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  • giovedì 2 novembre 2017

Le accuse di Repubblica alla docente che seguì le ricerche di Giulio Regeni

Un articolo cita un documento della procura di Roma secondo cui fu lei a insistere perché il ricercatore studiasse i sindacati indipendenti egiziani

(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

In un articolo di Carlo Bonini e Giuliano Foschini pubblicato su Repubblica di oggi ci sono nuove accuse sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore universitario italiano dell’Università di Cambridge ucciso al Cairo all’inizio del 2016 in circostanze ancora poco chiare. In particolare, l’articolo sostiene che le ricerche di Regeni sui sindacati indipendenti egiziani – tema che secondo la ricostruzione più accreditata attirò l’attenzione e i sospetti dei servizi segreti egiziani, che per questo lo sequestrarono, torturarono e uccisero – siano state volute da Maha Mahfouz Abdel Rahman, docente egiziana all’università di Cambridge che fu tutor di Regeni durante le sue ricerche al Cairo.

La tesi di Repubblica è stata criticata da alcuni esperti giornalisti italiani che si sono occupati del caso, come Marina Petrillo e Laura Cappon, secondo le quali le responsabilità sull’omicidio di Regeni non sono da ricercare tra i docenti di Cambridge ma soltanto tra i servizi segreti egiziani. Nel marzo del 2016 sempre Repubblica aveva pubblicato un’intervista al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi sulla morte di Regeni. Anche il quel caso il quotidiano ricevette molte critiche di chi ritenne che gli autori – il direttore Mario Calabresi e il vicedirettore Gianluca Di Feo – non avessero davvero chiesto conto ad al Sisi delle responsabilità del governo egiziano.

Una manifestazione di Amnesty International davanti a Palazzo Montecitorio, a Roma il 25 gennaio 2017 (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

L’articolo è infatti molto accusatorio e sospettoso nei confronti di Rahman, e si basa su un Ordine Europeo di Investigazione inviato dalla procura di Roma alle autorità britanniche chiedendo che la docente venga interrogata. La procura ha anche chiesto che vengano acquisiti i tabulati telefonici di Rahman, che Repubblica sostiene avere tenuto un atteggiamento ambiguo ed elusivo durante il primo anno e mezzo di indagini, collaborando poco con le autorità.

Bonini e Foschini prima mettono in discussione il profilo accademico di Rahman, giudicato non «di particolare spessore»: citano un suo saggio pubblicato da Routledge, una delle più grandi case editrici accademiche di materie umanistiche e scienze sociali del mondo, definendola però «una piccola casa editrice», e poi la descrivono come un’attivista più che un’accademica. Ma soprattutto, basandosi su un documento investigativo di 12 pagine che Repubblica ha potuto leggere, Bonini e Foschini scrivono che Rahman avrebbe quasi imposto a Regeni l’oggetto delle sue ricerche, sui sindacati indipendenti egiziani. L’articolo cita alcune presunte conversazioni che Regeni ebbe via Skype con la madre e con un amico, scrivendo in dialetto: in queste chat Regeni avrebbe manifestato perplessità per via dei rischi che avrebbe potuto correre studiando questo argomento e collaborando con la professoressa del Cairo Rabab Al Mahdi, che Repubblica definisce «con un profilo più simile a quello di una attivista che non a quello di un’accademica».

I funerali di Giulio Regeni, a Fiumicello, il 12 febbraio 2016 (AP Photo/Paolo Giovannini)

In uno stralcio di conversazione citato da Repubblica, Regeni scrive: «Mi go fatto il codardo e ghe go ditto che ero un po’ preoccupà del fatto che la ga molta visibilità in Egitto e no volesi esser tanto in primo piano», cioè «Ho fatto il codardo e le ho detto che ero un po’ preoccupato del fatto che ha molta visibilità in Egitto, e non vorrei essere tanto in primo piano». Alla madre, invece, Regeni avrebbe scritto che fu Rahman a insistere sul tema specifico della ricerca.

Secondo Repubblica, Rahman dopo l’omicidio di Regeni avrebbe evitato di collaborare con le indagini. L’articolo sostiene che la docente abbia passato «un anno trascorso tra il Regno Unito e l’Olanda in un sabbatico che è stato l’occasione formale per sottrarsi ripetutamente alla richiesta della Procura di Roma di deporre come teste nell’inchiesta sull’omicidio di Giulio», e che si sia rifiutata di consegnare alle autorità italiane i suoi computer e telefoni, per le indagini. Bonini e Foschini accusano Rahman di essersi «limitata» a «imbastire con il sostituto Sergio Colaiocco, che ne raccoglie il primo e ultimo verbale di testimonianza, una storia “neutra”, ripulita di ogni dettaglio o suggestione che consenta all’inchiesta, in quei giorni alle sue primissime battute, di imboccare una qualche strada». In una successiva mail scritta alla polizia del Cambridgeshire perché fosse trasmessa alla procura di Roma, secondo Repubblica non chiarì se l’oggetto della ricerca di Regeni fossero genericamente i sindacati egiziani, o nello specifico quelli indipendenti.

Nella rogatoria della procura di Roma citata da Repubblica ci sono poi delle ulteriori accuse nei confronti di Rahman: la prima è aver chiesto a diversi suoi studenti di raccogliere informazioni sui sindacati autonomi al Cairo, anche a costo di farli allontanare dalle autorità egiziane. La rogatoria cita almeno un caso di una studentessa, amica di Regeni, che fu espulsa e dovette ricorrere «alle cure di uno psicologo per i traumi riportati nell’esperienza egiziana». La seconda riguarda un documento in cui Regeni aveva messo insieme parte delle sue ricerche e che, scrive Repubblica, «la Procura di Roma è convinta Giulio abbia consegnato alla Maha il 7 gennaio del 2016 al Cairo». Rahman non avrebbe invece menzionato di avere ricevuto il documento quando, nella mail alla polizia britannica, ha raccontato del suo incontro con Regeni al Cairo, che definisce «veloce». Una mail di Regeni alla madre citata da Repubblica però sembrerebbe confermare la consegna del documento.

Scrive Repubblica che «come confermano a Repubblica qualificate fonti diplomatiche, nelle settimane scorse il nostro ambasciatore a Londra ha incontrato funzionari del Foreign Office britannico e un rappresentante dell’università di Cambridge. Ne avrebbe ricavato un generico impegno a dare corso alla rogatoria della Procura di Roma ma, insieme, l’evidenza di un nodo ancora non sciolto».

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