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  • martedì 31 ottobre 2017

La Repubblica catalana non è mai nata

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Cinque giorni fa il Parlamento della Catalogna ha approvato la dichiarazione d'indipendenza, ma della nuova repubblica non c'è traccia da nessuna parte

Manifestazione indipendentista a Barcellona dopo l'approvazione della dichiarazione d'indipendenza (LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

Lunedì mattina all’alba decine di giornalisti erano di fronte al palazzo del governo catalano a Plaça Sant Jaume, a Barcellona, per filmare e raccontare l’arrivo di Carles Puigdemont, presidente catalano rimosso dal suo incarico sabato scorso. Nei due giorni precedenti Puigdemont e i membri del suo governo avevano detto di non riconoscere la legittimità delle misure approvate dal governo spagnolo nell’ambito dell’articolo 155 della Costituzione, cioè quello che permette allo stato di costringere una Comunità autonoma (come la Catalogna) a rispettare la legge: tra le misure, c’era anche la rimozione di tutto il governo catalano, Puigdemont compreso. «Seguim» («Andiamo avanti»), avevano risposto diversi ministri catalani, lasciando intendere che lunedì si sarebbero presentati regolarmente al lavoro, nei loro uffici a Barcellona.

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Verso le 8 di martedì mattina, Puigdemont ha pubblicato su Instagram una foto scattata nel palazzo del governo, con scritto: «Bon dia», «buongiorno».

Bon dia 😊

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Nessuno però l’aveva visto arrivare, nonostante ci fossero telecamere davanti a ogni ingresso secondario dell’edificio. E ieri mattina di nuvole nel cielo non ce n’erano, a differenza di quello che mostrava la foto su Instagram. Poche ore dopo la scena si è ripetuta di fronte alla sede di Barcellona del Partito democratico europeo catalano (PDeCAT), il partito di Puigdemont. ARA, quotidiano catalano vicino agli indipendentisti, aveva scritto che Puigdemont avrebbe partecipato alla riunione esecutiva del partito per decidere se presentarsi alle elezioni anticipate convocate in Catalogna dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy il prossimo 21 dicembre. Puigdemont però non è mai arrivato.

Al termine della riunione, Marta Pascal, coordinatrice del PDeCAT, ha tenuto una conferenza stampa improvvisata sulla terrazza della sede del partito: «Certo che Puigdemont è ancora il nostro presidente», ha risposto Pascal a un giornalista che le chiedeva se il PDeCAT continuasse a riconoscere Puigdemont e il suo governo come legittimi, e poi ha aggiunto: «Non posso confermare che Puigdemont sia a Bruxelles».

Poco prima diversi quotidiani catalani avevano dato la notizia che l’ex presidente aveva preso un aereo per andare nella capitale belga insieme ad alcuni membri del suo governo, probabilmente per chiedere asilo politico. Dalle ricostruzioni giornalistiche successive è venuto fuori che Puigdemont era partito lunedì mattina molto presto da casa sua, vicino a Girona: era andato a Marsiglia (Francia) in macchina e da lì aveva preso un aereo per Bruxelles. Rebeca Carranco, giornalista del País, ha definito la foto pubblicata su Instagram da Puigdemont «una trollata senza paragoni». Al palazzo del governo, quella mattina, Puigdemont non era mai arrivato.

Il primo giorno lavorativo dell’autoproclamata Repubblica catalana è passato così: nell’attesa e nell’incertezza, senza che succedesse granché, col presidente che ha imbrogliato con una foto sui social e se ne è andato in un altro paese. Di fatto la Repubblica catalana, la cui istituzione è stata votata e approvata dalla maggioranza parlamentare indipendentista venerdì scorso, non è mai nata.

Puigdemont non è stato il solo a non presentarsi in ufficio. Molti altri ministri hanno preso la stessa decisione. Ieri mattina all’alba la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, hanno fatto sapere che avrebbero permesso agli ex ministri l’accesso ai loro uffici per il tempo necessario a raccogliere e portare via gli effetti personali. Non sarebbe però stato tollerato altro. Se qualche membro del governo si fosse rifiutato di uscire, o se avesse tentato di compiere un atto ufficiale, sarebbe stato accompagnato fuori dall’edificio da due agenti. L’unico membro del governo di Puigdemont che si è presentato regolarmente nel suo ufficio ieri mattina è stato Josep Rull, ex ministro catalano del Territorio, che ha pubblicato su Twitter una foto che lo ritrae di fronte al computer. Di fianco a lui, l’edizione del quotidiano catalano Punt Avui di ieri.

Non sono stati solo i membri del governo Puigdemont ad ammettere rapidamente di non poter fare niente contro le misure dell’articolo 155 della Costituzione. Poco dopo la pubblicazione della foto di Rull, Carme Forcadell, presidente del Parlamento catalano, ha cancellato una riunione dei capigruppo prevista per martedì, ammettendo che il «Parlamento era stato sciolto» dal governo di Madrid. Forcadell è indipendentista e membro di Esquerra Republicana (ERC), partito di sinistra catalano. Nel pomeriggio è entrato nel suo ufficio anche Oriol Juqueras, ex vicepresidente del governo catalano, ex ministro dell’Economia e leader di ERC. Junqueras si è fermato meno di un’ora, ha salutato il personale ed è uscito senza fare dichiarazioni alla stampa.

La Repubblica catalana non è mai nata non solo per la mancanza di vita pubblica da parte dei suoi fondatori e protagonisti, ma anche per una questione formale. La risoluzione approvata venerdì scorso dal Parlamento catalano apriva la via all’applicazione della “Legge di transitorietà”, la legge approvata tra molte proteste dalla maggioranza parlamentare all’inizio di settembre. La Legge di transitorietà – sospesa dal Tribunale costituzionale spagnolo – doveva essere una specie di Costituzione provvisoria della Repubblica catalana, pensata per dare sicurezza giuridica in attesa che un’assemblea costituente scrivesse e approvasse una Costituzione vera. Il fatto è che questa legge non ha mai cominciato a produrre veramente effetti: e non solo per la sospensione da parte del Tribunale costituzionale, ma anche perché la sua approvazione avrebbe dovuto essere accompagnata dai decreti esecutivi emanati dal governo catalano, che però non sono mai arrivati.

Venerdì, quando il governo era ancora in carica, si era pensato di non approvare i decreti per non forzare la mano: la dichiarazione unilaterale d’indipendenza non era stata sostenuta da tutti i ministri e aveva creato parecchie divisioni soprattutto nel partito di Puigdemont, il PDeCAT, dove alcuni esponenti avevano espresso la loro preferenza per soluzioni diverse dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, meno radicali. L’approvazione dei decreti era stata quindi rimandata a momenti più tranquilli, che non però non sono mai arrivati. Il giorno successivo il governo spagnolo ha approvato definitivamente le misure dell’articolo 155 della Costituzione.

I settori più radicali dell’indipendentismo, come la CUP, partito marxista che ha appoggiato il governo Puigdemont ma senza farne parte, ritengono che non si debbano aspettare momenti tranquilli e vorrebbero agire. Ieri Mireia Boya, deputata della CUP, ha chiesto al governo catalano che vengano approvati i decreti: «Vogliamo che il governo faccia azione repubblicana, che sia da qui o da Bruxelles». A oggi sembra molto difficile credere che la richiesta della CUP sarà soddisfatta. Puigdemont è in Belgio con altri cinque ministri, forse per chiedere asilo, mentre il resto del governo catalano ha accettato senza troppe resistenze le misure dell’articolo 155 della Costituzione. L’unico momento di potenziale riscatto dell’indipendentismo sembra essere rimasto quello delle elezioni anticipate del 21 dicembre: paradossalmente, le elezioni convocate da Mariano Rajoy, il nemico numero uno degli indipendentisti catalani.

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