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  • lunedì 6 novembre 2017

Le foto dei villaggi del Myanmar che si proclamano “liberi dai musulmani”

Mostrano contesti molto diversi da quelli che vediamo dall'inizio delle violenze contro i rohingya

Sin Ma Kaw, 5 novembre 2017 (Lauren DeCicca/Getty Images)

In Myanmar le violenze sulla minoranza musulmana dei rohingya vanno avanti da alcuni mesi: finora 600mila di loro sono scappati in Bangladesh, e centinaia sono stati feriti o uccisi. Le organizzazioni internazionali hanno duramente criticato il governo del Myanmar, che però continua a essere appoggiato dalla popolazione locale. Le discriminazioni e il razzismo verso i rohingya hanno radici profonde, e sono così accettati che una ventina di paesi del Myanmar si proclamano orgogliosamente “liberi dai musulmani”.

La fotogiornalista Lauren DeCicca ne ha visitato uno chiamato Sin Ma Kaw situato nel Rakhine, la regione occidentale dove abitava la maggior parte dei rohingya. Le sue foto sono molto diverse da quelle che nelle ultime settimane sono arrivate da quelle zone, e che mostrano disagio, sofferenza e precarietà.

Parlando con il New York Times, uno dei leader del paese ha spiegato che i “Kalar” – il nome dispregiativo con cui il resto degli abitanti del Myanmar chiama i rohingya – non sono bene accetti «perché sono violenti e si riproducono a una velocità sconsiderata, con tutte quelle mogli e quei figli». Il New York Times scrive che molti di questi stereotipi sono condivisi e diffusi anche tra funzionari governativi, politici, leader religiosi e persino attivisti per i diritti umani.

Sui social network circolano alcuni video in cui monaci buddisti estremisti chiamano i rohingya “serpenti” e dicono che sono “peggio dei cani”. Molte persone sostengono anche che i gruppi umanitari internazionali siano collusi con i ribelli, cioè i membri dell’Esercito per la salvezza dei rohingya nel Rakhine (gruppo più noto con la sigla inglese ARSA), che il governo birmano considera un’organizzazione terroristica. Queste informazioni circolano molto rapidamente anche perché in Myanmar – come nel resto del mondo – sempre più persone si informano su Facebook. Non è da molto che nel paese sono diffusi gli smartphone, ma oggi circa il 90 per cento della popolazione ne ha uno e molti hanno Facebook come unica fonte di notizie (dove notoriamente circolano anche molte notizie false e bufale).

A dare sostegno ai pregiudizi contro i rohingya c’è lo stesso governo birmano. Il Myanmar ha infatti proibito alle organizzazioni umanitarie di soccorrere i 120mila rohingya che vivono nei campi profughi nel centro del Rakhine e sostiene che siano i ribelli rohingya e non l’esercito a distruggere e bruciare i villaggi dell’area. Anche la leader di fatto del paese, la premio Nobel Aung San Suu Kyi, è stata molto criticata per avere condiviso alcune di queste informazioni false in pubblico.

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