Perché si dice “bufala”?

di Massimo Arcangeli

C'è chi dice che derivi dal romanesco, ma è una fake news

Capita ormai giornalmente un po’ a tutti, anche ai navigatori virtuali occasionali, d’incappare in una delle tante fake news dilaganti sul web, ed è singolare che, nelle varie ricerche sull’origine del termine bufala, si siano seguite le strade più diverse e, talora, più impervie, accidentate o improbabili.

Ultimamente si è fatto convergere bufala verso il romanesco, ma con argomenti assai deboli. Il Grande dizionario italiano dell’uso (GRADIT) di Tullio De Mauro indica nel 1960 l’anno della sua prima attestazione per “boiata, porcheria, cosa noiosa, fregatura” (significati per i quali, a Roma, si oscillerebbe fra una palla e una sòla), citando l’esempio di un film che, ancor prima di essere proiettato, sarebbe stato «definito una “bufala” dagli amici romani» (la citazione è riportata in un dizionario di neologismi redatto da Claudio Quarantotto: Dizionario del nuovo italiano. 8000 neologismi della nostra lingua e del nostro parlare quotidiano dal dopoguerra ad oggi, con le citazioni dei personaggi che li hanno divulgati, Roma, Newton Compton, 1987, p. 72); Paolo D’Achille, che ha retrodatato bufala al 1959 (lo pronunciò Nino Manfredi nella Canzonissima di quell’anno: Sui neologismi. Memoria del parlante e diacronia del presente, “Studi di lessicografia italiana”, XI, pp. 269-322, a p. 285), in un saggio del 2007 scritto con Andrea Viviani ne ha indicato la nascita in campo gastronomico, non rinviando però all’idea della mozzarella contraffatta, richiamata da molti etimologisti, bensì alla carne dell’animale:

Poiché la mozzarella di bufala è a Roma particolarmente apprezzata, la metafora deve fare riferimento non a questo formaggio, ma al malcostume, messo evidentemente in opera da qualche ristoratore romano disonesto, di spacciare la carne di bufala per la più pregiata vitella.

(Paolo D’Achille, Antonella Stefinlongo, Anna Maria Boccafurni, Lasciatece parlà. Il romanesco nell’Italia di oggi, Roma, Carocci, 2012, p. 287).

Riccardo Cimaglia, che in una nota redatta per il sito dell’Accademia della Crusca (Questa risposta non è una “bufala!”, 24 marzo 2017) si dice convinto da questa spiegazione, aveva a suo tempo ulteriormente retrodatato la voce (Bufala, “Lingua nostra”, LXXI, 2010, pp. 52-53) per averla individuata in un passo tratto da un romanzo di Ercole Patti (Un amore a Roma, Milano, Bompiani, 1956, p. 11):

La ragazza, pur conservando l’accento veneto, non appena il discorso era passato al cinematografo, aveva cominciato ad esprimersi in termini romaneschi. Non ha visto il Pozzo dei miracoli? Meglio così. Una vera bufala. Una? chiese Marcello. Una bufala. Si dice così a Roma quando si vuole alludere a un film brutto e noioso.

Se teorema dev’essere, teorema sia. Non poteva dunque mancare la ciliegina sulla torta, l’aggiunta al quadro di una testimonianza personale dello stesso Cimaglia:

Recentemente mi è capitato di parlare dell’argomento con un anziano parlante romano, che mi ha ricordato un fatto che accadeva proprio a Roma, intorno agli anni Quaranta. All’epoca le donne erano solite portare, per risparmiare, delle scarpe con le suole in pelle di bufalo/bufala, invece del più costoso cuoio; capitava, nei giorni di pioggia, che con tali calzature si scivolasse, anche con considerevoli conseguenze; quando una donna infortunata arrivava al Pronto Soccorso (l’allora CTO della Garbatella), il personale d’ospedale, considerata l’alta frequenza dei casi, usava l’espressione “Ecco un’altra bufala” (indicando la paziente metonimicamente con la causa del suo incidente: “un’altra scarpa in pelle di bufalo aveva provocato nuovamente una brutta caduta”). Di qui il termine sarebbe diventato sinonimo di fregatura, per passare poi a indicare sia la notizia falsa, sia una produzione cinematografica di scarso valore. Non sono in grado di verificare la veridicità di questo racconto, che comunque conferma l’origine romana dell’uso figurato del termine.

Nessuna delle ipotesi qui riassunte pare plausibile. L’origine di bufala va invece ricondotta a quel semplice prendere per il naso che ripete, sul piano figurato, l’azione compiuta nel trainare l’animale: il quale, con l’anello al naso, si lascia guidare docile, senza opporre resistenza. Come la massa influenzabile e ottusa che si fa portare in giro nell’immagine del popolo bue, un’espressione già ottocentesca usata, fra gli altri, da due politici e letterati: Angelo Brofferio e Francesco Domenico Guerrazzi; si procede nell’identica direzione con l’uso traslato di bue (o dello stesso bufalo; bufolo: Machiavelli; buffolo: Aretino; ecc.), per dire di qualcuno che è stupido, sprovveduto o ignorante, finito in molte frasi idiomatiche ed espressioni proverbiali di ieri e di oggi: parco buoi; testa di bue; imparare il bue a mente (“studiare senza apprendere niente”); andar vitello e tornar bue (“andar via ignorante e tornare ancor più ignorante”), ecc.

Le testimonianze passate per confermare una così pacifica ipotesi – mia e di tanti altri, dotati di buon senso – non mancano. Ne riporto solo alcune, ma potrei aggiungerne diverse altre. Ecco la prima, inequivocabile: «vado dalla sig. Clorinda dalla quale sono stata chiamata, e posso ben dir di esser stata menata per il naso come una bufala». Il passo è tratto dall’edizione a stampa (Macerata, appresso Agostino Grisei, 1646, p. 173) di una commedia seicentesca (Lo spedale) del reggiano Prospero Bonarelli della Rovere (1582-1659); la battuta (atto V, scena 11a) è pronunciata da Giacoma, matrona della giovane menzionata (che è innamorata di Fabrizio).

Il bufalo riaffiora, al femminile o al maschile, in numerosi altri testi dal XVI al XIX secolo. Nell’esempio che segue, tratto da un dialogo moraleggiante dell’ecclesiastico lucchese Tomaso Buoni (Gli affetti giovenili, opera morale di T. B. […], Venetia, appresso Gio. Battista Colosini, 1605, p. 19), il termine non è parte dell’espressione menare per il naso come una bufala (in una satira ariostesca: Non vuo’ più che colei […] mi tiri come un bufolo pel naso; nella Zucca di Anton Francesco Doni: menar per il naso come le bufole; in una lettera di Anton Maria Borga, indirizzata a Goldoni: uomo qua e là menato pel naso come un buffalo; nella Cronaca dei fatti di Toscana di Giuseppe Giusti: uno dei miei peccati è di lasciarmi tirare per il naso come un bufalo; ecc.) ma è un sinonimo secco per dire, di una persona, che è sciocca al pari dell’animale:

Tutt’il giorno mi dicea: “Vulgistima tu sei troppo grossa, troppo goffa, troppo scioperata[,] troppo ignorante, et fin bufala”; quasi che l’ignoranza sola habbia gli occhiali grossi, et mai gli sottili di cristallo fino; o poveretti loro, che non sanno, che molte volte più intende un grosso villano, un malitioso plebeo, che cento dottori dalla toga lunga (atto I, scena 3a).

La battuta è qui di Vulgistima, che impersona l’ignoranza. I personaggi che partecipano al dialogo, oltre a lei, sono Imperia (la ragione), Valentino (l’irascibilità), Specula (la concupiscenza «congiunta al desio delle lettere»), Honorato (la concupiscenza «congiunta al desio della maggioranza de gli honori») e diversi altri.

Un secondo esempio è attestato in una commedia composta dal viterbese Giovanni Giacomo Ricci (o Riccio), nato a Carbognano nel 1595 e morto a Roma dopo il 1643 (La poesia maritata, comedia allegorica di G. G. Ricci. Aggiuntovi i poeti rivali. Drama piacevole in diversi stili, del medesimo autore. Seconda impressione. Al molto illustre signore il sig. Adriano Canale, Roma, Andrea Fei, 1632, p. 25), ma stavolta la nostra voce compare al genere maschile:

Quant’è cieco, o quant’è sciocco il mondo,
che non vede il meschino, e non s’avvede
di ciò che crede, e non intende come
ad intender gli è dato, e fatto credere
una man di menzogne, e di bugie,
che se ne ride ancor chi le ritrova,
e vendute gli son per belle, e buone,
non dico da color che con la forza,
e con l’inganno, e l’artificio ancora,
vi si fanno adorar per regi, e principi,
e lo menan pe’l naso come il bufalo,
o gli metton la soma come a l’asino.

Le parole, pronunciate in un soliloquio dal dio Apollo (atto I, scena 1a), non potrebbero evocare meglio i turlupinatori che, quattro secoli dopo, avrebbero animato la scena di un mondo di ben altre proporzioni rispetto a quello di allora. Un po’ gabbando, oltre a milioni di boccaloni, anche seri professionisti in campo etimologico impegnati a escogitare soluzioni lambiccate o complesse a problemi di facile soluzione. Il passaggio di bufala da “persona stupida” a “sciocchezza, fandonia, falsità” è di un’evidenza tale da non richiedere spiegazioni. Il romanesco potrà essere stato, al massimo, il luogo in cui quel passaggio è avvenuto.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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