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  • mercoledì 1 novembre 2017

C’è qualcosa che non torna nella storia delle due veliste salvate nel Pacifico

Hanno detto di essere state alla deriva per cinque mesi, ma a bordo avevano un trasmettitore d'emergenza che non hanno mai usato e la tempesta che le avrebbe travolte non è stata rilevata dai satelliti

Jennifer Appel, a destra, e Tasha Fuiava parlano ad una conferenza stampa a bordo della nave militare che le ha salvate (AP Photo/Koji Ueda)

Negli ultimi giorni si è parlato molto in tutto il mondo delle due veliste statunitensi Jennifer Appel e Tasha Fuiava, che sono state salvate da una nave della Marina militare statunitense lo scorso 25 ottobre dopo aver passato cinque mesi alla deriva nell’Oceano Pacifico. Negli ultimi giorni però qualcuno ha cominciato ad avere dubbi sulla storia che le due donne hanno raccontato agli ufficiali della Guardia costiera che le hanno interrogate dopo il salvataggio.

Appel e Fuiava erano partite dalle Hawaii su una barca a vela per raggiungere Tahiti, un percorso che in condizioni normali si fa in poco meno di venti giorni. A un certo punto il motore della loro imbarcazione, danneggiato durante una tempesta, aveva smesso di funzionare e le due avevano cercato di continuare il viaggio solo a vela, perdendo però la rotta. La prima cosa che non torna è che Appel e Fuiava hanno raccontato di essersi trovate in una tempesta violentissima con onde alte diversi metri e forza sufficiente da danneggiare il motore della barca. La Guardia costiera, esaminando le immagini satellitari della Nasa, non ha però trovato tracce della tempesta: secondo il racconto delle due donne, la tempesta sarebbe durata tre giorni, ed è quindi difficile che non sia stata rilevata dai satelliti. Ci sono state altre tempeste molto violente nei giorni in cui le veliste erano in viaggio, ma troppo lontano da dove le due hanno detto di essere passate.

La seconda cosa strana su quello che è successo è che sulla barca a vela è stato ritrovato un trasmettitore satellitare di emergenza, uno strumento che si trova spesso su navi ed aerei e permette di trasmettere la propria posizione e chiedere aiuto. Per quanto fosse perfettamente funzionante, il trasmettitore non era mai stato attivato da Appel e Fuiava, che avevano invece inviato delle richieste di soccorso via radio, ma non c’erano navi abbastanza vicine per riceverle. Se fosse stato usato il trasmettitore, le due sarebbero probabilmente stata salvate nel giro di poche ore.

Appel e Fuiava hanno detto di non aver attivato il segnalatore perché non hanno mai pensato di essere in pericolo imminente, visto che a bordo avevano abbondanti provviste e un depuratore per l’acqua. In precedenza, tuttavia, avevano detto di aver seriamente temuto per la propria vita durante un attacco notturno di un branco di squali tigre. A prescindere dall’uso del segnalatore, anche su questo dettaglio della storia ci sono alcuni dubbi: gli squali tigre non sono noti per attaccare in branco e non raggiungono le dimensioni riportate dalle veliste (qualcuno ipotizza comunque che potrebbero essersi confuse perché impaurite). Le due donne hanno anche cambiato versione sulle richieste di aiuto che avevano fatto. Inizialmente avevano detto che nessuno aveva risposto, poi hanno detto che avevano preso contatto con le autorità dell’isola di Wake.

Infine, ci sono dei dubbi anche su una telefonata di emergenza con cui la Guardia costiera è stata inizialmente avvisata che qualcosa poteva essere successo alle due veliste. La madre di Appel ha detto di aver chiamato la Guardia costiera circa una settimana e mezza dopo la partenza delle due veliste dalle Hawaii, ma alla Guardia costiera non risulta nessuna chiamata da parte della donna. Risulta invece un’altra chiamata fatta da un uomo che si era identificato solo come “amico di famiglia”, ma anche in questo caso la telefonata è stata fatta molti giorni prima della data prevista di arrivo delle due veliste a Tahiti. Quando ancora, in teoria, sarebbe stato plausibile che le due donne fossero sulla loro normale rotta. Una di loro aveva detto che amici e parenti avevano ricevuto un “piano di navigazione” con cui seguire la loro traversata da lontano e individuare possibili problemi. Alla Guardia costiera, tuttavia, le due donne hanno detto che non avevano preparato un “piano di navigazione”.

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