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  • domenica 5 novembre 2017

Il fallimento del Sud Sudan

A sei anni dall’indipendenza e nonostante i molti aiuti umanitari il paese è ancora poverissimo, e devastato da una sanguinosa guerra civile

Una madre e una figlia a Lankien, Sud Sudan, 2 luglio 2017 (ALBERT GONZALEZ FARRAN/AFP/Getty Images)

Sei anni fa si celebrava il Sud Sudan come il più giovane paese del mondo. Era nato alla fine di un lungo processo di pace con il Sudan promosso dal governo degli Stati Uniti e che si sperava avrebbe portato pace e migliori condizioni per la popolazione. Nel 2013 però in Sud Sudan è iniziato un conflitto etnico che prosegue ancora oggi. Sono morte almeno 50 mila persone, altre migliaia sono state costrette a lasciare le loro case e si stima che più del 40 per cento dei circa 12 milioni di abitanti abbia problemi ad alimentarsi correttamente. Nonostante lo scorso giugno l’ONU abbia detto che il Sud Sudan non è più classificabile come un paese nel quale c’è la carestia, la situazione rimane ancora disperata.

Il Sud Sudan, in breve
Il Sud Sudan è uno stato centrafricano, grande più del doppio dell’Italia e chiuso tra Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. È nato il 9 luglio del 2011 dopo che nel gennaio dello stesso anno il 99 per cento dei votanti si era espresso a favore della secessione in un referendum indetto alla fine di una sanguinosa guerra civile tra il nord musulmano e il sud cristiano. Il conflitto era durato oltre vent’anni – dal 1983 al 2005 – e aveva causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Nel 2005 erano stati firmati gli accordi di pace tra il governo di Khartoum, cioè il governo sudanese, e il Sudan People’s Liberation Army, che sarebbe diventato poi l’esercito del nuovo stato sud sudanese. Tra le altre cose, gli accordi prevedevano anche che si tenesse un referendum nel 2011 per decidere sull’eventuale secessione del Sud Sudan. Il referendum si era svolto e aveva stravinto piuttosto prevedibilmente l’opzione separatista.

Fin dai primi mesi dalla sua indipendenza, il governo del Sud Sudan non si era però mostrato in grado di governare con efficienza, a causa soprattutto delle molte divisioni etniche e di una controversia intensa con il Sudan per la gestione e la vendita del petrolio. Nel sud, dove la popolazione locale era stata perseguitata per decenni da parte dei vari regimi di Karthoum, si trovano circa l’80 per cento delle risorse petrolifere di tutto il paese, ma il sud non disponeva delle strutture per commercializzare il greggio (gli oleodotti che permettono la vendita e l’esportazione attraversano il nord, dato che le regioni meridionali non hanno sbocchi sul mare). Nonostante la ricchezza petrolifera, il Sud Sudan è rimasto dunque una regione estremamente povera: gli abitanti vivono soprattutto di agricoltura su territori prevalentemente desertici, c’è un’altissima percentuale di mortalità legata al parto, un alto tasso di analfabetismo e una situazione sanitaria precaria.

Nel dicembre del 2013, inoltre, è cominciata una guerra civile molto violenta che non si è mai fermata. Da una parte c’è il presidente Salva Kiir, a capo del paese dall’anno dell’indipendenza, e dall’altra l’ex vicepresidente Riek Machar. L’opposizione tra i due schieramenti è alimentata anche da antiche divisioni etniche, e cioè dall’inimicizia tra i dinka, il gruppo etnico di Kiir e il più numeroso del paese, e i nuer, a cui invece appartiene Machar.

Negli anni, le fazioni in guerra – soprattutto le truppe governative – hanno limitato gli aiuti umanitari negando anche intenzionalmente, secondo alcuni funzionari dell’ONU, il sostegno alla popolazione delle regioni considerate vicine ai ribelli. Nel febbraio del 2017 l’ONU aveva parlato della più grave crisi umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale e aveva detto che più di 20 milioni di persone stavano morendo di fame: in Yemen, Somalia, Nigeria e, appunto, Sud Sudan. Entrambe le parti in lotta vengono comunque accusate di aver ucciso in modo indiscriminato i civili e di aver commesso violenza su donne e bambini, spesso reclutati come soldati: l’ONU ha detto che circa 18 mila minori stanno combattendo sia con il governo che con i ribelli.

E oggi?
Nel febbraio del 2017, l’ONU ha fatto sapere che il Sud Sudan non è più classificabile come un paese nel quale c’è la carestia, grazie molto probabilmente all’aumento degli aiuti umanitari. La situazione resta però molto grave e in molte regioni si parla ancora di emergenza per carenza di cibo.

Negli ultimi sei anni, dal giorno della nascita del nuovo stato, circa un terzo dei 12 milioni di abitanti è sfollato, o a causa dei combattimenti o a causa della fame, e in parte si è rifugiato nei paesi confinanti.

La maggior parte dei rifugiati che hanno attraversato il confine si trova in Uganda che è considerato da anni uno dei paesi più accoglienti del mondo con i migranti. Solo nel 2016 a causa dei violentissimi scontri in Sud Sudan sono arrivati in Uganda – che è grande quanto mezza Spagna – quasi 490 mila profughi. Per avere un’idea: nel 2016 tutte le persone arrivate sulle coste europee dopo avere attraversato il mar Mediterraneo sono state 362 mila.

La scorsa settimana, la rappresentante permanente alle Nazioni Unite degli Stati Uniti Nikki Haley è arrivata in Sud Sudan per valutare l’utilizzo degli aiuti provenienti dal suo paese: a causa di una sommossa contro il presidente è stata costretta ad abbandonare il campo profughi che stava visitando. L’ambasciatrice ha fatto presente al governo di Juba, la capitale del Sud Sudan, la forte delusione degli Stati Uniti per gli scarsissimi risultati raggiunti dopo il processo di indipendenza e per le condizioni della popolazione. Gli Stati Uniti sono stati tra i maggiori sostenitori del nuovo stato, ma potrebbero ora rivedere la loro posizione: hanno versato circa 10 miliardi di dollari dal giorno dell’indipendenza e attualmente coprono più di un quarto di tutti gli aiuti internazionali che arrivano al Sud Sudan ogni anno.

Ogni tentativo di accordo tra il presidente e l’ex vicepresidente non è andato a buon fine (nell’aprile del 2016 si era arrivati a una tregua, che però fu interrotta tre mesi dopo) e di fatto gli scontri sono continuati senza sosta moltiplicando le fazioni in campo, nonostante la presenza di circa 14 mila militari dell’ONU.

Un cartellone con la foto del presidente Salva Kiir e del suo oppositore ed ex vicepresidente Riek Machar al tempo della tregua interrotta pochi mesi dopo, Juba, Sud Sudan, 14 aprile 2016/ALBERT GONZALEZ FARRAN/AFP/Getty Images

Le Nazioni Unite hanno anche dichiarato che nel Sud Sudan è in corso una pulizia etnica e che le violenze sono diventate così diffuse che c’è un alto rischio di genocidio. Adama Dieng, consigliere speciale ONU per la prevenzione dei genocidi, ha poi recentemente spiegato che il paese è «frammentato» e che «il suo tessuto sociale si sta disintegrando». Non si tratta più solo di Dinka contro Nuer, ma di gruppi di potere più ristretti che combattono per il petrolio e il controllo del territorio: «Quello che prima era un esercito indisciplinato diviso tra dinka e nuer è ora un corpo senza forma fatto da diversi gruppi armati, bande di criminali e delinquenti di ogni tipo su cui il governo non esercita alcun tipo di controllo».

In tutto questo, la situazione economica del paese è molto grave: la produzione di petrolio è diminuita passando dai 245 mila barili al giorno di prima dell’inizio della guerra civile del 2013 ai 160 mila. Il PIL, cresciuto rapidamente dopo l’indipendenza, è crollato. L’inflazione, per il 2017, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, è al 370 per cento e la maggior parte delle entrate viene utilizzata dal governo per la sicurezza: cioè per finanziare la guerra in corso.

Molti dei crimini compiuti in Sud Sudan non vengono raccontati a causa delle pessime condizioni in cui si trovano i media nazionali e per le difficoltà logistiche a raccogliere le testimonianze delle violenze: molte parti del Sud Sudan si trovano in regioni remote, difficilmente raggiungibili a causa della mancanza di strade e altre linee di comunicazione. Le due fazioni in lotta cercano poi quotidianamente di influenzare la popolazione sui social network, attraverso la creazione e la diffusione di notizie false, rendendo complicato comprendere che cosa stia realmente accadendo.

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