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  • domenica 29 ottobre 2017

Gli ugg sono un prodotto tipico australiano o una marca di scarpe?

C'è una battaglia legale tra l'azienda americana che li esporta in tutto il mondo e i produttori del paese in cui furono inventati

(TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

UGG indica in tutto il mondo una famosa marca statunitense di stivali di montone imbottiti, fondata negli anni Settanta e diventata molto popolare dagli anni Novanta; in Australia invece “ugg” è la parola comunemente usata per indicare questo tipo di stivaletto, che venne inventato nel paese negli anni Venti per proteggersi dal freddo, indipendentemente quindi dall’azienda che lo produce. Il risultato è una battaglia legale intrapresa dall’azienda californiana Deckers Outdoor Corporation, che nel 1999 comprò la UGG, contro Australian Leather, un’azienda di Sydney che rivendica il diritto di realizzare ed esportare gli ugg, presentandoli come un prodotto tipico australiano. Il caso va avanti da un anno e in Australia è diventato una questione di orgoglio nazionale: è stato anche portato in Parlamento dal senatore Nick Xenophon, che ha spiegato che «se i francesi possono proteggere la parola “champagne”, i portoghesi la parola “porto”, gli spagnoli la parola “sherry” e i greci la parola “feta”, non vedo perché gli australiani non possano farlo con la parola “ugg”».

La storia degli ugg uscì dai confini australiani negli anni Sessanta e Settanta, quando erano utilizzati dai surfisti per tenere i piedi al caldo dopo aver fatto surf. Alcuni di loro li portarono con sé quando andavano a fare surf in California, dove diventarono sempre più richiesti. Non è chiaro chi fu il primo a renderli popolari, dato che l’idea è stata rivendicata da più di uno di loro: il New York Times scrive che l’americano Corky Carroll li scoprì in Australia e iniziò a venderli negli Stati Uniti; l’australiano Shane Stedmanha, che registrò il marchio UGH-BOOTS nel 1971 in Australia, ha rivendicato più volte di averli inventati; infine Brian Smith, notando che erano sempre più richiesti, registrò il marchio UGG nel 1978 a Santa Monica. Questi ultimi sono gli UGG di cui parliamo ora: si diffusero rapidamente tra i surfisti di mezzo mondo, e diventarono popolari anche tra le donne dopo che Oprah Winfrey ne parlò più volte nei suoi programmi; a inizio Duemila sembrava che una ragazza su due ne possedesse almeno un paio.

La Australian Leather ha sede a Lidcombe, un quartiere di Sydney, e 40 dipendenti che producono circa 50.000 paia di ugg all’anno usando montoni australiani. Il suo proprietario, Eddie Oygur, ha 57 anni ed è stato denunciato dalla Deckers per aver venduto ugg negli Stati Uniti per un valore di duemila dollari, 1.700 euro, negli ultimi cinque anni; l’azienda americana chiede milioni di dollari di danni, il trasferimento di tutti i fondi dei conti in banca di Australian Leather, e di poter distruggere nelle sue fabbriche tutti gli stivaletti della rivale. Oygur ne ha fatto una battaglia contro la prepotenza delle grosse aziende e una rivendicazione di orgoglio locale, dicendo di voler combattere e ottenere invece la libertà di esportare gli ugg negli Stati Uniti, non solo per sé stesso ma per tutti gli imprenditori australiani. Ha anche criticato Deckers perché produce i suoi a basso costo, soprattutto in fabbriche cinesi.

Per Deckers si tratta di una controversia economica, visto il buon andamento di UGG: nella prima metà del 2017 il fatturato dell’azienda è aumentato del 20 per cento, pari a 209 milioni di dollari, circa 170 milioni di euro. Dall’acquisto di UGG, Deckers ha intrapreso molte battaglie legali per impedire ad aziende in tutto il mondo di rivendere gli stivaletti. I tribunali australiani però hanno sempre dato ragione ai produttori locali, ribadendo che ugg è una parola comune per indicare gli stivaletti fatti di pelle di pecora imbottiti di pelliccia: in Australia non è un marchio registrato e chiunque può venderli. «Quel che penso», spiega Carroll, «è che il termine ugg non possa essere posseduto da qualcuno, è una semplice descrizione. È uno stivaletto brutto – non è sicuro ma pare che i surfisti li chiamassero così abbreviando la parola ugly, che significa appunto brutto – E questo non è certamente il nome di un marchio».

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