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  • sabato 4 novembre 2017

Le versione della tutor di Giulio Regeni al Cairo sulle accuse di Repubblica

Nega che lei o Maha Mahfouz Abdel Rahman abbiano responsabilità sulla morte del ricercatore italiano, rispondendo punto per punto

(Cosimo Martemucci/Pacific Press via ZUMA Wire)

Viviana Mazza ha intervistato sul Corriere della Sera Rabab Al Mahdi, docente all’Università americana del Cairo che fu tutor in Egitto di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano dell’Università di Cambridge ucciso al Cairo all’inizio del 2016 in circostanze ancora poco chiare. Al Mahdi ha risposto ad alcune domande riguardo alle accuse contenute in un articolo di Repubblica di giovedì scorso, che basandosi su un documento della procura di Roma ipotizzava che a indirizzare e commissionare le ricerche di Regeni fosse stata la sua tutor all’Università di Cambridge, la docente egiziana Maha Mahfouz Abdel Rahman.

La tesi di Repubblica è che Rahman, che sembrerebbe aver proposto a Regeni di collaborare con Al Mahdi, fosse un’attivista interessata alla raccolta di materiale sui sindacati indipendenti egiziani. Secondo la ricostruzione principale, fu proprio questo tema particolare ad attirare l’attenzione e i sospetti dei servizi segreti egiziani, che per questo sequestrarono, torturarono e uccisero Regeni. Al Mahdi respinge le accuse di Repubblica: dice che fu Regeni a scegliere l’argomento e la sua tutor; che non ci furono altri studenti di Rahman ad avere problemi con le autorità egiziane per le ricerche sui sindacati; che non sa se Regeni abbia condiviso con Rahman il suo ultimo report sulle ricerche, ma che non c’è niente di sospetto; che chi ha formulato le accuse dimostra di non conoscere come funziona la ricerca accademica.

«Sono scioccata e arrabbiata», dice Rabab El Mahdi, la tutor di Regeni all’Università Americana del Cairo, dopo le accuse e i sospetti pubblicati sui media italiani sulla supervisor di Cambridge Maha Abdelrahman e su lei stessa. «Non solo questi articoli sono ingannevoli e rivelano una seria mancanza di comprensione su come funzioni la ricerca accademica, ma servono anche a spostare l’attenzione dalla vera questione: chi ha torturato e ucciso Giulio. Sembrano suggerire che il modo in cui Giulio ha condotto ricerche al Cairo, inclusi i rapporti con i suoi supervisor, spiegherebbe in qualche modo che cosa gli è successo. Questo è assolutamente sbagliato. Ricordiamoci che il video fatto trapelare su Giulio non lo mostra mentre conduceva interviste per le sue ricerche, ma mentre discuteva l’offerta di un finanziamento con un membro del sindacato (Giulio voleva fare domanda per una borsa da 10 mila sterline alla Antipode Foundation, che assegna fondi per progetti collaborativi tra accademici e attivisti, ndr). Fondi simili sono estremamente sensibili in Egitto, dove le autorità controllano ogni mossa sulle opportunità di finanziamento. Questa borsa e l’offerta di Giulio non facevano parte della ricerca e nessuno dei suoi supervisor era coinvolto in questo».

Ci sono 5 punti, secondo la Procura di Roma, su cui è «di massimo interesse investigativo fare chiarezza».Primo: chi ha scelto il tema specifico della ricerca di Giulio? Il sospetto è che sia stata Abdelrahman e non lui.
«Questo non è vero. A Giulio interessava lavorare sull’Egitto e su questo tema già prima di iscriversi al dottorato a Cambridge. Sul “Sole 24 Ore” del febbraio 2016, Gilbert Achcar, professore alla SOAS, rivela che Giulio era entrato in contatto con lui già nel 2012 per esprimere interesse a lavorare sotto la sua supervisione per condurre ricerche sui sindacati indipendenti in Egitto. Non essendo riuscito a ottenere i finanziamenti per un dottorato, decise comunque di andare in Egitto per uno stage con una agenzia Onu. Quando si è iscritto al dottorato nel 2014, è stato lui a cercare Maha Abdelrahman, in quanto esperta di Egitto e di movimenti sociali. Quindi è l’opposto: Giulio ha scelto l’argomento e ha cercato supervisor esperti sul tema».

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