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  • domenica 12 novembre 2017

Andreste a mangiare in un ristorante gestito solo da persone sieropositive?

Lo gestisce a Toronto un ospedale che da trent'anni si occupa di persone con HIV e di malati di AIDS, per cercare di superare isolamento e pregiudizi

A Toronto, in Canada, per due giorni ha aperto un ristorante temporaneo gestito solamente da persone che hanno contratto l’HIV, il virus associato all’AIDS. Il ristorante si chiama June’s ed è stato aperto da Casey House, un ospedale locale che da trent’anni cura le persone sieropositive. Le due serate hanno avuto grande successo: June’s è stato tutto esaurito – circa 100 persone per serata – e gli organizzatori hanno detto al Toronto Sun che in futuro sperano di organizzare altre serate simili.

Il ristorante – il primo al mondo di questo tipo – ha aperto con lo scopo di sfatare alcuni pregiudizi che ancora oggi riguardano le persone con HIV (non necessariamente chi è sieropositivo si ammala di AIDS). L’idea è nata dopo che gli organizzatori avevano letto di un sondaggio realizzato in Canada secondo cui metà delle persone contattate non si fiderebbe a mangiare del cibo preparato da una persona sieropositiva. Come cerca di spiegare da decenni la comunità scientifica, il virus dell’HIV non si diffonde per via aerea o con lo scambio di saliva, ma solo tramite un rapporto sessuale o uno scambio di sangue con una persona infetta (o da madre a figlio durante la gravidanza e il parto).

A oggi chi ha il virus dell’HIV e sviluppa l’AIDS non può essere curato, cioè non può guarire completamente dall’infezione. L’assunzione regolare di farmaci permette di tenere sotto controllo la malattia, ma attorno alle persone malate permane un notevole stigma sociale. Muluba Habanyama, una delle cuoche coinvolte nel progetto, ha raccontato che da bambina una dei suoi tutor la portò a cena fuori ma la fece mangiare con posate e bicchieri di carta, mentre lei e suo marito mangiavano con quelli normali: «Avevo più o meno sette anni. Mi fece davvero male».

Joanne Simons, la CEO di Casey House, ha raccontato al Guardian che ovviamente non c’è nessun rischio per i clienti di June’s: «In molti ci hanno chiesto cosa avremmo fatto quando qualcuno dei nostri cuochi si fosse tagliato in cucina. Ci comportiamo come farebbe chiunque: curi la persona ferita, pulisci la stanza e butti il cibo venuto a contatto col sangue. Lo faremmo a prescindere, si tratta solo di buon senso». In tutto sono stati coinvolti 14 cuochi, seguiti da cuochi professionisti.

Le pareti e i tavoli del ristorante erano pieni di slogan come #smashstigma (“spezza il pregiudizio”) o kiss the HIV cook (“bacia il cuoco sieropositivo”).

Trevis Stratton, un uomo di 52 anni tra i partecipanti, ha spiegato di essersi proposto come cuoco per provare a superare l’isolamento a cui spesso sono costrette le persone sieropositive: «abbiamo bisogno di aiuto, di alleati. Siamo invisibili. È questo il nostro compito, provare ad attirare l’attenzione su di noi».

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