniche di cui hanno bisogno per portare innovazione”.

Pai vuole che tutti i contenziosi su eventuali pratiche scorrette tra gli ISP siano valutate e se necessario sanzionate non dalla FCC, ma dalla Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa che si occupa di commercio e concorrenza. In pratica, se un ISP violerà ciò che ha promesso ai clienti nelle sue condizioni d’uso, dovrà essere la FTC a intervenire per emettere le sanzioni. In molti dubitano che questo sistema possa funzionare: le condizioni d’uso sono poste dalle aziende per tutelare in primo luogo loro stesse, fornendo regole ai clienti che spesso possono essere modificate unilateralmente e senza particolari preavvisi. Se per esempio un ISP prometterà un pacchetto “cinema e serie tv”, che privilegia la velocità di accesso a Netflix, potrà comunque cambiare in corsa la sua offerta se rimedierà un accordo più vantaggioso con Prime Video o se deciderà semplicemente di non offrire più velocità di connessione più alte per gli streaming. Il cambio delle condizioni d’uso, se comunicato nei modi previsti dalle regole, difficilmente farà scattare provvedimenti da parte della FTC.

La riforma proposta da Pai ha portato a grandi polemiche ed è osteggiata da tutte le principali associazioni per i consumatori e dai consorzi delle aziende del Web, come l’Internet Association che comprende Facebook e Google. L’associazione ha ricordato che le nuove regole non tengono in considerazione le effettive condizioni del mercato per l’accesso a Internet negli Stati Uniti. Se ci si allontana dalle grandi città, la scelta degli ISP è estremamente limitata e in molti casi è completamente senza alternative. Gli utenti si troveranno quindi nella condizione di dover scegliere per forza un ISP anche se questo promette l’accesso privilegiato a contenuti cui non sono interessati. Si ritroveranno quindi con un piano di navigazione che funziona diversamente a seconda dei siti che visitano, mentre con le regole attuali hanno la certezza di accedere ai contenuti allo stesso modo a prescindere dall’operatore e dalle scarse opzioni di scelta.

Pai sostiene che le nuove regole consentiranno agli ISP di aumentare i loro ricavi, in modo da potere investire il denaro per rafforzare le reti e offrire servizi migliori ai clienti, anche nelle aree geografiche dove si guadagna meno. I detrattori osservano che un esito di questo tipo non è garantito: a fronte dei nuovi ricavi, gli ISP potrebbero decidere di aumentare i dividendi per gli azionisti e non investire nuovo denaro nell’espansione delle reti, che comporta comunque costi maggiori di gestione e di manutenzione.

I principali osservatori ritengono che il prossimo 14 dicembre la votazione interna alla FCC porterà all’approvazione delle nuove regole senza problemi. Il fatto stesso che abbia già presentato il suo piano dimostra la consapevolezza di Pai di avere i voti per portare avanti l’iniziativa. Dopo l’approvazione, passerà un mese prima che le nuove regole siano pubblicate e rese effettive, cancellando le precedenti sulla net neutrality. È molto probabile che il nuovo regolamento venga impugnato da organizzazioni e associazioni, con ricorsi in tribunale contro la FCC. Avranno dalla loro parte numerose motivazioni: la FCC non ha dimostrato l’inefficacia delle regole attuali, approvate appena due anni fa; nel preparare il piano, la FCC ha inoltre ignorato i milioni di commenti lasciati dai cittadini statunitensi sul suo sito nella fase di consultazione pubblica, e che chiedevano di mantenere le attuali regole sulla net neutrality; infine, in passato una corte aveva stabilito che la classificazione “servizio d’informazione”, quella dove vengono riportati gli ISP secondo le nuove regole, fosse troppo vaga e poco adatta.

Complici le recenti evoluzioni tecnologiche nella gestione delle reti e la grande differenziazione di servizi online, la net neutrality è diventata uno dei più importanti principi per garantire la libera circolazione delle informazioni online. L’accesso libero e paritario a qualsiasi contenuto è ritenuto essenziale non solo per tutelare i consumatori da un aumento dei prezzi (un ISP potrebbe per esempio far pagare di più l’accesso agli streaming, che consumano più banda), ma anche per garantire alle aziende del Web più piccole la possibilità di concorrere alla pari con quelle più grandi. In assenza di regole sulla net neutrality, aziende molto grandi potrebbero per esempio pagare gli ISP per ottenere trattamenti di favore dei loro dati, facendoli arrivare prima e meglio agli utenti rispetto ai servizi concorrenti. Negli Stati Uniti il problema potrebbe essere ancora più grande perché ormai diversi ISP sono proprietari dei servizi di streaming, che potrebbero quindi ricevere un trattamento migliore dei concorrenti. Net neutrality significa anche che un ISP non può bloccare l’accesso ai contenuti, salvo per motivi di sicurezza o decisioni dei governi, ma in assenza di regole chiare potrebbe avvenire il contrario con siti e applicazioni resi inaccessibili in modo arbitrario.

Seppure con difficoltà e qualche contraddizione, negli ultimi anni l’Unione Europea si è dotata di un buon regolamento sulla net neutrality, stabilendo limiti e condizioni per gli ISP (sono previste deroghe per gli operatori mobili, considerata la natura diversa delle loro reti e la maggiore facilità con cui si saturano). Il timore di molte associazioni e osservatori è che un cambiamento così radicale negli Stati Uniti possa portare nel tempo a revisioni delle attuali regole anche in Europa. I meno scettici pensano che invece le vicende legali, che probabilmente interesseranno la FCC nel caso di una approvazione, e le proteste degli utenti faranno da buon deterrente per evitare l’esperienza statunitense.

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